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Giulio Ferroni, Scritture a perdere

Posted on: 23/11/2012

Giovanni Turi su

Giulio Ferroni, Scritture a perdere, Laterza, Roma-Bari 2010

Scritture a perdere, l’agile libello pubblicato da Giulio Ferroni con Laterza nel 2010, ha avuto il merito di ravvivare il dibattito sull’ipertrofia della produzione editoriale e sullo sdoganamento di una forma romanzesca sempre meno letteraria e sempre più commercialmente digeribile (tanto che a breve distanza sono seguiti Meno letteratura, per favore! di La Porta e Non incoraggiate il romanzo di Berardinelli).

Tuttavia il piglio di Ferroni, soprattutto nella prima metà del saggio, non è quello del critico rigoroso cui siamo abituati, quanto piuttosto quello del sociologo, del recensore del degrado degli italici costumi, con osservazioni condivisibili certo, con accuse sensate (come alcune reiterate filippiche contro la programmazione televisiva), ma tutto sommato piuttosto sterili.

            Peccato, perché lì dove il discorso si fa più stringente e la dimensione torna a essere quella critica, si ritrovano la sua lucidità e la sua autorevolezza: è il caso, ad esempio, dell’analisi delle ragioni del successo della Solitudine dei numeri primi di Giordano o di Venuto al mondo della Mazzantini, e dei loro indiscutibili limiti, come la sofferenza e il sentimentalismo addomesticati che veicolano. Opere di consumo, scritture a perdere, appunto, che «ci portano lontano da quella ricerca dell’essenziale che sola può garantire una pur problematica sopravvivenza della letteratura». Canone, quello dell’essenzialità, che viene più volte evocato e mai definitivamente chiarito, a differenza invece di quello della responsabilità, intesa per la letteratura come aspirazione a confrontarsi con il presente, a corrodere la crosta indifferente del mondo, per la critica come legittima aspirazione a esprimersi in merito e a rifuggire dalle logiche dell’apparire e del mercato, a ribellarsi alla marginalità cui viene relegata.

            È precipuamente da critico allora, finalmente, che Ferroni affronta il capitolo forse più interessante, Qualche strada praticabile: dal racconto all’«autofiction», in cui, preso atto della “sconfitta” del romanzo, suggerisce le forme letterarie che possono con maggior efficacia raffrontarsi alla contemporaneità: quella del racconto, «adatta a toccare la frammentarietà e la pluralità dell’esperienza, a scavarne il senso con tensione linguistica ed espressiva», e quelle dell’autofiction, «disposte ad uscire dai vincoli dell’invenzione narrativa». Seguono, per altro, numerosi esempi su entrambi i versanti, trattati con acume e sintesi (da Vassalli a Pecoraro, da Falco a Carraro, per i racconti, da Cavazzoni a Siti, da Saviano ad Arbasino per l’autofiction). Forse qui trova, dunque, legittimazione il sottotitolo, La letteratura negli anni zero, e Scritture a perdere sembra rivolgersi non più solo a un pubblico generico da educare con bonomia, ma anche agli addetti ai lavori. Troppo poco, però.

 


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