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Emanuele Trevi, IL LIBRO DELLA GIOIA PERPETUA

Posted on: 30/03/2013

da incroci 26 – recensioni

Emanuele TreviIL LIBRO DELLA GIOIA PERPETUA

Rizzoli, Milano 2010

di Marilena Squicciarini

 

La scrittura nitida e accattivante di Trevi, valsa una candidatura al Premio Strega 2012 per l’ultimo lavoro, Qualcosa  di  scritto  (Ponte alle Grazie, 2012), ci convince forse in maniera più incisiva nel romanzo precedente dell’autore e critico letterario, Il libro  della  gioia  perpetua. All’origine della narrazione, quella che non sembra affatto una coincidenza porta un manoscritto nelle mani di uno scrittore, di chi possiede la sensibilità per cogliere la straordinarietà del suo contenuto ma soprattutto della sua autrice: una bimba di otto anni, capace di utilizzare la scrittura come difesa dal mondo incomprensibile che la circonda, in grado di donare a chi legge, agli adulti che incontrano le sue pagine, quella serenità che gli adulti della sua vita non sanno darle.

Nello spazio concesso dalle pagine del suo quaderno, la piccola Chiara narra in maniera esatta e limpida le vicende quotidiane di Clara e Riki, due bambini di Lossiniere, favolosa località al di fuori del tempo e dello spazio. Il contrasto con la periferia di Napoli inondata dalla spazzatura, dove Chiara vive, è stridente. Il disagio della piccola, tuttavia, proviene dall’ambiente famigliare: nemmeno la sua famiglia adottiva è riuscita a colmare il vuoto d’affetto che porta con sé dalla nascita. Unici punti di riferimento sono per lei la bambinaia, la signora Gomes, e la maestra, la signora Mastellone. Ciò che distingue le due donne è la loro capacità di fermarsi ad ascoltare le sussurrate richieste d’aiuto della piccola, di leggere i taciti rimproveri che provengono dai suoi occhi troppo svegli e che trovano spazio sulla carta.

Emanuele Trevi, anche protagonista del testo che leggiamo, ha la fortuna di sfogliare quel piccolo capolavoro proprio in un momento di totale disorientamento all’interno della sua esistenza, allorché una subdola malattia del sonno si fa spia di un disagio più profondo. Il Libro di Clara e Riki gli regala una nuova occasione, con la sua capacità di soffermarsi sul valore della vita di sempre, parlandogli in maniera più efficace di qualsiasi altro testo letterario, tanto che diventa per lui «il Libro». Il nostro coglie fra le sue pagine un’importante verità: «Non molto diversamente da quella del moto, anche la perpetuità della gioia è poco più che una figura retorica, un paradosso, un bene che non fa parte di questo mondo. […] il Libro, senza sfidare in campo aperto tali convinzioni, le corrode sottil- mente. […] quello che non smette di suggerire, è che la natura più intima della vita – si trema solo ad annunciare una tale follia – corrisponde a una condizione di appagamento, felicità senza minacce, reciproco amore» (pp. 187-188).  Il diario incantato di Chiara ricorda al suo lettore di godere dei momenti più puri di felicità che la vita offre e di cercare in quei momenti il senso della propria esistenza. Proprio come fanno Clara e Riki alla vigilia di Natale: si fermano ad osservare la neve cadere: «Non sono mai stati così felici, e forse non lo saranno più come in questa notte d’inverno, circondati da tutto ciò che amano e da cui sono amati. Se anche solo una minima scheggia dell’incosciente felicità in cui fluttuano si conserverà in loro, puntina di brace viva sotto i cumuli di cenere del tempo, di cosa potrà privarli la grande ladra, l’esperienza?» (p. 190).

La scrittura si fa portatrice di una riflessione su se stessa e sulla sua capacità innata di essere fonte di senso e trincea contro la fatica del vivere. Qualità che Trevi scorge anche nel prodigio di una piccola scrittrice. Testo che, in un sapiente intreccio fra verità e finzione, l’autore riporta in appendice, con le sue immagini e la sua scrittura elementare: si tratta, in realtà, di un quaderno realmente esistente, operetta infantile della scrittrice e conduttrice radiofonica e televisiva Chiara Gamberale, moglie dello stesso Trevi, che lo assume come miracolo di un incontro fortunato fra perfezione artistica e innocenza.

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