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Marco Santagata, DANTE. IL ROMANZO DELLA SUA VITA

Posted on: 03/07/2013

da incroci 27 – recensioni

Marco Santagata, DANTE. IL ROMANZO DELLA SUA VITA

Mondadori, Milano 2012.

di Francesco Giuliani

 

La chiave principale d’accesso all’ultimo volume di Marco Santagata, intitolato semplicemente Dante, è rappresentata dal sottotitolo, Il romanzo della sua vita. Santagata, classe 1947, ordinario di Letteratura italiana all’Università di Pisa, ha pubblicato moltissimi lavori, dedicati in particolare alle due prime corone fiorentine, Dante e Petrarca. Su quest’ultimo, tra l’altro, ha firmato per i Meridiani un prezioso commento del Canzoniere, che è uno dei testi d’obbligo sull’argomento. Anche all’autore della Commedia, però, Santagata ha rivolto delle costanti attenzioni, che ora culminano nel volume in esame, in questo “romanzo” che si situa a metà strada tra la biografia e la monografia specialistica.

Della biografia, in particolare, l’autore ha preso la leggerezza, la capacità di avvincere il lettore, di utilizzare una lingua scorrevole e vivace, nella quale traspare anche la passione per la narrativa, quella stessa che lo ha visto vincere nel 2003 il prestigioso Supercampiello, con il romanzo Il Maestro dei santi pallidi. Ma di questo genere letterario Santagata non ha preso i difetti, compensati, al contrario, dalla volontà di scrivere un testo assolutamente scientifico, costruito in modo rigoroso sui documenti disponibili. Non c’è, dunque, spazio alla gratuita fantasia, né al gusto dell’avventuroso che ha contagiato tante opere di successo degli ultimi anni.

Santagata ha spostato nella seconda arte gli approfondimenti, i dati ritenuti indispensabili sull’argomento, muovendosi da par suo nella grande quantità di studi esistenti sul nostro massimo autore. Nel corso dei secoli, Dante ha attirato, com’è facile comprendere, le attenzioni di tantissimi studiosi, che sono giunti talvolta a conclusioni diametralmente opposte. Di qui la necessità di una guida esperta, per ricondurre il discorso critico nel giusto alveo, eliminando il troppo e il vano. In questo senso, il “romanzo” è un punto d’arrivo che soddisfa sia le esigenze del lettore colto e addetto ai lavori, che di quello semplicemente curioso.

Nella prima parte, che si distende per oltre 300 pagine, Santagata segue l’avventura terrena di un uomo d’eccezione, che ha avuto un’esistenza difficile, segnata, com’è noto, dallo sconvolgimento prodotto dall’esilio, ma confortata anche dalla sua grande forza d’animo, dalla consapevolezza di essere stato scelto dal Cielo per una grande missione. Ricorda infatti l’autore, a proposito della personalità di Dante, che «l’aspetto più rilevante è il suo sentirsi diverso e predestinato. In ciò che ha visto, fatto o detto, si tratti della nascita di un amore, della morte della donna amata, della sconfitta politica o dell’esilio, lui scorge un segno del destino, l’ombra di una fatalità ineludibile, la traccia di una volontà superiore. È un’idea che ha cominciato a nutrire fin da giovane e che si rafforzerà nel tempo fino a sfociare nella convinzione di essere stato investito da Dio della missione profetica di salvare l’umanità».

Pieno di sé, dunque, ma la sua vita ha richiesto anche delle pesanti contropartite, che appaiono con molta chiarezza nel “romanzo” in questione. Difficoltà di spostamento, problemi per lui e per la sua famiglia, rapporti non facili con i signori e i potenti, fino all’ultima tappa, quella ravennate, segnata da una situazione finalmente idilliaca, che purtroppo precede di poco la prematura fine, nel 1321, a causa, probabilmente, della malaria.

Ma tutte queste vicende arrivano in modo vivido e concreto al lettore, grazie alla perizia di Santagata, che ci dà il sapore dell’esistenza vera e propria, dei nudi fatti. Quello che gli interessava trasmettere, era la storia di un uomo in carne ed ossa, e l’obiettivo è perfettamente riuscito, smussando anche le punte dell’agiografia, talvolta derivata dallo stesso Dante o dal devoto Boccaccio.

Dante (il cui vero nome era in realtà Durante) aveva anche i suoi difetti, le sue contraddizioni ideologiche, che non gli permettevano di accettare i tempi nuovi, ben diversi da quelli dell’antica Firenze, e anche questi limiti servono a rendere più chiaro il quadro finale.

Sulla sua esistenza restano ancora non pochi punti oscuri, destinati a rimanere tali fino all’auspicabile scoperta di nuovi documenti, e per questo Santagata distingue spesso tra le leggende, le ipotesi e i dati certi, narrando con le dovute precisazioni. È indubbio, però, che una delle qualità principali del “romanzo” è rappresentata dalla capacità di utilizzare nel modo più acuto e razionale possibile le fonti disponibili, aprendo delle finestre utilissime su vari argomenti. Si pensi, ad esempio, alle notazioni dedicate alla moglie e ai figli di Dante, che non di rado scompaiono dalle biografie, come se la sventura paterna non si abbattesse anche su di loro. Alla fine, quest’uomo schietto e persuaso delle sue ragioni, dai giudizi trancianti e non di rado destinati a ritorcersi contro di lui, si ripresenta agli uomini del terzo millennio nel suo aspetto più vero. Sicuramente è un bel regalo che Santagata fa ai suoi lettori.

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