incroci on line

Il territorio della virtualità e dell’ascolto

Posted on: 14/02/2013

una riflessione di Gianni Lenoci

Ospitiamo molto volentieri una riflessione su musica e improvvisazione di Gianni Lenoci, pianista compositore, coordinatore del Dipartimento di Nuove Tecnologie e Linguaggi Musicali presso il Conservatorio Musicale di Monopoli. Cogliamo inoltre l’occasione per ricordare che il numero 26 di incroci ospita “Quattro mani per quattro stagioni”, poemusica di Gianni Lenoci e Lino Angiuli: un incrocio di note e versi,  che saranno oggetto di una performance da tenersi presso il suddetto Conservatorio di Monopoli*.

Each life converges to some centre / Expressed or still; / Exists in every human nature /A goal, /Admitted scarcely to itself, it may be, / Too fair / For credibility’s temerity / To dare.

Ogni vita converge a qualche centro, / Dichiarato o taciuto. / Esiste in ogni cuore umano / Una mèta / Ch’esso forse osa appena riconoscere, / Troppo bella / Per rischiare l’audacia / Di credervi.  (c.1863)

 da Emily Dickinson, Poesie, traduz. Margherita Guidacci, Rizzoli, Milano 1979

La musica improvvisata è il territorio della virtualità. Essa è un campo aperto per nuove ed inaspettate esperienze.

Oggi quel territorio è diventato sconfinato. Come ne “La Biblioteca di Babele” di Borges, esso si diffonde in tutte le direzioni, non ha un prima né un dopo, non possiede né ricordi, né memoria.

È sempre aperto, totalmente presente, ma in attesa d’interpretazione.

La forma stessa si autogenera nella tela temporale del silenzio.

Diventa così necessario realizzare il processo di composizione istantanea interpretandolo come linee di fuga, molteplicità di livelli e segmentazioni, come gradienti di intensità e di assemblaggi.

Termini che Deleuze e Guattari hanno sviluppato per chiarire il modello di pensiero rizomatico, anarchico o schizoide in opposizione al tradizionale pensiero analitico occidentale (basato sulla metafora dell’albero e delle sue implicazioni generative) in cui l’utopia della riduzione del tutto ad un’unità fondamentale nega in realtà quella stessa natura che si vorrebbe imitare, poiché non considera il dualismo fondamentale tra soggetto e oggetto.

Rimbalziamo costantemente tra presenza e assenza di coerenza formale.

Ogni suono ha il potenziale di produrre cambiamenti significativi nel flusso della performance oscillando fra stati provvisori, permanenti e ricorsivi.

Il grado di oscillazione si rivela solo nel tempo reale dell’interazione fra musicista e pubblico.

L’ascolto (vorremmo dire, l’arte dell’ascolto) diventa così l’atto primario della (con)creazione musicale.

È il vero atto che restituisce senso (nella doppia accezione di direzione e di percezione col corpo e con la mente) alla cartografia continua che il musicista/improvvisatore compie nel territorio della virtualità.

Il senso verso cui convergere.

Niente è da vedere.

Tutto è da ascoltare.

E da accogliere.

In se stessi.

* per ascoltare una performance di improvvisazione eseguita dall’autore di questo contributo:

http://www.youtube.com/watch?v=oxRO2-_biwg

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