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2\ Speciale Hrand Nazariantz

Posted on: 23/08/2012

Cinquant’anni fa si spegneva Hrand Nazariantz, forse il primo poeta allofono della letteratura italiana. Aveva scelto Bari come terra d’esilio e qui si prodigò per dare accoglienza a un’intera comunità di armeni in fuga dalla pulizia etnica turca.

Il numero 25 di incroci torna ad interrogare questa affascinante figura di poeta e intellettuale: dopo il saggio di Dorella Cianci, che abbiamo già pubblicato su quest sito, presentiamo oggi una recensione di Francesco Medici al recente volume Hrand Nazariantz, Fedele d’Amore.

 

da incroci 25 – sezione schede

Francesco Medici su Hrand Nazariantz, Fedele d’Amore, a cura di Paolo Lopane, Fal Vision, Bari 2012.

 

Il 25 gennaio 1962 moriva a Bari il poeta, giornalista e animatore culturale armeno Hrand Nazariantz. Aveva trovato asilo nel capoluogo pugliese nel 1913, «quasi per un intuito miracoloso dell’immane catastrofe del genocidio, che, di lì a due anni, avrebbe stroncato la popolazione armena dell’Impero ottomano» – scrive Boghos Levon Zekiyan (Università Ca’ Foscari di Venezia) nell’introduzione a un prezioso volume collettaneo di saggi che, a cinquant’anni dalla scomparsa, celebra la figura del grande intellettuale, fondatore, nel 1924, in periferia di Bari, del villaggio di Nor Arax, luogo di speranza e rinascita per molti suoi compatrioti in esilio.  

L’opera è stata presentata a Bari nel corso della tavola rotonda Hrand Nazariantz. Le tracce e il volto (25 gennaio 2012), a sua volta preceduta da un’analoga mostra-conferenza a Conversano (5 dicembre 2011) dedicata allo scrittore (il cui catalogo è edito sempre dalla giovane e intraprendente casa editrice barese Fal Vision). Entrambi gli eventi sono stati moderati da Cosma Cafueri (Centro Studi Hrand Nazariantz), che cura due densi interventi di questa miscellanea. A una premessa sulle origini e le cause di quello che è stato «il primo genocidio del XX secolo» segue un’articolata riflessione sul ‘caso’ Nazariantz e sul suo controverso rapporto con Bari e la memoria locale. Cafueri ricostruisce la parabola personale e intellettuale dell’esule formatosi nell’ambiente armeno di Costantinopoli-Istanbul, sbarcato in Puglia come un «poetastro poco noto» (sono parole di Dorella Cianci, altra coautrice della raccolta), divenuto poi un luminoso punto di riferimento per numerosi letterati e artisti italiani ed europei, e infine dimenticato. In una Bari impegnata nella ricostruzione post-bellica, sempre più dedita all’utile e al profitto, non vi era più posto per un «campione dell’inutile», un personaggio bislacco e trasandato, pirandellianamente bollato come «iettatore»: l’ingrata «Città Bianca», che pure egli amava e che era quasi riuscito a sprovincializzare, consentendole di affacciarsi – anche se solo per poco – sugli scenari delle grandi avanguardie europee (organizzando, ad esempio, alcune serate futuriste nei teatri Piccinni e Margherita all’inizio degli anni Venti), lo condannerà a vivere gli ultimi anni della propria esistenza come un reietto.

Tutto ciò che resta oggi a Bari di Nazariantz è una via intitolata a suo nome e le sue spoglie, sobriamente tumulate nel cimitero cittadino. Anche le sue numerose pubblicazioni sono ormai introvabili, forse anche perché, come ebbe a dire qualche anno fa il critico armeno Krikor Beledian, non sono «di spessore tale da far pensare a chefs-d’oevre» e, dunque, degne di ristampa. Sulle tracce dell’uomo Nazariantz si è messo da anni Carlo Coppola, giocando una vera e propria «caccia al tesoro»: gli studi biografici sul poeta restano, infatti, ad oggi, a dir poco farraginosi e lacunosi. Sconosciuto resta perfino l’anno di nascita e avvolti nel mistero il suo curriculum di studi, le ragioni precise del suo espatrio, la natura delle sue relazioni con gli ambienti politici, artistici e massonici, la «maldestra» quanto oscura vicenda della candidatura al Nobel del 1953.

Di taglio più strettamente critico-letterario sono i contributi di Rosalia Chiarappa e della già menzionata Cianci. Quest’ultima delinea il substrato culturale armeno della produzione dell’«aedo» Nazariantz – la cui poesia mostra chiare influenze simboliste e «mistico-orfiche», ma evidenti sono anche i richiami alla tradizione classica greca –, capace di superare i confini dell’autobiografismo e di elevare il motivo dell’esilio e della tragedia del popolo armeno a lucida metafora della solitudine dell’essere umano tout court, quella «sconfinata solitudine» che, attraverso «il suono di una [sola] voce», si fa canto corale – e «avremmo potuto ascoltarla ancora oggi questa voce, attraverso i discorsi e le conversazioni registrati per Radio Libera Bari, se queste non fossero andate perse per sempre» (Chiarappa).

Paolo Lopane, autorevole curatore del volume, si addentra in una suggestiva lettura mistico-esoterica dell’opera di Nazariantz, il quale vide nella letteratura uno strumento di liberazione spirituale, che «non può che realizzarsi sotto l’egida beatifica e purificante della Dama Celeste». Hrand è un «Fedele d’Amore» che, alla maniera dei mistici islamici, percorre la ‘via del cuore’, in cui amante e oggetto d’amore (l’amore mistico di tutte le tradizioni gnostiche) sono destinati a fondersi in un tutt’uno, i contrari a trovare conciliazione e l’Unità divina a manifestarsi nella molteplicità fenomenica.

Chiude il volume un’appendice iconografica, che raccoglie alcuni documenti rari, se non assolutamente inediti: fotografie, poesie e un certo numero di lettere struggenti scritte dal poeta a un’amante lontana tra il 1947 e il 1950.


 

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