incroci on line

Tre libri sulla precarietà

Posted on: 12/08/2012

da incroci 25 – sezione schede

Pubblichiamo qui una delle recensioni comparse sul numero 25 della nostra rivista; i tre libri in questione sono i seguenti:

Pietro De Viola, ALICE SENZA NIENTE, Terre di mezzo, Milano 2011;

Piero Simon Ostan, PIEGHEVOLE PER PENDOLARE PRECARIO, Le Voci della Luna, Buccinasco (Mi) 2011;

Luigi Laguaragnella, IN 24 ORE, ilmiolibro.it, 2011.

di Daniele Maria Pegorari

Quello fra scomparsa del lavoro, precarizzazione dell’esistenza e recessione economica (che Federico Rampini battezza, con qualche legittima ambizione storiografica, «Grande Contrazione», per differenziarla dalla Grande Depressione degli anni Trenta) è un circolo che si autoalimenta, sia sul piano dei processi macroeconomici (dal momento che l’inedita crisi di entrate e consumi ha la sua spiegazione nella ‘contrazione’, appunto, della massa di lavoratori e, a sua volta, chiede una disperata soluzione capitalistica nell’alleggerimento del costo del lavoro e nell’appesantimento della leva fiscale), sia su quello letterario, come si vede dal ritorno, dopo una serie di riflessioni sulla decadenza del sistema industriale, di alcuni libri nuovamente incentrati sul precariato giovanile, a firma di autori poco più che trentenni, ancora una volta intelligentemente versati tanto nella poesia quanto nel romanzo. Piero Simon Ostan (Portogruaro [Ve] 1979), con Pieghevole per pendolare precario (già recensito da Vito Russo su «incroci» 24, pp. 133-134), ha dato prova di un’ottima qualità versificatoria che lo pone sulla scia del corregionale Fabio Franzin, ma con una maggiore disposizione a intrecciare, senza far avvertire salti bruschi, lingua e dialetto, l’una e l’altro sminuzzati nella babele comunicativa dei nostri giorni, che tende ad appiattire ogni cosa, a rendere inespressivi e insignificanti i moti sentimentali e gli ordinari progetti quotidiani. Ostan non risolve tutto, però, sul mero piano della sperimentazione formale, come sarebbe capitato alla maggior parte degli autori di una o due generazioni precedenti: la raccolta è in ogni sua pagina un libro ‘di cose’, viste e toccate, di spazi percorsi durante gli spostamenti per andare al lavoro (o per esserne escluso), di speranze coltivate e sospese in un metatempo enigmatico e inaccessibile.

Il poeta riesce a dar voce a un nuovo soggetto lirico, quello dell’insegnante precario (o di qualunque altra figura del nostro devastato terziario) che aggiorna, dopo circa 150 anni, le miserie d’monssù Travet: mi pare davvero emblematico che nello stesso arco di tempo della tanto celebrata Unità d’Italia, le frustrazioni della vita grigia e stenta di un ordinario impiegato (ma pur sempre occupato e parte del nuovo ingranaggio statale) siano proiettate su un individuo ben più qualificato e consapevole (e per questo più infelice), ma espunto dalla catena produttiva e dall’appartenenza alla società (diciamo pure allo Stato). Se il borghese piccolo piccolo di un tempo era condannato a un precocissimo invecchiamento, il pendolare precario dei nostri giorni è, invece, non meno grottescamente costretto a un insostenibile protrarsi dell’adolescenza, stringendo la cinghia con «la morosa» e «sperando germogli / prima o poi in un baleno / il momento propizio del mutuo, / risalga la china l’inflazione, / cali il prezzo del mattone» (p. 16).


La frustrazione del rapporto amoroso nell’era della precarietà è un tratto che accomuna molta letteratura di questo fortunato filone, come dimostra il piccolo caso letterario Alice senza niente del siciliano Pietro De Viola (1980); come uno dei ‘prototipi’ della narrativa postindustriale, Il mondo deve sapere dell’allora esordiente Michela Murgia, anche questo racconto lungo ha molto di autobiografico (ancorché qui l’autore opti per una trasposizione al femminile) e soprattutto nasce per il web, non però nella forma del blog, ma precisamente come e-book gratuito premiato da oltre trentacinquemila lettori e poi pubblicato in forma tradizionale da un piccolo editore milanese. Al di là delle riflessioni sullo strano e contraddittorio rapporto che in questa fase storica si sta delineando fra la fruizione digitale e quella cartacea (s’inneggia al vicinissimo e incontrovertibile trionfo dell’e-book e contemporaneamente non ci si sente soddisfatti fino a che l’opera letteraria non viene consacrata dalla sua rassicurante forma in brossura), merita attenzione il fatto che quello dell’esordiente De Viola è anche un piccolo metaromanzo elettronico, ovvero il racconto delle aspirazioni professionali di una trentenne laureata che lasciano spazio solo al desiderio di «scrivere a mano, sul retro delle lettere con cui gli istituti bancari le comunicano le loro completezze di organico» (p. 43), il romanzo autobiografico della propria infelice precarietà, da mettere poi a disposizione gratuita su internet, ultimo dono possibile da parte della perfetta rappresentante di una generazione egoista che ha sviluppato una venalità ‘cosmica’: «restate tranquilli nei vostri uffici, seduti comodi sulle vostre sedie rotanti, tenetevi pure i vostri contratti. Noi vogliamo soldi, nient’altro: 20 euro per cedere il posto agli anziani sul bus, 50 per non lasciarvi cadere da un ponte, 1.000 per avvertirvi se arriva un tornado» (p. 90). Lo stile del racconto è veloce, ma curato, e soprattutto ironico, com’è ormai sancito nell’ideale architesto di questo filone narrativo (che Ostan, come visto poco sopra, porta anche sul versante della lirica): si veda p. 33 dove si attualizza ‘il sogno dello Zanni affamato’ (già memorabilmente messo in scena da Fo) nell’esilarante fantasticheria culinaria di questa postmoderna ‘morta di fame’, ma soprattutto si pensi a quelle righe in cui si ritrae la precoce perdita del rispetto di sé e della socialità che connota un’intera generazione di antieroi e antiesteti: «Abituati a parlare sempre a bassa voce, a usare scusi come intercalare, leggermente inclini a ritenersi un peso per tutti, anche per i ragazzini che già a dieci anni sono più scaltri di noi e ci considerano dei falliti della peggior specie […]. Siamo senza lavoro, senza soldi e senza allegria» (pp. 70-71).

Ma, come accennavo prima, è sul piano della più elementare forma di affettività e relazionalità che si registra la demolizione di questi individui: il ménage di Alice e Riccardo (il suo compagno laureato in Giurisprudenza che si arrabatta dando lezioni di chitarra al suo unico allievo, entrambi interessati più alla chiacchiera sociologica che ai giri di blues) appare subito illividito dallo squallore del monolocale in cui è rinchiusa la loro ancor giovane vita, svuotata di ogni possibile sensualità e leggerezza.


Chi, come me, ha l’opportunità di frequentare le prove di scrittura di molti giovani di questa generazione, in attesa di divenire letteratura degna di pubblicazione, oppure frettolosamente consegnate alle nuove forme di autoedizione (esse stesse caratteristiche della precarizzazione che investe oggi anche la letteratura, sostituita dall’urgenza di una testimonianza, diciamo pure di un’autocertificazione di esistenza in vita), può imbattersi agevolmente in pulsioni autobiografiche in cui è evidente il disagio che la mancanza non solo di lavoro, ma anche di remote prospettive di realizzazione professionale, umana e sociale, produce nel rapporto di coppia, svuotandolo, relativizzandolo e infine privandolo di quella natura ‘resistente’ e ‘antagonista’ che in ben diversi contesti storico-sociali Edoardo Sanguineti attribuiva alla famiglia, come purgatorio de l’inferno neocapitalistico. Piccolo esempio, immediato nella scrittura tanto da rimanere nell’ambito di un’acerba autonarrazione che ricorda qualche ‘franco narratore’ degli anni Settanta, è In 24 ore. Il giorno in una vita, la vita in un giorno del giovane barese Luigi Laguaragnella, che nelle pagine più felici riesce a descrivere una condizione spiraliforme di noia che avvolge sempre più drammaticamente il protagonista, dissolvendo i legami con i suoi genitori e la sua ragazza e cancellando quell’autostima che pure è essenziale alla costruzione di sé e alla modificazione dell’esistente.

D’altra parte proprio l’insoddisfatta e apatica Alice, protagonista del vivace romanzo di De Viola, è l’opposto di un ‘personaggio in cerca d’autore’: è un soggetto incompiuto, perché privo di identità sociale e di autopercezione e che, pertanto, non potrà che raccontarsi in un libro senza centro, senza sviluppo e senza conclusione, come a praticare un esorcismo per il quale, sigillando l’inconcludente nella forma-libro, al di fuori di esso le vite reali «si compiano, e comincino davvero, finalmente» (p. 91).

 


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