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L’Inferno è una noia

Posted on: 17/06/2013

 

Copertina D. Brown, Inferno

Dan Brown, Inferno, Mondadori 2013

di  Daniele Maria Pegorari

Contrariamente a quanto il barzellettiere ama dire, l’Inferno non è affatto divertente: adulteri sporcaccioni, bulimici impiastricciati, irascibili attaccabrighe, mangiapreti impenitenti, bestemmiatori che manco gli scaricatori di porto, maestri pedofili, truffatori incalliti, diavolacci scorreggioni, sono buoni per gag da quattro soldi, da contrapporre alla presunta ordinarietà delle carole da teatro metafisico e dei cori angelici propri del Paradiso. In realtà il messaggio che bisognerebbe raccogliere dal Poema di Dante è che l’Inferno è il luogo della noia, poiché ogni anima vi è condannata all’immutabilità, all’espulsione dal tempo e dallo spazio, nei quali soli è possibile giocarsi il proprio destino. L’Inferno di Dante è, dunque, il racconto che rende avvincenti, e solo per l’abilità del suo autore, episodi i cui protagonisti hanno perso ogni significato e ogni bellezza, e sono prigionieri per sempre del regno della noia.

L’Inferno di Dan Brown, invece, è il romanzo che rende noioso ciò che altri narratori avrebbero scritto con più ritmo, più mistero, più sensatezza e in meno pagine. Esso è quanto di più stolido la narrativa americana abbia prodotto in tema dantesco nel sec. XXI. Il Sommo Poeta qui non funziona affatto come chiave dell’enigma (che riguarda la collocazione di un vettore virale in una cisterna di Istanbul, che sarebbe capace di indurre una modificazione genetica di dimensioni planetarie nell’arco di pochi giorni) e in questo la storia si differenzia dai tanti romanzi in cui la Commedia è il palinsesto che regge la vicenda di un crimine o la ricerca di senso del protagonista (penso a Operazione Inferno di Lovett, La mano di Dante di Tosches, Dante game di Langton, American Purgatorio di Haskell e soprattutto Il circolo Dante di Pearl).

Brown è solo un esperto di bric-à-brac, cresciuto con i dizionari a dispense delle edicole e oggi reso felice dalla generosità di Wikipedia. Se non conoscessi l’esempio dei cinque romanzi americani su ricordati (e non sto parlando di Moby Dick e del Grande Gatsby) mi convincerei del topos del letterato yankee, piuttosto incolto e in difficoltà quando deve confrontarsi con i modelli della vecchia Europa. Davvero ridicola, per esempio, è la parte in cui Inferno racconta l’esperienza della conferenza dantesca presso un’Accademia viennese tenuta dal protagonista Langdon, un concentrato di sciocchezze e di banalità che un professore di scuole medie delle nostre parti avrebbe un certo pudore a mettere insieme: nessuna accademia viennese avrebbe bisogno di una frase complimentosa di Michelangelo per esser convinta della grandezza di Dante, cosa della quale si preoccupa, invece, lo sprovveduto Langdon. E risulta insopportabilmente kitsch la contaminazione fra la Commedia e il noto mistero del ‘Cerca Trova’ scritto da Vasari in un suo affresco a Palazzo Vecchio a Firenze, che Brown deve aver letto in qualche magazine d’oltreoceano, ma nemmeno di sfuggita si ricorda di metterlo in relazione col caso della leonardesca Battaglia di Anghiari, come invece avrebbe fatto qualunque romanziere pratico di enigmi storico-eruditi.

Al termine della lettura rimane una sensazione di affanno, forse per simpatia (!) nei confronti dei personaggi che corrono e si inseguono in continuazione, come morsi da una tarantola (o chissà, inseguiti dai Malebranche), si sparano (ma tanto era a salve), si intrufolano in pieno giorno nel Battistero di Firenze (fuori orario, ma siamo in Italia, chi vuoi che controlli), a turno guardano il video di un terrorista chimico (e ogni volta Brown ce lo racconta di nuovo, non sia mai che il lettore se lo sia dimenticato), trovano aerei da Firenze a Venezia e di qui a Istanbul senza fare check-in (tanto sono aerei dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che per Brown è più potente ed efficace della Cia, del Kgb, della Stasi e del Mossad messi insieme), poi si ficcano in un pozzo pieno d’acqua che vaporizza un agente chimico, ma non soffocano (mica sono stupidi come quegli operai molfettesi che amano respirare l’acido solfidrico delle cisterne): e tutto ciò che hai letto in 530 pagine è accaduto in un solo giorno infinito, in cui Langdon non mangia e non va nemmeno in bagno (visto che è così dettagliato, Brown ce l’avrebbe detto).

Finito di leggere questo libro, ho iniziato a leggere lo struggente Amianto di Alberto Prunetti: e ho capito che la realtà, invece, non annoia mai.

 

                                                                                                             

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10 Risposte to "L’Inferno è una noia"

[…] L’Inferno è una noia di Daniele Maria Pegorari Il professor Pegorari, italianista e studioso dell’opera di Dante, commenta (o meglio satireggia) Inferno, il best-seller di Dan Brown: “romanzo che rende noioso ciò che altri narratori avrebbero scritto con più ritmo, più mistero, più sensatezza e in meno pagine. È quanto di più stolido la narrativa americana abbia prodotto in tema dantesco nel sec. XXI”. (https://incrocionline.wordpress.com/2013/06/17/linferno-e-una-noia/) […]

[…] ho mai letto nulla di Dan Brown. E, deliziandomi con la rigorosa e interessante recensione che ne ha realizzato Daniele Maria Pegorari, dantista straordinario, autore di Il codice […]

Senza voler attivare fantasie censorie, ma visto anche che tutti sappiamo che il libro non è un oggetto indifferente, così come non è un’azione senza conseguenze la lettura, penso che una biblioteca pubblica non possa accontentarsi della democraticità della offerta, ma debba farsi anch’essa soggetto promotore o orientatore di letture. Con tutta la delicatezza che questo ruolo richiede. Quanto in effetti lo si fa? Lo fanno di più le grandi librerie/case editrici con iniziative sempre meritevoli anche segli obiettivi non sempre sono perfettamente esemplari. Mi piacerebbe potermi ricredere. Funziona di più – ma possiamo accontentarci? – il passaparola. P.S.: ovviamente ho preso nota di “Amianto”.

Povero Dan Brown, ma non avete proprio compassione? Non vi seduce una storia che vi porta così lontano dalla realtà brutta e cattiva dei nostri tempi verso una realtà più brutta e più cattiva, così che ritorniate coi piedi per terra dicendo menomale? E non vi stuzzica proprio l’idea che tale operazione a stelle e strisce frutti bei tornesi a chi la imbastisce, a chi la imbastardisce e a chi la ammannisce alla vostra immaginazione, immaginandola esausta; alle vostre menti, credendole credule; alle vostre giornate, vedendole noiose? Ma non avete un minimo di riconoscenza!

Be’, in effetti, visto così il romanzo di Dan Brown, quasi quasi merita una candidatura al premio Nobel, ma non quella per la Letteratura, bensì quello per la Pace! Grazie, Carmine, per la tua salutare ironia.

Allora mi sa tanto che circola un gran bisogno di noia, considerato che i libri di Dan Brown sugli scaffali di una Biblioteca pubblica non si trovano quasi mai: tutti al prestito. Che amarezza!!

Da un certo punto di vista può farmi piacere che qualcuno non voglia spendere i propri pochi soldi per comprare Dan Brown, scegliendo di leggere i suoi romanzi dalle copie gratuite delle biblioteche. In fondo, a parte il fatto che “Inferno” è, secondo me, proprio brutto, altri romanzi del genere possono essere letture distensive e divertenti: e io non ho niente contro la letteratura popolare. Insomma è come ascoltare Tiziano Ferro anziché Bach: non ti fa crescere culturalmente, ma male non fa, anzi… Però, mi viene da chiedermi: perché diavolo una biblioteca pubblica spende i suoi magri fondi per questi libri di (legittimo) consumo, anziché provvedere a “rifornire i granai” con i libri più importanti che non sono sostenuti dalla grande editoria e non circolano a sufficienza? Non sarebbe compito di un servizio pubblico fare “le cose difficili”?

Intanto grazie per aver accostato la Biblioteca pubblica ad un granaio, come la grande Yourcenar di Memorie di Adriano: «Fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l’inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire», ma il ruolo di una Biblioteca “pubblica”, che possa definirsi tale, è anche quello di accontentare la richiesta dell’utenza che viene a chiederti il Dan Brown di turno, così come l’ultimo Saviane, Fabio Volo e Pasolini, le Cinquanta sfumature…. e Un popolo di formiche. E vivaddio, direi, perché comunque leggere – come lei sottolinea – è tutta salute, sempre e comunque, indipendentemente dai gusti. Pertanto, anche il dispendio delle risicate risorse economiche a nostra disposizione, è finalizzato all’attuare una sorta di par condicio editoriale che vede accontentare l’utenza con i palati e gli interessi più disparati, senza per questo trascurare – nei limiti del possibile – l’acquisto di opere “importanti”, come lei ben dice. Insomma, si fa quel che si può, consapevoli che «contro gli inverni dello spirito» le biblioteche possono fino a un certo punto, ma ce la mettono tutta fare, se non una calda estate, almeno una tiepida primavera

in fin dei conti, bisogna solo imparare a difendersi dalle sirene!!! sirene??? mi spiace ma questo appellativo è sprecato per cotanta americanata. chiamerei dan brawn un harry potter per adulti editorialmente addomesticati ed eteroguidati. mi fermo qui
lino angiuli

Ho sempre guardato con sospetto gli scaffali dei best sellers. Troppo colorati, troppo ammiccanti, francamente eccessivi nel loro offrirsi ad un pubblico di lettori ormai quasi del tutto privi di palato. Amo i libri timidi, che si nascondono alla vista, che ritrovi a fatica, una volta superate le insidie dei loro fratelli imbellettati. Ho evitato accuratamente, quindi, di leggere Inferno di Dan Brown e devo essermi persa altri incredibili campioni di incassi. Perché questo è un best seller. Un libro che vende. Più degli altri. Non perché sia scritto meglio, più interessante, più avvincente: ma perché qualcuno ha decretato che dovesse rappresentare il non plus ultra. E se poi ne viene fuori un film, siamo davanti ad un Nobel per la letteratura. Come minimo. Appartengo a quella schiera di lettori resistenti, anche un po’ militanti, che con insistenza persegue l’obiettivo della scrittura come forma d’arte. Quando il libro perde la sua identità di opera d’arte si tramuta in merce ed equivale ad un salame, un prosciutto, una lavatrice o una cravatta. Un qualsiasi oggetto in grado di avviare la catena inarrestabile del mercato. Non amo leggere salsicce, prosciutti o cravatte. E la lavatrice, per quanto utilissima ed insostituibile, non può competere neppure con una frase perfetta che rimane scolpita nella tua mente (la lumaca dimidiata di Michele Mari, il risveglio di Gregorio Samsa, il celeberrimo incipit di Ubu roi di Jarry…). No, non leggerò questo Inferno. Confortata dalla recensione di Daniele, eviterò le Sirene senza bisogno di farmi legare. Le parole, quelle più belle, quelle capaci di risvegliare l’entusiasmo e la passione per la scrittura, le cercherò negli autori che ho imparato ad amare e in quelli che ancora non ho scoperto di amare. Quegli autori che si nascondono, che non gradiscono occhiate superficiali e letture da spiaggia. Colgo il prezioso suggerimento finale, correndo (non inseguita!) a comprare “Amianto” di Prunetti. So che sarà una bella avventura.

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