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Ripida erta

Posted on: 20/06/2013

 

a proposito di Herta Muller, In viaggio su una gamba sola

di Esther Celiberti  

 

Irene, protagonista di “In viaggio su una gamba sola”, passa dalla Romania alla Germania occidentale. In patria ha già conosciuto Franz che ubriaco parla tedesco con i bambini: “c’era stato un contatto. Un contatto con uno straniero. Un contatto proibito”. Nel dialogo con il responsabile dell’Ufficio immigrazioni gli dice di pensare spesso al passato ma di non avere nostalgia anche se un barista la definisce “di un altro mondo”. Ha fatto richiesta di espatrio e per un personaggio problematico come lei lo sradicamento ha una doppia valenza:dentro di sé e fuori, nel mondo.” Ognuno di quelli che parlavano a voce alta nella sala d’attesa portava in gola anche un’altra persona. Irene conosceva bene l’altra persona che avevano in gola”: gli sguardi dei fuggiaschi dicono la soggezione, il parlare con il dolore di un altro dentro di sé.    

La miseria dei rifugiati trabocca nei negozi della Flottenstrasse con le scarpe da pochi soldi nelle ceste dei supermercati,distanza che permane anche quando si  spostano in un altro luogo: “Facce dell’est, pensò Irene. Riconobbe quel tipo di stanchezza che non dipende dal lavoro e nemmeno dal riposo”, marchio fisiognomico di povertà e disagio all’ammasso come quello della donna che prova le scarpe ed ha i calzini bucati.

“In questi luoghi crescevano le erbe tipiche dei posti dove non abitava nessuno: ortica, cardi, millefoglie. Per Irene queste erano le erbe dell’altro paese. Si spaventò nel vedere qui in città le erbe dell’altro paese. Ebbe il sospetto di essere stata lei a portarle dentro la testa. Per rassicurarsi che le erbe non fossero pura immaginazione, le toccò. Ebbe anche un altro sospetto. Quello di mantenere in testa una nostalgia piccola e dispersa, per non doverla ammettere. Di tradire la nostalgia nel momento in cui saliva. E per soffocarla di costruire edifici di pensieri sopra i sentimenti”: anche a volerlo seppellire per evitare il turbamento, l’altro paese emerge nei dettagli, in un campo visivo che non può ignorare il passato. All’arrivo della lettera di un’amica ne riconosce la carta. Le lettere giungono censurate e raccontano solo quello che si può dire, essendo inquietante “amministrava la sua nostalgia suddividendola in paesaggio e stato, in autorità e amici. Era l’amministrazione di una mezza vita: schedari muti conservati in librerie straniere” ma non riesce completamente a dominarla, qualcosa si smaglia, avverte il vuoto, teme che un elemento possa cedere facendo franare l’impalcatura della razionalità.

Il fantasma del potere appare  più volte nel testo come nella figura del dittatore che calpesta le camicette, del funzionario che la interroga, nella paura che ritorni un regime totalitario:”Uomini in uniforme avrebbero sequestrato le merci dagli scaffali. E nei giornali sarebbero apparse le leggi dell’altro paese”, sogna di essere interrogata dal responsabile dell’accoglienza profughi e poi da quello della metropolitana cui risponde nella lingua dell’altro paese: “il responsabile aveva afferrato Irene per il gomito: “Proprio come pensavo. Parla tedesco soltanto quando viene da me in ufficio”, anche di notte si sente spiata.

Irene è nell’ufficio del Ministero dell’Interno a richiedere la cittadinanza, qui la scrivania della segretaria è frontiera da una lingua all’altra, confine fra l’oracolo del potere ed il supplice. Irene è una madonna laica in attesa. Chiedere quanto tempo ci vorrà, le viene detto, “non l’aiuta ad accelerare la pratica”. Meccanismi giudiziari e macchine della legge, cari a Kafka ed a Durrematt, inarcano queste pagine.

“Le fermate si trovavano dall’altra parte del muro, dentro l’altro stato. Sulla striscia spoglia, dove non cresceva niente, nemmeno l’erba, dove al posto degli occhiali c’era il binocolo…. e sulla pelle toccò una mano straniera quando Irene si toccò la faccia”: questa situazione berlinese di città-matrioska raddoppia, duplica il passato di Herta Muller  che ha vissuto in un’enclave rumena dove la lingua tedesca era l’altra parte e non il muro o il confine dove le cause dell’infelicità erano evidenti. Paradossalmente associa la moglie del dittatore dell’altro paese a Rosa Luxemburg: mentre “nel paese dormiva la miseria” la donna la sera “camminava accanto al dittatore per le stanze della villa. Cercava fra le numerose stanze un posto sicuro per il suo sonno”. Irene è accolta da una città dove “nelle case più belle è stato torturato qualcuno”. Topografia del terrore.

La riflessione la catapulta a straniarsi, a vivere lo sdoppiamento: “e lì ,nel solco tra naso e bocca, c’era una sconosciuta. Una sconosciuta si era insinuata nella faccia di Irene. La parte sconosciuta della faccia di Irene apparteneva all’altra Irene”, il doppio dell’inquietudine. E quando ritira le fotografie dalla macchina automatica scopre che anche lì c’è l’altra Irene e mentre si trucca pensa “sempre un’altra persona dietro questa faccia”.

Spettatrice e voyeuse dei quadri che si materializzano ai suoi occhi, guarda le vite degli altri come sequenze, la realtà si snoda come un film e per strada si mescola ai passanti, capta dettagli, segue le traiettorie di frammenti esistenziali, la macchina fotografica dell’occhio inquadra il soggetto con vari piani. Di un uomo che si masturba in una latrina vede il riflesso del gesto nell’acqua e nella luce:qui l’attore è inconsapevole degli effetti ed Irene è osservatrice di una squallida lanterna magica. Segue il lavoro degli operai su di un’impalcatura senza aver pagato il biglietto e ciò che accade negli appartamenti  di fronte al suo e accumula immagini, fiuta la voluttà delle donne che scelgono la biancheria tuffandosi in altre scene, si coinvolge nelle dinamiche del gioco degli sguardi, in una continua interferenza tra reale e virtuale sfonda la quarta parete della rappresentazione, gli oggetti invadono la stanza e la linea di confine fra due mondi sfuma. “E’ strano -disse Irene- quando parli delle donne, io divento molte donne allo stesso tempo. Non le conosco. Fin tanto che racconti divento come loro”: nell’immedesimazione si incarna nelle vite altrui. L’immaginario fluisce come una rapida di cascata,”alle pareti erano appesi quadri incorniciati di nero. Molti quadri e fin troppe immagini dentro una sola cornice”. Trabocca.

Il supermercato non è solo l’emporio ma il luogo dove la fantasia può sbizzarrirsi ed incatenare cose e nomi nelle associazioni di idee. Anche essere al parco serve a realizzare un inventario, nella flanerie la vita è materia dell’arte, i riflessi degli oggetti che brillano, la fibbia di una cintura, un orologio colpiscono i suoi occhi o si confonde con le azioni dei personaggi quando compone un collage. Per strada assiste a vari microspettacoli, come l’atmosfera surreale dell’uomo che urla il nome Georg e poi le chiede se abbia visto l’elettricista ed, a sua volta, ripete la stessa domanda ad un uomo che passa così come grottesca è la visione dalla finestra di una donna che si spoglia, ripone i gioielli in frigo, fa l’amore e poi li indossa nuovamente.

Annoda senza tregua tutto ciò che si offre alla sua percezione, vuole imparentarsi con le cose, trasmutarsi ed è in questo sperdimento che ritrova quiete. Irene pensa che “la sua vita si era rappresa in un fascio di osservazioni. Le osservazioni la rendevano incapace di agire. Quando Irene si imponeva di agire non erano vere azioni.Rimanevano bloccate negli inizi. Erano inizi destinati a fallire”, incantata dalla ribalta degli altri, non attrice, si paralizza poiché osserva e riflette. Ad oggettivare i suoi timori Irene ruba dei cartelli, su di uno c’è scritto “Pericolo di cadere nel vuoto” a manifestare il timore di perdersi, sull’altro “Scavare è sempre ai limiti della legalità” a significare il rischio dello sprofondamento.

“Appoggiò le mani e le sentì sulla fronte. E sentì ancora ancora qualche cosa Irene: che in un certo momento che doveva essere stato decisivo, aveva perso tutto. Irene non sapeva quando poteva essere stato questo momento e come avrebbe potuto riconoscerlo. E nemmeno quello che aveva perso”: la coscienza fluttua tra perdita ed indeterminatezza.

Altra protagonista è la città di Berlino che si condensa nella descrizione degli angeli ambigui che hanno occhi scintillanti come pietre bagnate e dormono per strada, spesso senza un sesso ben definito, che muoiono precocemente, bruciano gioventù e bellezza agli
angoli della città-tana. Come l’acqua del mare inonda la riva così Berlino si riversa in una figura tipica della costellazione metropolitana, quella del mendicante che ha lasciato il suo berretto nella stazione di Krumme Lanke, dei piccoli furfanti con le “dita piccole e sfacciate, segnate da continue ferite di oggetti duri” e dei cadaveri degli annegati che ricordano i corpi di quelli che cercano di passare ad ovest nuotando sott’acqua.

Appaiono “viaggiatori con lo sguardo eccitato sulle città addormentate. Su desideri ormai scaduti. Dietro agli abitanti della città. Viaggiatori su una gamba sola e sull’altra perduti. Viaggiatori che arrivano troppo tardi” o che euforicamente cercano il sesso, quelli che non hanno una meta ma “soltanto la forza sensuale dei passi li spinge in giro per le strade”.  Il romanzo si chiude con “il desiderio di andare lontano. Di guardare attraverso la finestra dello scompartimento nel vortice del paesaggio… persone che non sapevano
più se in questa città erano viaggiatori con le scarpe sottili. O abitanti con la valigia”, creature incerte tra deriva e dimora, partenza e residenza in una aporia dell’esistere.

Percorso minato per il lettore, il romanzo con una scrittura volutamente claudicante dice l’idea del viaggio, della strada con un altro procedere (su una gamba sola) ad indicare carenze, mancanze, vuoti. Muller medita visivamente sul passaggio da un mondo all’altro, un salto senza rincorsa e protezione ma con l’asta che cade. Sentimenti messi in prosa, talvolta simili a quelli dei fantocci triadici di Schlemmer e segreta epica interiore si susseguono. Sinestesia dilatata e quasi continua, la scrittura è un sensore di taglio espressionista con l’animazione degli oggetti tipica delle avanguardie (i vestiti estivi che ballano nei locali), gli accumuli dei collage e dei mertzbau o moderne nature morte (“davanti alla porta del negozio, verdura. Sopra le arance e il cavolfiore tremolò la luce. Irene ebbe l’impressione che in questa luce l’insalata, i limoni e i funghi confluissero andando a formare dei fiori”). Una scrittura antidillica e senza consolazione. In rapporti dispari l’inanimato si comporta come se fosse vivente e viceversa:”mentre Irene beveva del latte il cantiere circondò la sua stanza”, non solo sfondo o paesaggio l’aria e la luce sono attori.

Non è immediata la comprensione del “poco” che accade, gli eventi sono sottotraccia e la scrittura dà più peso alla relazione tra emozioni e fatti. Viene sbalzata ed incisa, con profonda ed apparente levità, la soggettività. Riprese anti tradizionali nel dialogo e nelle descrizioni provocano effetti di staccato e spiazzamento come in una scomposizione cubista, una sorta di microentrelacement dove sembra che saltino i nessi logici. La descrizione del mondo esterno prevale. Il disegno dell’interiorità più che ad una enunciazione diretta è affidata alla voce delle cose. Erta la strada.

***

Herta Muller è nata nel 1953 in un villaggio di lingua tedesca nel Banato rumeno. Nel 1987 è emigrata nella Repubblica Federale Tedesca, anno in cui scrive In viaggio su una gamba sola. Nel 2009 ha ricevuto in premio Nobel per la letteratura

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1 Response to "Ripida erta"

Cara Esther, grazie per questa lettura così interiore, lasciata vibrare nel silenzio, che impone, e sostenuta dall’acume e dalla lucidità intellettuale che ti sono consueti. Grazie per la sobrietà, per lo sguardo penetrante, per la discrezione che non prevarica il testo. Dovete aver viaggiato gran tempo insieme, tu e la Muller, per sviluppare questa confidenza delicata, per arrivare a cogliere, del viaggio, ogni risvolto. E’ un viaggio – lo stesso? un altro? – anche la critica: lo scriveva Cristina Campo in “Parco dei cervi”: un’eco che giunge a noi “carica e intrisa di tutto quel cammino percorso, nella natura, dall’una all’altra voce”. Sarà bello leggere Herta Muller anche in quest’ottica: discernere i fili che nella tua scrittura sapentemente si intrecciano.

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