incroci on line

Cari saluti da Italo

Posted on: 05/05/2013

 

di Domenico Ribatti

Come variazione sul tema proposto in «incroci» 26 (Sillabario dell’amicizia), in cui si passavano in rassegna alcuni pensieri sulla relazione amicale firmati da diversi autori, si offre qui una silloge delle chiuse di alcune lettere di Italo Calvino, cronologicamente selezionate tra quelle pubblicate da Einaudi nel 1991 nel volume I libri degli altri a cura di Giovanni Tesio.

Mi pare che questi brevi pensieri possano esprimere meglio di fumose, pompose ed imperiture testimonianze,  il senso dell’amicizia che legava Calvino ai suoi “colleghi”, lui che per sua stessa testimonianza il massimo della sua vita l’aveva dedicato ai libri degli altri e non ai suoi, traendone pure soddisfazione.

 Ad Elio Vittorini, 5 febbraio 1953: Ciao. Stammi bene.

 A Raffaele Brignetti, 11 giugno 1953: Lavora. Fatti vivo. Coi migliori saluti.

 A Domenico Rea, 13 marzo 1954: Laconicamente tuo.

A Mario Ortolani, 7 agosto 1954: Sta’ in buon animo e presto rimettiti a scrivere: scriveremo perché ci piace, soprattutto, anche se si fa fatica. Cari saluti.

A Franco Fortini, 15 maggio 1956: Pastore d’anime, tu non puoi rifiutarti mai di salire sul pulpito e spiegare il vangelo. Io appaio solo nelle feste, vestito da diavolo, dico sconcezze, fustigo i costumi e vengo cacciato a urlacci. Ciao.

A Mario La Cava, 3 gennaio 1957: Scrivici qualcosa subito. Ti saluto con viva amicizia, e ti faccio i migliori auguri per il nuovo anno.

A Lalla Romano, 24 gennaio 1957: Difendo invece la qualifica di intimista che non è affatto un’“accusa” e che (sebbene tutta la letteratura in cui ci muoviamo, vuoi autobiografica, vuoi simbolica, possa essere detta intimista) si adatta molto bene alla tua voce. Una voce che mi è molto cara.

A Elena Craveri Croce, 14 febbraio 1957: Sto scrivendo il Barone rampante: un uomo del Settecento che passa tutta la sua vita arrampicato sugli alberi. La saluto con amicizia. 

A Franco Fortini, 28 maggio 1957: Più le cose del mondo vanno bene, meglio si scrive! Evviva!

A Franco Fortini, 28 gennaio 1958: La tua lettera mi pare approdi alla saggezza, ma pagandola con troppa tristezza individuale. Ci sono già tante ragioni di tristezza storica: perché vuoi anche essere triste di tuo? Cari saluti.

A Pietro Citati, 19 novembre 1958: Verrai per Natale? Ti vedrò volentieri. Cari saluti.

A Beppe Fenoglio, 19 dicembre 1958: Dopo le feste si combina una sera, e se fai un salto a Torino non cascherà il mondo. Siamo intesi? Intanto abbi i più calorosi auguri di buone feste e buon anno.

A Beppe Fenoglio, 30 gennaio 1959: Confido sempre in te, nella tua amicizia e chiarezza.

A Natalia Ginzburg, 12 maggio 1961: Io forse non scrivo più e vivo bene lo stesso.

A Luciano Bianciardi, 7 settembre 1962: Vedo il tuo libro annunciato dalla pubblicità di Rizzoli. Sei diventato matto?

A Lucio Mastronardi, 3 ottobre 1962: Aspetto con grande curiosità il prossimo romanzo. Lavora e distraiti il meno possibile con altra roba. Un caro saluto.

A Goffredo Parise, 14 gennaio 1964: Quindi non mi sento incoerente approvando la tua ispirazione al silenzio e nello stesso tempo augurandomi di leggere presto (e pubblicare) un tuo nuovo libro nato appunto da questa ispirazione. Un caro saluto, tuo Calvino.

A Lalla Romano, 16 marzo 1964: Fa piacere trovare conferma che in mezzo a un mondo letterario dove tutti perdono la testa o in qualche modo inscemiscono, tu sei una persona seria, che continui una tua storia, una tua linea. Ti saluto con amicizia.

A Mario Pomilio, 13 maggio 1964: Fare leggere il manoscritto in giro a qualche amico, questo sì. Non si scrive se non per essere letti. Tra questi amici voglio che tu mi consideri, malgrado anzi in virtù della sincerità di questa mia. Cordialmente.

A Domenico Rea, 13 maggio 1964: La vita letteraria è come la vita militare. Finché si è giovani si può sopportare, con le sue soddisfazioni e insoddisfazioni. Ma non va prolungata per tutta la vita: viene l’ora di chiedere il congedo. Queste sono le uniche “novità” degne di nota che so darti di me. Ti spero bene. Un caro saluto.

A Giuseppe Bonaviri, 12 gennaio 1965: Ti auguro un anno buonissimo, per la salute, il lavoro, la letteratura, la famiglia e tutto.

A Giuseppe Bonaviri, 10 gennaio 1966: Vedo che anche quest’anno mi hai fatto un regalo per Natale. Non t’avevo già detto l’anno scorso che viviamo in un mondo brutale in cui queste gentilezze sono fuori luogo? Cosa vuoi che ti dica ? Ti sono grato, ma sono anche a disagio, come sempre quando ricevo un regalo, io che di regali non ne faccio a nessuno né mi viene mai in mente di farne. Ricordati l’anno venturo: i regali sono proprio sprecati con una specie di bruto come me refrattario a ogni rapporto umano! Tanti auguri e cari saluti.

A Primo Levi, 12 febbraio 1974: Spero di rivederti presto.

 

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