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Carmine Abate, LA COLLINA DEL VENTO

Posted on: 08/07/2013

da incroci 27 – recensioni

Carmine AbateLA COLLINA DEL VENTO

A. Mondadori, Milano 2012

di Marilena Squicciarini

 

La cinquantesima edizione del Premio Campiello ha premiato un libro che rappresenta la sintesi del percorso di ricerca di Carmine Abate, La collina del vento. Il romanzo è un caparbio scavo nella memoria, simile allo scavo archeologico nel Rossarco, l’altura calabrese a pochi chilometri dal mar Jonio vera protagonista di queste pagine. Scavo che avviene a più riprese perché a fermarlo sono le difficoltà della Storia, che si abbattono sui luoghi e le persone come il vento, talvolta impetuoso, talvolta lieve carezza. Profondamente avvinta al Rossarco è la vicenda della famiglia Arcuri, che attraversa tutto il Novecento e giunge fino ai nostri giorni. Michelangelo Arcuri chiede al figlio Rino di affidarla alla pagina scritta, prima che essa muoia con lui. Il libro nasce, dunque, da una promessa, la stessa reale promessa che Abate fa dentro di sé nell’ultimo anno di vita del padre. L’io narrante continua ad essere attratto dalla sua terra d’origine, la Calabria, e da ciò che quella terra gli ha insegnato: la passione affabulatoria, la voglia di resistere alle difficoltà con la tenacia propria anche delle parole. La parte più autobiografica del romanzo, il rapporto padre-figlio appunto, trae da ciò la sua vera essenza: Abate ha raccontato che il padre, morto lo scorso anno, ancora continuava a raccontare storie nei suoi ultimi giorni di vita. Come lui, molti dei contadini e artigiani del suo paese natale: egli è diventato scrittore perché ha saputo ascoltare. Il suo tentativo di recuperare la memoria di quei luoghi e trasferirla nel romanzo, tuttavia, non si tinge mai di nostalgia: lo scrittore è il custode della metamorfosi, della memoria che si trasforma fino a diventare presente: «Per sempre è un’espressione effimera che racchiude la nostra voglia caparbia di perdurare nel tempo. Non esiste nulla per sempre, a parte le cose tangibili, ritenute erroneamente inanimate, come le pietre di fiumara, le montagne della Sila, il mare nostro, il vento. Per sempre è la collina del Rossarco» (p. 119).

A tale legge inesorabile gli Arcuri si oppongono con la loro voglia caparbia e con il loro desiderio struggente di far durare la felicità. È una famiglia che deve lottare per difendere la sua terra, così come quella terra lotta per difendere i suoi segreti. Proprio quelli che impediscono all’archeologo trentino Paolo Orsi, che sale sulla collina alla ricerca della mitica città di Krimisa, di portare a termine la sua campagna di scavi. La figura del celebre studioso, assieme a quella di Umberto Zanotti Bianco, offre uno sguardo senza pregiudizio sulla vicenda, focalizzando non solo gli aspetti negativi ma anche ciò che c’è di buono nella realtà che conosce. Lo stesso autore ci parla della Calabria utilizzando un doppio sguardo, proprio di chi è parte integrante di quella comunità e allo stesso tempo ne è fuori. Certo tale capacità gli viene dalla sua personale esperienza dell’emigrazione, vissuta con il padre. I suoi spostamenti lo hanno portato a concentrare nella sua persona più di una identità: un italiano per i tedeschi, un ‘terrone’ per gli italiani, un arbëreschë per i Calabri, un germanese per la gente del suo paese. Dopo aver sofferto ha compreso di non essere uno sradicato ma di avere più radici.

Ci risulta davvero chiara, in questo modo, la formula nella quale Abate ritrova la sua qualità più grande: aver imparato a «vivere per addizione», a trasformare la ferita in riscatto e ricchezza interiore. Quest’ultima traspare tutta dalle pagine del suo ultimo lavoro. Rino torna dal Trentino nel suo paese natale per apprendere tutto quello che può dal padre: i suoi insegnamenti di vita («Cioè, se manca il desiderio, se tu non le fai sangue come lei fa a te, il matrimonio è come un innesto che non prende, si secca, e la vita diventa stufùsa», p. 24), i momenti difficili legati all’invidia violenta degli uomini, alla loro prepotenza, al primo conflitto mondiale, agli anni cupi del fascismo, ma anche la speranza, molto simile all’epifanico comparire di una rondine albina portatrice di luce. In lui, come nel suo creatore, passato e presente, nord e sud, si fondono per renderlo una persona migliore. O almeno che fa di tutto per esserlo.

Sulle note della chitarra battente che possiedono e si tramandano i protagonisti, ci mettiamo anche noi alla ricerca della verità, sapientemente condotti dalla scrittura limpida e coinvolgente di un abile narratore. E la storia di quei luoghi, di quegli amori, di quegli uomini coraggiosi e di quelle donne sensuali, ci diventa subito famigliare.

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1 Response to "Carmine Abate, LA COLLINA DEL VENTO"

“La collina del vento” è la prova di maturità di Carmine Abate, il libro che lo colloca ai vertici di un realismo congiunto a una notevole forza lirica. “incroci” lo segnala oggi, a quasi un anno dal Campiello, non solo perché la fortuna del libro non si è spenta e giovedì 11 luglio l’autore sarà ospite del “Libro possibile” di Polignano, ma soprattutto perché siamo convinti che questo romanzo sia tra i migliori di questo scorcio di secolo. E un libro così non invecchia. Abate sa trovare una misura quando tocca le corde dei sentimenti (e ce ne eravamo già accorti nel precedente “Gli anni veloci”), senza mai riuscire patetico. Questo avviene anche in grazia di un paesaggio e di una lingua solari e vividi, ma mai dolci e lievi. Un romanzo sulla dignità dell’uomo che strappa il suo destino alla sofferenza, più che una critica ai parchi eolici, come qualche recensione o presentazione ha preteso. Di questo tema, qui solo accennato (per fortuna), bisognerà tornare a ragionare con più coraggio. Comunque bravissimo, Carmine!

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