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Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori, Giorgio Vasta/ Presente

Posted on: 26/01/2013

da incroci 26 – recensioni

Andrea Bajani, Michela MurgiaPaolo Nori, Giorgio Vasta

PRESENTE

Einaudi, Torino 2012.

di Marianna Comitangelo

 

C’eravamo abituati a credere che l’orfanità dello scrittore contemporaneo, come rottura del vincolo padri-figli e cessazione del patto di solidarietà tra i figli stessi, fosse un fatto inevitabile in una società che sempre più divide e allontana. C’eravamo fabbricati il mito, invero assai realistico, dell’intellettuale-monade, passato dal terreno di una ideale battaglia collettiva a quello di una simbolica sfida personale. Nell’era dei blog e dei social network qualcosa, bisogna ammetterlo, è cambiato. La condivisione dei propri “stati”, per usare una terminologia cara al popolo di facebook, la possibilità di postare link e commenti, di rendere il proprio profilo teoricamente visibile a chiunque, di abitare uno spazio, la rete, caricandolo di contenuti globalmente accessibili, se non rompono la barriera dell’incomunicabilità e dell’individualismo, fanno almeno del disagio sociale e del bisogno di combatterlo elementi di comune appartenenza. Si è trattato, per lo scrittore, della fuoriuscita da un lungo isolamento, al termine del quale, ritrovati i propri compagni di strada, egli pare avviarsi verso la costruzione di un nuovo e più radicale impegno. Dopo il Manifesto Trenta-Quaranta arriva Presente, forse il risultato più autenticamente letterario (dove l’aggettivo – penso a un’osservazione di Bajani – varca i confini dell’estetico per assumere una connotazione politica) di questa rinnovata comunione di intenti. Anche loro fra i trenta e i quarant’anni, gli autori di Presente, Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori, Giorgio Vasta, si alternano nel narrare il 2011, un mese ciascuno, a rotazione. Un esperimento unico, che oltre a mettere insieme le qualità di quattro tra i nostri migliori scrittori, realizza l’auspicio di una cultura come «bene pubblico», del «pensare e agire assieme deponendo egoismi e rivalità».

L’attualità politica si manifesta a intermittenze sullo sfondo delle esistenze individuali, protagoniste assolute del racconto e travolte in un flusso di coscienza che da bisogno si fa forma di conoscenza della realtà. Perché ogni singola esistenza non si rapprende nel grumo di un solipsismo schizoide e appartato, dove gli atti meccanici, i gesti quotidiani, i moti dell’animo e del pensiero si arrestano alla soglia del privato, ma dialoga con le altre, vi allude e vi riconduce, compone una trama in cui tutti, autori e lettori, prendono la parola e della parola fanno, contro ogni previsione, lo strumento della condivisione, della ricreazione di uno spazio e di un tempo a misura della prima persona plurale. La straordinarietà della letteratura è mostrare quanto siamo affini dopo avere sciorinato l’inventario delle differenze. Per questo Presente è romanzo, più che del “noi”, “nostro”, poiché è impossibile non sentire anche come nostri i dubbi, l’indignazione, la solitudine, gli struggimenti, le paure, le tensioni, i godimenti, le soddisfazioni di Bajani, Murgia, Nori, Vasta e, avvicinando di più la lente, puntare lo sguardo su quanto abbiamo di più “proprio”: il nome. Accade così di riconoscersi null’umorismo di Andrea, nella vulcanicità di Michela, nell’inquietudine di Paolo, nella profondità di Giorgio, di vederli a poco a poco materializzarsi, per usare una bella espressione di Vasta, «in carne e ossa e scrittura». Il diario si fa il luogo di una confessione insieme privata e civile, di un’intima, nel senso di non urlata e per questo più autentica, professione di militanza, perché c’è del politico nell’impegno a sfondare le superfici, a riscrivere la grammatica del tempo perduto, il presente, appunto, dopo aver provato a decifrarne i linguaggi occulti, nella rivendicazione del diritto a esistere («soffrivo di inesistenza», chiosa Bajani nel diario di settembre), nel restituire alle nostre vite il «sacro» (Nori), nel voler essere, come dice la Murgia, autori e non solo personaggi delle storie, della Storia che viviamo. Un libro a vocazione “comunitaria” (tutti i testi sono stati, non a caso, destinati al reading prima della pubblicazione) era ciò che ci aspettavamo e di cui avevamo bisogno in un panorama civile disgregato ma pronto, almeno dal punto di vista di chi lo racconta, a uscire dalla crisi e a porre le basi per la costruzione di un’azione futura. Si riparte dall’infanzia, non quella sublimata nel mito dell’innocenza, ma quella che sta alla realtà senza filtri, che dà scandalo con le sue esibizioni di verità e sensualità, crudele, a tratti,  come nell’episodio della piccola Marta che chiede a Giorgio di sparare al lupo mentre lei «lo taglia» per estrarne Cappuccetto e sua nonna, ma al tempo stesso capace di consegnare all’universo opaco degli adulti trame significative, un finale imprevedibile. Il 2011 si chiude sul balcone di un appartamento torinese, nella magia riposta sul fondo di un baule, nel soffio di Marta che dissipa i fantasmi del passato e rilancia la promessa del nuovo, di un tempo che riparte e ricuce, chi lo sa, il dialogo interrotto tra le generazioni.

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