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Carluccio / Un racconto di Carmine Tedeschi

Posted on: 04/12/2012

 valigia_cartone Veniamo dalla notte e nella notte andiamo

(Vincente Gerbasi)

Burzaco 15 settenbre 1953

 

Caro Ziolonardo  e Ziamarietta e cuggino Frangesco,

 ti vengo affare assapere  con cuesta lettera che ti scrivo annome  puro di papa e mama, siccome che loro sono alfabeti, che  siamo arrivati in Argentina tutto bene graziaddio e così speriamo di voi. Ma doppo un viaggio mangolicani, io mi penzavo di non arrivare più.

I primi giorni sopra al bastimendo abbiamo gomitato puro il stommaco parlanno con decienza. Inbece doppo tanti e tanti giorni di acua e cielo, cielo e acua, il bastimendo è trasuto dentro a un mare tutto marrò, eppoi dentro al porto di Buenossaire. Che non telo pozzo contare cuandè. Là ci stavano a spettare con granda condendezza papa e Ciccillo Tubbanaro, como lo chiamavano al paiese. Inbece qua si fa chiamare don Frazisco. 

Mò abbitiamo dentro a un grando paese che si chiama Burzaco e  tuttiggiorni andiamo col treno alla capitala, dove che papa fa il ciartiniere e io faccio il manovalo, e guadanbiamo noncemalo.

Ma cè senbre cuel dolore che abbiamo lassato i cari parendi che sietovoi, e la casa e la terra. Che sennò al paese nostro come poteva canbare tutta la famiglia? 

Cari zio e zia e cuggino vi abbracciamo a tutti, che sono il vostro carissimo nipoto e cuggino carnale

Carluccio

 

Oltre che mio cugino carnale e povero, Carluccio era stato mio compagno di giochi. Cosa che aveva preoccupato non poco i miei, perché lui era somaro e, due volte bocciato alla terza elementare, di andare a scuola non aveva voluto più saperne, manco se l’uccidevano di botte.

Aveva fatto il guaglione di potéca e messo alla disperazione tutti i potecàri del paese. Non parliamo poi dell’afflizione della madre, prima che il padre riuscisse a richiamarli entrambi in Argentina, dove era emigrato quando Carluccio aveva sì e no due anni e io manco ero nato.

La mattina che zia Lucietta tirò il catenaccio sulla porta lebbrosa di casa sua e consegnò la chiave a mia madre, tutti si abbracciarono e si misero a piangere. Pure Carluccio, fino alla corriera, davanti alla gente che guardava.

Io no. Io mi vergognavo e non sapevo se si dovesse piangere di contentezza perché quella partenza era una cosa buona, oppure di dolore perché era una cosa brutta.

Lo seppi solo dopo, nei mesi e negli anni a venire, fino a che anch’io non riuscii a salire con una valigia di cartone legata con lo spago su quella stessa corriera, per tutta un’altra storia.

Quando partì Carluccio, dunque, rimasi muto e intronato, per tanto di quel tempo che i miei genitori, impensieriti, mi portarono dal medico:

– Non tiene niente, non tiene niente ‘stu guaglione – sentenziò don Mercurio col lungo naso peloso sopra un fetido recipiente blu – è malattia di crescita. Un poco d’olio di fegato di merluzzo ogni tanto e gli passa.

Dunque ce l’aveva fatta, Carluccio, ad andarsene in quell’Argentina che  per noi due era stato un territorio di scorribanda immaginaria.

Prima che partisse, quando al paese giocavamo ancora insieme, ad ogni lettera che arrivava da quel lontano paese, vergata a nome del padre dalle ciampedimosca di Ciccillo Tubbanàro, zia Lucietta si presentava a casa nostra con l’aria dell’Addolorata dalle sette spade piantate nel cuore, lo scialle strettostretto sotto la gola, e si chiudeva in camera con mia madre.

Ne uscivano una mezz’oretta dopo, entrambe col naso rossorosso.

Allora si aggiungeva un altro capitolo all’epopea che Carluccio mi stava fabbricando nella testa. Mi raccontava per filo e per segno quello che c’era scritto in quell’ultima lettera: che il padre viaggiava sempre con un proprietario di vacche, di migliaia di vacche scapolate sopra una pampa che ci volevano giorni e giorni di cavallo, come facevano quei cowboy che ammiravamo nei giornaletti, ma con un altro nome: gaucios. Ripeteva che il padre attraversava foreste con serpenti grossi quanto il tubo della ciminiera, capaci d’ignòttersi un vitello sanosano; e c’erano montagne tanto alte che nessuno ce la faceva a incrapinarsi fino a sopra, da cui si gettavano certe cascate con una nebbia densa come il latte. Concludeva invariabilmente affermando che Buenossaire era almeno dieci volte più grande di Roma.

– Seeeh! – facevo io, perché non volevo arrendermi tanto facilmente all’incantesimo.

– Non ci credi? Non ci credi? Domanda allora a Filuzzo, che c’ha lo zio in Argentina, e a Fifìna Treccapìlli che là c’ha i cugini, e a Tiadòro Malaforbice…

La sua partenza era stata per me una specie di tradimento.

Appena arrivarono poi da Burzaco quei foglietti tanto sottili che ti scappavano di mano, in una busta dentellata di rosso e blu, mi vidi perso. Se non fosse stato per la firma sotto gli scarabocchi, non avrei mai creduto che fossero di Carluccio.

Burzaco? Dov’era Burzaco? Che razza di posto selvaggio poteva essere, se c’era il treno tutti i giorni?  E Carluccio non poteva farlo pure al paese nostro, il manovale? E come faceva lo zio Minguccio a passare fiumi e praterie a cavallo, se faceva il giardiniere?

Dopo un po’ non arrivò più nessuna lettera. E fu così che sull’immagine del mio compagno di giochi e di viaggi immaginari cominciarono a crescere nella mia memoria altre immagini e altre storie, come cresce la carne sopra una ferita profonda.

Qualche anno dopo, però, mio padre ricevette la procura a vendere la casa dei cognati, e andai con lui a sgombrare le ultime cianfrusaglie.

Di sotto al pagliericcio che era stato di Carluccio, mi capitò fra le mani un libro tutto spaginato e coloratissimo, con su scritto a caratteri grossi L’America Latina. Dentro, ingenui disegni pastello e poche righe di commento raccontavano di fiumi, pianure, mandrie, cavalli, gauchos, indios, foreste, serpenti, condor, giaguari, montagne, cascate e città.

Con quel libro, di cui avevo sempre ignorato l’esistenza, il mio cugino carnale Carluccio era arrivato in Argentina molto prima di essere partito dal paese.

 leggi il racconto in pdf carmine tedeschi, carluccio


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