incroci on line

Franco Marcoaldi, LA TRAPPOLA

Posted on: 10/07/2013

da incroci 27 – recensioni

Franco Marcoaldi, LA TRAPPOLA

Einaudi, Torino 2012

di Salvatore Francesco Lattarulo

 

Anche quando, a partire dall’anteprima A mosca cieca (Einaudi, 1992), la poesia di Franco Marcoaldi pare attestarsi sul versante dell’intimismo,  battere la linea del cuore, come nella raccolta dal titolo fin troppo esplicito di Amore non amore (ivi, 1997), non è la mozione narcissica degli affetti, il tic tac emotivo, il sentimentalismo seriale a fare da matrice alla scrittura, quanto invece un ruvido e aspro faccia a faccia con l’alterità, che esita nella frustra ricerca di una via di fuga dalla morsa di un reale piatto e incolore, dal «nodo scorsoio» di un presente neutro e asettico. Così in questo ultimo libro a prendere la parola è un io «accerchiato» dall’insensato e vuoto precipitare dei giorni. All’assedio usurante della temporalità il poeta di Guidonia non oppone il fuoco della lotta ma il gelo della resa condensato in un fraseggio secco e nudo. L’immagine del gabbiano inchiodato  «irrimediabilmente al suolo» dalle piume incatramate dice a pieno ― attraverso la probabile mediazione dell’arcinoto topos baudelairiano dell’albatros catturato e schernito da un pugno di marinai ― lo scacco del soggetto che si dimena come una falena impazzita irretita nel cono di una fredda luce al neon. Nel libro tanto gioco hanno le figure di bestie e bestiole ― peraltro già fonte di ispirazione primaria di Animali in versi (Einaudi, 2006) ― accomunate dal medesimo destino del cadere in «trappola». Si veda la volpe azzoppata che strascina il «moncherino sanguinante» estratto dai denti di una tagliola. Qui come altrove prende corpo una plastica e cruda rappresentazione della «tenaglia» del «tempo». Ma se il topo o il coniglio fanno ignari le spese delle insidie tese dalla mano dell’uomo, Marcoaldi si fabbrica da sé la sua «trappola» personale autocondannandosi al grigiore di una solitudine campita dalle livide tonalità del disagio. L’anima ha l’aria di essere nata nel torpore della cattività, fissa da chissà quando a un quadrante invisibile attraverso cui la misurazione del senso delle cose resta sospesa e aperta. Eppure ci deve essere un nemico acquattato da qualche parte, magari nel collo dell’imbuto di angoscia in cui si resta infilati. Più o meno equivalente all’artiglio ritratto di «una morte / che azzanna e non si vede». Il poeta dà la sensazione di ingaggiare un duello impari con un cecchino annidato negli interstizi della società che gioca al tiro a segno con la sua sagoma zigzagante, costretta a muoversi in precario equilibrio lungo una zona di frontiera disseminata di filo spinato. Proprio il «processo Eichmann» evoca, azionando la leva della memoria storica, il tema assorbente del libro: quello stato di «prigioniero» che è un po’ la metafora della condizione dell’individuo novecentesco, caduto in un nuovo medioevo dell’umanità. Entro la sua humus vitale ha allungato una radice di marciume il male assoluto dei totalitarismi, un tema  messo più volte a dimora nella poesia contemporanea. Mi limito a citare la lirica finale della Bufera montaliana, dove il detenuto di un gulag staliniano affida la speranza di evadere alla prospettiva salvifica e palingenetica del «sogno». In controcanto Marcoaldi mette in scena lo spettacolo grottesco del boia nazista che da dietro le sbarre della cella dell’aula del tribunale è animato dalla stessa belluina ferocia con cui compilava sotto il regime hitleriano le liste dei deportati nei campi di sterminio. Insomma, i circuiti della macchina dell’odio criminale dell’uomo per l’uomo sono ancora ben oliati. Il gerarca Eichmann è in fondo l’avatar di quel «ducetto provinciale» miope e laido protagonista di Politica, testo-invettiva contro la deriva etica del potere pubblico, inquinato da uno spregiudicato quanto losco affarismo. La logica ferrea del denaro è l’esca che prende all’amo bisogni e speranze di una nazione docile preda dei signori in doppiopetto della finanza. Segno, dunque, che la ragione civile funge da dispositivo interno che sorregge l’impianto complessivo della raccolta.

Epperò è il malessere del quotidiano corroso dall’acido del tempo a tenere banco, diluito in una lingua media e transitiva che fa a meno di frange e merletti. Laddove anche una marca colta come il leopardismo «si spaura» vale in quanto salutare strappo aperto nelle maglie strette e soffocanti della prosa bassa del vivere.  Bene argomenta Giorgio Montefoschi, nell’elzeviro recensorio apparso sul «Corriere della Sera» dell’8 novembre 2012, in merito all’uso delle rime quale puntello atto a sostenere la precarietà della parola poetica. La grammatica dei versi è qua e là spezzata da inserti di parlato che introducono un dialogo con un tu defilato ai limiti dell’assenza. È un tu femminile, la Nadia della dedica iniziale, nome che rispunta poi nelle pagine finali attraverso un frame allucinato e visionario che sancisce la perdita dell’amata, percepita come antiporta di una piccola morte del soggetto epifanizzata al buio di un anonimo cinema metropolitano.

Dentro l’angusto perimetro di un disegno stilistico e tematico unitario Marcoaldi esplora possibilità e varianti che fungono da uscite di sicurezza. Ecco allora l’aprirsi di pezzi di cielo e il guizzare di sequenze alberate che rinviano al paesaggio lacuale di Orbetello,  dove l’autore vive da anni, qui chiamato in causa come contrappunto a un mondo butterato dal sesso e dai soldi: «povera laguna / colpevole soltanto della sua bellezza». Ma, in pari misura, in questa natura familiare, benché la cognizione del dolore venga smorzata dallo spettacolo di una campagna gonfia del risveglio della primavera, qualcosa non va per il suo verso se si fa legittimo il sospetto che «anche Dio è rimasto intrappolato». A conti fatti non resta che la poesia a fornire la chiave per spezzare la catena di un’ulcerante paralisi esistenziale. Una poesia fatta di parole messe lì «ad asciugare», quasi protesi calcificate per ricomporre le fratture interiori, le slogature di senso, nel disperante bisogno di dire sì alla vita. 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

«incroci» - semestrale di letteratura e altre scritture

direzione: Lino Angiuli • Raffaele Nigro • Daniele Maria Pegorari.

Acquisto e Abbonamento

Una copia: euro 10,00
Abbonamento annuale: euro 18

Modalità di acquisto:
- dal sito dell'editore (http://www.addaeditore.it/)
- versamento sul c.c. postale n. 10286706
intestato a: Adda Editore, via Tanzi, 59 - 70121 Bari

il nuovo numero di incroci

eventi: Dante, l’immaginario

disclaimer

Il blog ‘incroci on line’ non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità: per questo non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
La responsabilità degli articoli è dei rispettivi autori, che ne rispondono interamente.

Alcune immagini pubblicate nel blog sono tratte dal Web: qualora qualcuna di esse fosse protetta da diritto d’autore, vi preghiamo di comunicarcelo tramite l’indirizzo incrocionline@libero.it, provvederemo alla loro rimozione.

Al lettore che voglia inserire un commento ad un post è richiesto di identificarsi mediante nome e cognome; non sono ammessi nickname, iniziali, false generalità.
Commenti offensivi, lesivi della persona o facenti uso di argomenti ad hominem non verranno pubblicati.
In ogni caso ‘incroci on line’ non è responsabile per quanto scritto dai lettori nei commenti ai post.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: