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Cesare Viviani/ INFINITA FINE

Posted on: 28/05/2013

da incroci 26 – recensioni

Cesare Viviani, INFINITA FINE

Einaudi, Torino 2012

di Jole Silvia Imbornone

 

 

L’uomo e la natura, il corruttibile e l’eterno, il finito e l’infinito: Cesare Viviani in questo volume prosegue la riflessione sulla vita e la morte di Credere all’invisibile (2009), raccogliendo versi sparsi sul quotidiano, sfogliandone le stagioni individuali e sociali per interrogarsi sull’identità e i valori dell’uomo, ma anche sulla sua condizione ultraterrena. Il poeta si serve di interrogative, esclamative e incisive affermazioni o annotazioni in brevi componimenti che isolano i pensieri, regalando loro un’aura sospesa ed insieme assoluta, allorché li privano della cornice del contesto di un “prima” e un “dopo”, che logicamente li completerebbe, e che invece resta ignoto, eppure comprensibile ove si ricompongano le tessere dei richiami tematici e lessicali.

Fin dai versi riportati anche sulla copertina, in uno stile sintetico, asciutto e ancora una volta aforismatico, che continua e approfondisce la scelta di un registro semplice, prosastico e colloquiale (operata soprattutto da La forma della vita in poi), si evidenzia l’incalzare del tempo, che «silenzioso deteriora / le nostre ossa» (p. 27) e sembra perseguitare l’uomo fin dalla nascita; da- vanti alla prospettiva della consunzione, in vita e in morte, l’uomo per Viviani ha due possibilità: rallentare e risparmiare le energie, rifugiandosi tra piaceri e pensieri semplici e lasciandosi guidare dalla paura più che dall’audacia che espone ai rischi, oppure opporsi allo stillicidio di una progressiva, lenta distruzione operata dal tempo e auspicare una più «rapida dissoluzione» delle membra dei defunti e, da vivi, consumarsi velocemente, non rimediando alla «fatica» (p. 23) e dedicandosi all’unica attività che sembra nobile in un’ottica che vada al di là della gloria umana, cioè il servire. Secondo lo scrittore infatti i giovani scelgono se «dominare  o servire» (p. 13), ovvero se alimentare la propria autostima trattando «i servi come animali» (p. 30), se sfruttare, calpestare gli altri, camminare sul loro corpo pur di raggiungere il successo, oppure preferire l’umiltà dei lavori manuali, l’azione e la fatica che portano a buoni frutti ben più dei pensieri e delle intenzioni, «anteporre / la vita dell’altro alla propria» (p. 36) e vivere quasi nascosti nel silenzio, ma seguendo principi che varranno molto di più davanti al «sommo giudice» (p. 69). Non sono d’altronde per Viviani i grandi gesti o le grandi opere, l’ingegno o la forza della parola a impedire che l’uomo scompaia come «nebbia in dissoluzione» (p. 67), a rimanere ed essere ricordate nel tempo, ma, emblematicamente, sono gli oggetti rifiutati o ignorati ad essere «vincenti, permanenti» (p. 55).

Gli uomini, a detta del poeta, assegnano una moralità a coloro che possiedono oro e diamanti e tributano loro ammirazione, ma anche «i re e le regine» sono composti di carne fragile e corruttibile e sono ben altre le «verità a cui appigliarsi», ovvero «il sentimento, la natura e Dio» (p. 137). L’amore si manifesta in queste liriche come affetto impotente dinnanzi alla malattia o come legame ultraterreno, che si configura come ricordo intermittente o «amore / che nessuno può capire» (p. 141), sfida opposta alla condanna al distacco e alla distanza.

In questa raccolta, che si condensa quasi in formule dal sapore sapienziale, la natura appare invece in tutta la sua superiorità rispetto all’uomo, che si limita a costruire sul terreno, seguendone il profilo, ad osservare il territorio e riportarlo cartograficamente, senza poter dare «ordine alla terra» (p. 49), oppure ancora a provare a prevedere le condizioni meteorologiche, sperando di non essere in balia di pericoli; lo splendore del creato è tale che fa presupporre l’esistenza del creatore e sopravvive alla finitezza umana.

La bellezza d’altronde,  anche quando è temporanea e ingannevole, sembra il solo argine da contrapporre al tempo. Non solo la natura e la terra, «vero corpo mistico» (p. 77), che l’uomo abita solo in qualità di ospite, ma anche le cose, nella loro solidità e stabilità, appaiono andare oltre la limitata esistenza dell’uomo, che si fa a sua volta oggetto sulla terra allorché muore, per poi confluire, dopo «la sosta nei cimiteri», in un «centro di raccolta» di «clandestini» «senza corpo, senza volto, senza espressione,  / senza nome» (p. 140). Viviani allora si sofferma ancora su cosa sia la morte; se il male è infinito, «infinita» è anche «l’attesa di un Salvatore», ma la salvezza si identifica proprio con «la fine del dominio e dei beni» (p. 32), con la pace e quindi con la morte, che può sembrarci «uno scatto» ed invece «non ha misure» (p. 57): è appunto un’infinita fine per «noi particelle invisibili sospese, / incoscienti, prive / di ogni disegno e destino» (p. 61).

Nella sua indagine, il poeta evidenzia, come nell’opera precedente, i limiti della ragione e della conoscenza umana: riproponendo il binomio dell’Invisibile come luce-buio, egli ricorda che si può cercare di raggiungere la vetta di un monte, senza potersi però avvicinare «di un millimetro / al sole, al padreterno»  (p. 97); l’«infinito» inoltre può essere identificato con una serie infinita di cieli, ma anche con «lo spegnersi delle stelle, / e dello sguardo / per sempre» (p. 120). E se appare il dubbio che tocchi solo a «pochissimi» una «vita ultraterrena» (p. 117), o che la salvezza vada cercata non in «alto», nel cielo, ma «in basso / là dove non c’è luce» (p. 145), nella terra «opaca» che accoglie le spoglie mortali, nell’ultima pagina del volume sembra affiorare una certezza: la scienza, la tecnologia e le «chiacchiere» non hanno saputo dominare la natura e la terra, che «risponde / finché la coltiviamo, altrimenti / restituisce solitudine». Allora l’invito conclusivo del poeta, in un itinerario che appare più filosofico che religioso e connotato da una concezione della poesia come consolazione, espressa fin dai saggi di Il mondo non è uno spettacolo (1998), è quello di tornare a «credere alle divinità»: esse «ci accompagnano  generose / dalla mattina alla sera, / parlano con noi, consigliano, / e rendono sopportabile il silenzio, / l’abbandono, la fine» (p. 151).

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