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Giuseppe Lupo, VIAGGIATORI DI NUVOLE

Posted on: 14/05/2013

 

Giuseppe Lupo, VIAGGIATORI DI NUVOLE

Marsilio, 2013

di Lino Angiuli  

Più volte Giuseppe Lupo, originario della Basilicata da anni trapiantato a Milano, ha dichiarato e manifestato l’appartenenza alla linea progettuale prepotentemente segnata dalla narrativa del suo conterraneo Raffaele Nigro, il che mi fa spontaneamente venire in mente quanto scrivevo proprio a proposito dei primi romanzi di quest’ultimo. Scrivevo che, nell’ambito dell’orizzonte culturale meridionale (l’orizzonte in cui scrivono e s’iscrivono le penne di entrambi), con la parola storia è chiamata anche la fiaba popolare, quella sorta di racconto orale in cui la fantasia riesce a liberare tutta la sua capacità di reinventare il mondo attraverso una fabula che generalmente reca, insieme con l’evidente contenuto ludopedagogico, un’istanza morale e persino una weltanschauung.

Anche in questo recente Viaggiatori di nuvole edito da Marsilio, così come nei precedenti, Lupo riesce a realizzare un mix sorprendente di eventi storici, tracciabili e databili (1499 e dintorni), e di invenzione fantastica. La miscela tra le due sfere e le due ottiche è talmente radicata nella mente dell’autore, da fargli evitare la diffusa pratica narrativa che generalmente colloca le invenzioni in primo piano rispetto al fondale della Storia “avvenimentale”. Questi viaggiatori – difatti – si muovono in un paesaggio narrativo in cui storia reale e fantasia, grazie a una serie molteplice di rimandi reciproci e scambi biunivoci, determinano un unico amalgama: esito – questo – reso possibile dall’adozione di uno sguardo antropologico che fa da focus, da sottotesto e sovratesto, all’intera narrazione.

Lasciando al lettore il piacevole compito di scoprire le carte di un intreccio assai originale e suggestivo, mi piace qui evidenziare un paio di elementi che conferiscono originalità a un romanzo scaturito non solo dalla fervida fantasia dell’autore (già precedentemente e felicemente sperimentata) ma anche da suoi accurati scandagli tra carte e documenti minori, tra macro e microstoria. Mi riferisco, in primo luogo, a un dato strutturale ovvero alla scansione del romanzo in tre parti: la prima è dedicata a un personaggio impegnato nell’inseguimento di una traccia indefinita e misteriosa; la seconda riguarda il personaggio oggetto della ricerca; la terza mette insieme le due piste e, con una serie di trucchi narrativi, le spinge alla ricerca di un probabile incontro che potrà avvenire solo in chiave allegorica, all’incrocio tra sogno e realtà. Orbene, a differenza delle macchine narrative che muovono da un punto A e tendono verso un punto B lungo uno sviluppo piuttosto univoco, la soluzione adottata da Lupo (una linea A e una linea B che tendono verso un punto C dove fare reciprocamente i conti) non solo è originale, ma produce una sorta di suspense che stimola notevolmente la curiosità del lettore, irretito in trame che riescono a mettere insieme Leonardo da Vinci e un clan di ebrei convertiti, alcuni strani prodigi e la guerra tra Francia e Spagna, lungo un itinerario che si sposta da Venezia a Mantova alla Francia ad Atella (comune potentino che ha dato i natali anche a Lupo, oltre che ad alcuni personaggi e paesaggi del romanzo).

Un’ultima, necessaria, considerazione va fatta a proposito della lingua utilizzata: un mix che fa da pendant alla miscela di cui si diceva sopra, attraversato da lacerti plurilinguistici resi con una tecnica particolare che trascrive le parole straniere così come si pronunciano, il che – tra l’altro – contribuisce a ridurre le distanze tra narratore e narrato, all’insegna di una pervasiva oralità.

La lingua, da questo punto di vista, è la coprotagonista dell’intero romanzo, e le parole, alla stregua dei sogni, delle fantasie e delle memorie (tutto ciò che una volta si chiamava “fola”) attraversano la vita e le vite riempiendole di sangue nonostante la loro immaterialità.

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