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Lettera Aperta /1 Eugenio Lucrezi e le mimesi poetico-musicali

Posted on: 14/07/2013

 

di  Daniele Maria Pegorari

amebapinupCarissimo Eugenio,

fra ieri e oggi ho letto le tue Mimetiche (Oèdipus, Salerno-Milano 2013), finalmente: da un mese e mezzo, infatti, sono immerso in un ciclo intensivo di letture (e solo in parte di scritture), nell’intento di colmare un certo ritardo e informarmi sulle ultime scritture dei miei amici. Così è giunto il momento del tuo libretto, davvero molto organico col suo tema (a me per altri versi molto caro) delle riscritture e degli echi letterari. So che desidereresti una mia recensione, ma ti devo confessare che sono in grande difficoltà.

Non che non recensisca più poesia (anzi, spero proprio che in uno dei prossimi «incroci» ci sia qualche mia nuova scheda dedicata a libri in versi), ma da tanto tempo sento il bisogno di prendere un po’ le distanze dalla poesia, soprattutto nelle sue forme più sperimentali o speculative. Dopo oltre quindici anni di lavoro forsennato dedicato quasi esclusivamente alla poesia, sento il bisogno di guardare ad altro e, in effetti, mi risulta molto difficile far seguire a Critico e testimone uno slancio parimenti generoso nei confronti di questo genere di scrittura. Ci sono libri (anche di nostri amici) che io oggi non riesco più a leggere ed altri, come il tuo, che mi piacciono molto eppure si scontrano con la mia attuale ritrosia a scriverne.

Ho sempre scritto per una mia necessità (proprio come un poeta, così faccio io in quanto critico), per l’urgenza di esercitare la mia intelligenza su un tema, su un nodo concettuale, su un linguaggio che meritassero riflessione e valutazione; ma se non trovo nuove idee stimolanti, se la mia mente non viene sollecitata da almeno un’idea forte, ecco che, pur riconoscendo la bontà del libro, non ho più voglia di recensire (men che meno di prefazionare, per carità!). Di sicuro molto dipende da una mia personale stanchezza (e di ciò mi scuso) e dalla mia curiosità per temi e letterature completamente diverse (e di ciò sono contento); ma almeno in parte c’è che, proprio mentre contesto che la letteratura sia succube della comunicazione, al contempo sono deluso dall’ostinazione con cui la scrittura contemporanea si muove ‘a dispetto’ delle capacità di condivisione del lettore. Come strappare l’uomo alla barbarie del web e della post-realtà, se la poesia allontana così tanto, anzi, se addirittura si mostra come maestra della post-realtà, creatrice di un meccanismo autonomo, che funziona solo obbedendo a una grammatica sua e solo se il lettore condivide immaginari e gusti dell’autore? Che differenza si può predicare, allora, fra la Verità che si autoafferma (quella che nel mio prossimo libro definisco autofàsica e non ammette confutazione sul piano della realtà) e la Poesia che cade continuamente nella tentazione di fare del lettore l’abitante di un extra-mondo?

E mentre scrivo questa lettera per te, caro Eugenio, mi rendo conto che queste riflessioni sono il massimo di contributo che un critico testimone rispettoso della scrittura di un bravo autore come te possa offrire anche quando il serbatoio della passione ha acceso la spia della riserva. E siccome il tuo libro è proprio bello, consentimi di segnalarlo ai lettori di «incroci» (blog e rivista) con queste mie righe e col testo che segue, da me scelto fra le tue Mimetiche:

leggi qui il testo di eugenio lucrezi

                                                                                                             

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19 Risposte to "Lettera Aperta /1 Eugenio Lucrezi e le mimesi poetico-musicali"

@Eugenio
Gentile Eugenio, se facciamo coincidere l’ispirazione con l’umano sentire – spero di aver capito bene il suo pensiero – ci rivolgiamo ad un substrato della psiche umana e collettiva che accomuna tutti gli uomini. E siamo certamente d’accordo. E certamente, da questo punto di vista, siamo tutti poeti, come lei ben dice. Ma così facendo nulla diciamo della ‘pulsione a dire’ che non è ‘del generale umano sentire’ ma è semplicemente e soltanto del ‘particolare poeta’ che avvertendo questa pulsione, la riconosce, l’accoglie… e scrive. Conseguentemente, da quest’altro punto di vista, non siamo tutti poeti. Per il resto, concordo con lei.

@ matteo
Beh, leggerai, se hai pazienza, quel lungo saggio che ti ho mandato, dove questi aspetti sono dibattuti e argomentati. Ogni disciplina ha i diritto ovviamente di esprimere la sua, sulla poesia, così la psicologia (il concetto di psiche collettiva viene infatti da Jung) o la sociologia, o la storia o la filosofia (estetica). Il problemaccio, nella nostra cultura, è quello di aver sempre considerato la poesia (e l’arte in genere), un pensiero non razionale, un fratello minore e forse un po’ scemo della logica filosofica (Croce) capace solo di “intuire” ma non di rendersi conto di quello che fa, per cui è necessaria la critica filosofica (estetica) o di discipline “forti”, dotate di epistemologia. Ovviamente, nella filosofia, la metafisica è l’epistemologia stessa, anche se questo termine viene a volte usato del indicare la “filosofia della scienza”, a mio avviso in modo erroneo, e questa epistemologia viene applicata tout court al pensiero artistico. Il pensiero poetico è invece anche “razionale”, dotato di “ratio”, di presa ordinatrice sul mondo, anche se è, “insieme”, a-logico e dunque ha il diritto di riflettere su di sé, come fa il pensiero filosofico. Insieme, perché l’uomo che filosofa, che produce arte, che va a spasso col cane, è sempre lo stesso uomo, né possiamo dividerne il pensiero, se non per motivi strumentali a un ragionamento pratico, come in questo momento. Ne consegue che la “critica” artistica, in effretti è esterna e inferisce all’interno del campo dell’arte non osservando le regole che l’opera d’arte (ogni opera) si dà (perché l’opera è, prima di tutto, libera di essere quello che è) ma pretendendo che l’opera si adegui a un bagaglio cognitivo, a un sapere logico, in un certo senso, a un sapere disciplinare codificato e fondato su principi epistemologici estranei all’arte e alla sua natura di pensiero razionale, logico e a-logico insieme.
Questo è il nostro problema: una critica che non si fonda su nulla o meglio, si fonda su elementi estranei al pensiero poetico e alla sua natura. Tale critica produce, è vero, anche risultati di riguardo, ma spesso starati, depotenziati, in parte fuori bersaglio o corretti per caso e non per corretta competenza. Un casino, insomma.

Carissimo Gianmario,
condivido appieno quello che dici sulla poesia e anche ciò che dici su certa critica. In un mio precedente post dicevo che la poesia ‘completa il mondo’ e per mondo si intende naturalmente qualcosa di ordinato. Grossolanamente, il mondo è fatto da ciò che l’uomo riesce a contenere nella sua testa, coscienza etc.
Quanto alla critica, penso che essa rifletta il gran caos in cui siamo sommersi sia come arte che come modus vivendi (politica, incroci di popoli etc.). Quando due fiumi si incontrano riversandosi uno nell’altro, l’acqua sembra ribollire. Questo sta accadendo oggi, caro Gianmario, in tutti i campi.
Un riconoscimento e un ringraziamento particolari vanno espressi a Daniele Pegorari perché con raro acume e coraggio, ha saputo considerare e mostrare un punto di vista originario e nuovo, soprattutto nel vagliare anche voci del Sud.
Un caro saluto,
Matteo

@ Lucini

Certamente, caro Gianmarco, il discorso diventa grande, tanto grande da essere aperto al contributo non soltanto dei poeti ma anche, e forse soprattutto, dei critici e dei filosofi.
E tenendo basso il profilo della nostra ricerca, cioè limitandoci a descrivere la ‘dinamica’ del fenomeno poesia, senza considerare le sue mediate o immediate implicazioni, vogliamo ricordare che nei suoi primordi, la poesia nasce come sorella della magia e quindi come evocazione di forze oscure – ma di cui si sente la presenza – generando così nell’uomo e nel mondo, il senso del sacro. La poesia nasce e resta nelle sue forme più alte, come tentativo di raggiungere e cogliere qualcosa dell’ “oltre” sia, modernamente, per spirito di conoscenza, ma anche, nei primordi, con lo scopo di propiziarsi queste forze sconosciute e anonime che nella loro essenza sono viste e sentite come forze ultraterrene. Forze oscure che – oggi, lo sappiamo bene – sono sia dentro che fuori di noi.
L’idea che mi sono fatto di questa dinamica è che nell’uomo c’è come una ‘mente diversa’ da quella diurna. Imparentata forse alla mente che presiede alla elaborazione dei sogni, dotata come nei sogni, di una diversa e più grande capacità organizzativa del linguaggio, ma anche dello spazio tempo. Ma infilandoci in questa direzione, caro Gianmario, il discorso sarebbe molto molto più grande e non adatto alla semplicità e alla sveltezza di un blog come tu stesso hai già rilevato.
Quanto al termine ‘limen’ da te introdotto, non credo che la poesia crei semplicemente un limen tra sé e il mondo ma che attraverso questo limen il poeta crei e allarghi lo stesso mondo. La poesia può essere vista quindi come mondo in divenire. Il mondo che continuamente si compie. Il mondo che continuamente si fa, attraverso l’epifania della parola. Parola che non è semplice mezzo ma la realtà stessa nel suo farsi mondo nell’uomo, e nella sua storia. Perciò, dal mio punto di vista, la poesia, intesa come libertà nel suo libero dispiegarsi, è sempre varco e creatrice di realtà. Realtà fisiche e morali, realtà spaziotemporali e realtà atemporali quindi, conseguentemente, realtà psicologiche e nuove coordinate mentali per il vivere quotidiano. Cioè semplicemente, mondo.
Ed è così che la poesia è fruibile da tutta l’umanità e tutta l’umanità è poeta ma nel senso della generale fruizione del messaggio poetico. Nasce così il mondo della civiltà umana. Gli animali non hanno un mondo come noi lo intendiamo, sono certamente e immediatamente più prossimi alla natura con i suoi ritmi lenti e tranquillamente operosi, e forse più pacificati, in ogni caso diversi. Mentre noi, umani, cogliamo sia attraverso le scienze ma anche – stavo per dire soprattutto – attraverso le arti aspetti sempre nuovi delle realtà temporali e anche, a volte, sopratemporali. Per il resto sono d’accordo su tutto. Ciao.

@ Eugenio. @ Gianmario.
Sono i critici che per necessità comunicative hanno bisogno di indicare e catalogare. Introducono così parole che sono sempre necessariamente parole approssimate, imprecise. Dire poesia speculativa è come dire poesia metafisica. E qualcuno lo fa. Ma meglio sarebbe dire poesia dell’oltre. Locuzione già adoperata da Daniele Pegorari in un suo saggio di qualche anno fa.
Quanto alla sperimentazione in poesia credo che qui ci sia un equivoco. Mi spiego. Con questa locuzione vogliamo indicare – non so se a torto o a ragione – il movimento, ma sarebbe più giusto dire forse alcuni movimenti, nati nella seconda metà del Novecento che intendevano ‘saltare’ un momento importante del fare poesia, che è quello dell’ ‘ispirazione’.
Se ci mettiamo nel suo punto di vista, gentile Eugenio (punto di vista che è anche il mio), come ben dice, la poesia è ‘linguaggio in movimento’ e come tale è sempre cangiante e sempre inafferrabile nella sua essenza, e se genera continuamente significati è soprattutto in relazione al lettore che si avvicina ad essa con la sua sensibilità, con la sua preparazione e la sua cultura. E anche con la sua epoca.
Metterla però così, è vedere la poesia a partire solamente da un secondo momento che è quello del suo ‘apparire’, del suo dispiegarsi – attraverso il poeta – in una forma, da cui nasce il problema dello stile e della conseguente possibile storicizzazione della poesia stessa. Ma così facendo si dimentica che esiste una fase antecedente, fase che ho indicato nel mio precedente post come ‘pulsione a dire’, una volta chiamata ispirazione. Ed è questo il momento che essendo di assoluta libertà, non può cadere sotto il dominio dell’intelletto e quindi dell’eventuale sperimentazione.
Momento questo dell’ispirazione, che si realizza attraverso un paradosso – PARADOSSO DELLA POESIA – che è quello di costituirsi come ‘libertà nelle costrizioni della lingua’. Questo mi sembra il vero nocciolo del problema poesia. Ed è riferendoci a questo momento antecedente che la locuzione ‘sperimentazione in poesia’ non può avere senso perché si tratta, come dicevo, di un momento di assoluta libertà. Momento che sfugge al controllo della razionalità e quindi dello stesso poeta.
Inoltre basti pensare che il termine ‘sperimentare’ è sorto con le scienze cosiddette fisiche per capire tutta la fenditura che esiste tra il dire in poesia e il dire scientifico.
Praticamente, e concludo, tutti coloro che son dediti alla composizione poetica procedono qui e là per approssimazioni successive. E si è fatto così, e sempre si continuerà a fare così, dalla notte dei tempi. E questo non è, secondo me, la sperimentazione in poesia, ma il fare precipuo della poesia.
D’accordo naturalmente con quel che dice nel suo ultimo post Gianmario: se l’uomo fosse solo razionalità non ci sarebbe arte, poesia. Ci sarebbero solo computer e robot.

Caro Matteo,
concordo convinto su quanto lei scrive circa le possibilità espressive, che si estrinsecano in maniera più efficace entro le gabbie di una costrizione: la regola metrica nacque nella notte dei tempi, in ordine alla necessità di rammemorare, di rendere ‘memorabile’, il racconto orale. La poesia nasce dunque come mnemotecnica. Passando ad ambito diverso (ma non tanto): sono appassionato di blues perché trovo che le 12 battute standard di quel giro armonico antico e ripetitivo siano un ineguagliabile veicolo, e stimolo, per la libera improvvisazione.
D’altra parte, le ricorrenze, la pendolarità, il periodo, la ritmicità, sono i motori di ricerca della soddisfazione pulsionale, e, in stretta omologia con quei meccanismi, è la ripetizione l’idea centrale del fare poetico: docent, tra i molti, il Poe de ‘Il pozzo e il pendolo’ e il Valery di ‘Degas, danza, disegno’.
Per quanto riguarda il concetto di sperimentalità : non mi riferivo alle scuole novecentesche, ma all’atteggiamento di ‘esperienza per approssimazione’ che è caratteristico del linguaggio non di servizio –non meramente comunicativo- tutte le volte che si accinge al dire. Siamo ancora d’accordo: tale atteggiamento è di tutta la poesia, sempre.
Non sono del tutto d’accordo, invece, sul concetto di ispirazione, che a me pare coincidere con l’umano sentire. L’ispirazione affratella noi tutti, avendo a che fare con la percezione e col sentimento degli altri e della natura. Sotto quest’aspetto, gli uomini sono tutti poeti. La poesia intesa quale scrittura poetica è invece un concetto linguistico, in senso storico e tecnico. I suoi contenuti sono indistinguibili dalla forma che assumono.
Più la forma è esatta e precipua, più il significato dei contenuti sfuma, non per difetto di definizione, ma per eccesso. L’indeterminatezza del senso non è altro che la ‘vaghezza’ leopardiana.

@ tutti

Beh, però qui il discorso si fa lungo e credo che non sia alla portata di un “blog”. Tecnica per ricordare, certo, ma anche, come qualcuno osserva “linguaggio degli dèi” nel senso di linguaggio col quale si parla al dio, che non è il primo avventore che si incontra all’osteria… Lo dimostra il fatto che tutte (TUTTE) le composizioni poetiche antiche erano composizioni religiose e la stessa epica è racconto “inspirato” dagli dèi (e anche racconto “degli” dèi), insufflato nella mente degli uomini come il respiro (ecco l’ispirazione poetica, alla quale segue una “espirazione”, ossia una formatività). Ecco peraltro il corpo (polmoni, respiro, danza, ecc.) che sparisce nella poesia che si legge sul un libro e non è necessario ricordare a memoria. Certo, tutto ciò è decadenza rispetto a un modello che si mè evoluto molto lentamente nel tempo, e in maniera rapidissima negli ultimi 150 anni, o forse trasformazione di una essenza nella storia, un adattamento di una caratteristica umana al contesto. Ma allora, non è, credo, la forma originaria della poesia, l’unica possibile e questa essenza della poesia non è altro che modo di pensare e di dire che si propone con una sua intrinseca autorità, creando un “limen” fra sé e il mondo, tramite il linguaggio, ma l’essenza non è comunque il linguaggio, che resta sempre uno strumento. La poesia è un aspetto dell’ontologia umana, che alcuni sviluppano e altri no, almeno nel senso di formarla. L’essenza “poesia” si forma nell’arte (in tutte le arti e non solo nella “poesia” che si manifesta con il linguaggio), è il presupposto della formatività, è l’uomo stesso, è un suo modo di pensare, a mioa vviso senpre “razionale” anche se non “logico” come quello filosofico. Se l’uomo non fosse anche un animale “poetico” oltre che “simbolico”, che poi sono sempre manifestazioni della sua esigenza di ordinare il mondo (pensiero razionale), la poesia non potrebbe essere capita da nessuno. Se l’uomo fosse soltanto dotato di pensiero logico-razionale, tutti i poeti finirebbero in manicomio, perché il loro linguaggio, per il pensiero logico, è pura schizofrenia. Ma questo perché noi avvertiremmo questo “limen” che la poesia crea per non confondersi con un uso banale dei linguaggi, come una spia di scissione dalla realtà stessa.
Il nostro problema non è la poesia, che crea in se stessa le sue regole (Tutte, compresa la metrica, il linguaggio, il tono, la temperatura emotiva, ecc.) per la sua interpretazione, ma piuttosto per il fatto che non abbiamo una critica artistica con lo statuto di “disciplina”, ossia con una epistemologia disciplinare e il nostro interpretare si fonda, spesso, su elementi che sono esterni al gioco (linguistico, espressivo, simbolico, ecc.) dell’opera d’arte stessa, pretendendo da lei la conformazione a un certo ideale di poesia (di arte) sedimentato nel tempo e nella cultura. E allora ci diciamo che la poesia è questo o è quello, come se ci fosse un criterio certo per dire che cosa la poesia sia, e dimentichiamo che l’uomo non è definibile, e il pensiero neppure, e così il pensiero poetico che da lui proviene, che é lui stesso.
Poi certo, c’è la format ività dell’opera d’arte, c’è l’ispirazione (che a mio modo di vedere è in conscia e la si avverte soltanto al momento di “espirare”, ossia di formare l’opera, come uno che non può tenere il respiro più di tanto ma deve fare spazio a questo “scambio” col mondo). C’è l’intederminatezza, o v aghezza o luogo dove “la precisione si unisce all’imprecisione”, come diceva Verlaine, o l’allusione, ecc. che sono a mio avviso comunque precisi nel senso, ma soltanto più vasti, più aperti della de-finizione logica nel linguaggio funzionale; più o meno la differenza che esiste fra una icona, come quelle di Windows o un segnale stradale e un disegno, tenendo però presente che la precisione, anche formale, non significa affatto assenza di allusione o di “vaghezza” leopardiana: una foto artistica tecnicamente perfetta è sempre un’opera d’arte, non ha una caratteristica denotativa, ma connotativa, usa un linguaggio che “sta per” e anche “oltre” quello che vuol dire.
Per tornare al nostro tema, io credo che la buona poesia non vada giudicata dalla metrica (perché c’è sempre una metrica, come conseguenza di un pensiero poetico e non come guida o causa dello stesso), ma dalla conguenza della sua formatività alle regole che l’artista stesso impone al suo gioco linguistico, se c’è lui stesso in quanto poeta, nella sua poesia, o lui stesso che vuole imitare un orizzonte simbolico che è riconosciuto come esperienza poetica dallo sguardo logico-razionale (dalla critica) e che lo mè certo, ma lo è soltanto SE c’è il pensiero poetico autentico e personale dell’artista, e con quale forza.

Questo discorso di Gianmario è un discorso sulla poesia che leggo con molto interesse, e, insieme a quanto viene scrivendo Matteo, mi arricchisce. Poesia e filosofia hanno in comune alcune cose, credo; se ho capito bene, entrambe arretrano, scrutando, in direzione dell’origine; entrambe guardano prospetticamente, in avanti; ma non si accontentano dell’avanti, esigono l’oltranza, e dunque vanno ad esplorare i territori ultimi, le lande della fine (in biologia i telomeri sono le parti terminali dei cromosomi, deputate a sancire la morte della cellula, quando è l’ora). Mi si dice che la Metafisica è di fatto, sfrondati i rami accessori e inessenziali del fusto, la filosofia stessa. E allora qual è la poesia per eccellenza? L’ultimatività della poesia consiste forse nella sua natura postuma, per così dire, ‘ab initio’, derivante dalla più innocua delle evidenze: non serve a trasmettere il messaggio, serve ad altro. Non a trasmettere impressioni, non emozioni, tanto meno informazioni. La voce degli dei –dagli dei- degli antichi è oggi voce spettrale e inespressiva, se recuperata tal quale. La poesia è forse la terra di mezzo? L’angelo?
Mi accorgo tuttavia che il discorso sulla poesia, pur sempre affascinante e intrigante, non regge se non ci si mette a leggere, a considerare una poesia vera, in carne e ossa. Che ho personalmente trovato, in questi giorni, nell’’Ave Vergil’ di Thomas Bernhard, che leggo e rileggo senza stancarmi nella traduzione bellissima di Anna Maria Carpi, uscita da poco, in nuova edizione, da Guanda. La consiglio agli amici che partecipano alla discussione, che ringrazio tutti.

@Eugenio

Gentile Eugenio,
sono perfettamente d’accordo; finché si ragiona in astratto è difficile capire bene ciò di cui si parla e le confesso che ero già stato tentato di inserire qualche mio testo. Cosa che faccio ora, da lei sollecitato, nella speranza che questa occorrenza sia compresa. Ecco alcuni miei testi, credo esemplari, della mia poetica:

da Lapislazzuli CFR edizioni

Lasciarsi andare, attraversare
soli e numeri senza più ancora
né sostegni. Sibilare su giorni inabitati,
senza indicazioni. Credere fortemente
che in fondo all’Ora c’è la pacificazione
e alto spazio e vanto. Non girarsi indietro.
Perché il mondo e i suoi arcani
volano con te. Circolarmente con te.
Verso una più ampia tavolozza
di giorni, di sogni e di colori.

da Iridescenze

E sentire il maturare del fico
e sentire il miele dei fiori
l’ebbrezza dell’uva e gli insetti tra la siepe,
e sentirti in me – eternità,
mentre ti contemplo dalle pendici frante
del domani.

………..

Dalla finestra, il mare.
Oltre il mare, ancora il mare.
Che si perde nel cielo del cuore e s’agita
e s’illumina
fino a diventare folgore.
Che s’inabissa, brontolando, tra le nuvole
che segretamente varcano la linea leggera e
serena dell’eterno.

da Dismisure

Dolcemente la notte si va
spegnendo. Rincorsa dalla fresca
luce che già punge ad oriente.
Un brivido percorre il riapparire
del giorno.
Mi ergo – sola lama nella ferita
che in ogni dove
esulta.
– Essere al centro di quest’Ora,
come taglio nella carne di Dio,
e sprofondare in essa senza perdere
me stesso.
– Sbucare, con un mazzo di rossi
papaveri
all’altro lato delle Ore.

……………………….

In tanto io sono, in quanto tu sei con me
Nicolò Cusano (extratesto)

In questo giorno che di sé inonda
tutto il mare e tutta l’estate,
si disgela la tinozza dell’eterno.
Qui, sotto il mio segreto sguardo.
Le cose, al largo, si raccontano in luce
e golfi di luci, vibranti e deliranti.
L’armonia è nell’attimo che, pur brivido,
sembra fermarsi a contemplare.
– Severo diapason della mente
che come treno al palo
osserva, accoglie, registra.
Ed è l’eterno che, uscito in strada da me,
da te… da tutti… qui, ora,
si lascia cogliere nel suo abito di fuoco
del mezzogiorno estivo.
– Ferro rovente del fabbro che batte
sull’incudine. Cuore orfico dell’etere
pulsante in ogni fibra a modellare il cielo
e la terra. Sagace fucina d’un forte narcisistico
specchiarsi. Trasparenza e agio del mondo
liberatosi dalla culla del nulla e
rivelatosi in noi.
E specchiandoci… tutti a bere, anche Dio,
l’intenso fulgore del giorno quando l’anima
e le cose
cantano l’inno-ferita dell’esistenza.

Se questi miei inserimenti saranno graditi, potrò aggiungere qualcosa dall’ultima mia raccolta: Simmetrie.

Un saluto a tutti

Caro Matteo, sono d’accordo. Teoria e pratica vanno a braccetto, proprio come all’esame per la patente; e dunque ben viene, nella ns conversazione, il tuo contributo testuale, fatto di poesie vive, in carne e ossa.
A me pare che nei tuoi versi si espliciti un’arditezza, che consiste nell’accostare i temi della natura contemplata, e resa dunque partecipe dell’esperienza umana, a quelli dell’interrogazione del Divino, convocato a testimone, distante e inattingibile, ma pur mutamente partecipe, di quella esperienza. Perché questo accostamento tematico mi pare un’arditezza? Perché ciò che divide quello che tu accosti è la concretezza della Storia, da cui l’umana esperienza è attraversata, e dunque la concretezza del Tempo, e dunque, ancora, il sentimento della finitezza.
Tale sentimento porta l’uomo, da sempre, a rivolgersi alla natura, e pure al divino; ma può la poesia di ispirazione religiosa essere naturalistica? E può, di converso, l’afflato naturalistico riuscire in un dialogo con il sovrannaturale, specialmente in questa nostra civiltà radicata nel cristianesimo?
Leggo in questi giorni Pavel Florenskij, il grande iconologo russo fucilato nel ’37; in lui, l’unica poesia degna del nome è quella religiosa; in questa poesia, l’Io dello scrivente arretra e scompare; scopo della poesia è avvicinare il lettore all’irrappresentabile; senza indulgenze descrittive, senza colori, ad eccezione dell’oro zecchino della luce. La poesia religiosa è dunque aniconica e didattica. La poesia di figura, quella umana, è irrilevante.
Ne potrebbe derivare che l’evocazione del divino in una poesia che non si riprometta scopi esclusivamente di elevazione possa porsi esclusivamente come evocazione di una mancanza, o di una perdita?

@ Eugenio, @ tutti

Gentile Eugenio,
grazie per questa tuo contributo pacato e colmo di inesplicabili domande. Cerco di rispondere come meglio posso e, laddove necessario, direttamente con ancora qualche mio testo. Che può esprimersi molto meglio del mio affannato argomentare.
Mi parli di arditezza, termine accattivante certamente, molto più bello del termine più scontato di azzardo. Ti ringrazio anche per questa tua finezza che non è solo stilistica.
Dici che l’esperienza del divino è ‘mutamente partecipe’. Miracolo della poesia che sa adornarsi di volta in volta dei colori e degli umori possibili di sempre nuovi lettori. Dissimili e ciascuno a suo modo, naturalmente. Laddove, caro Eugenio tu vedi – legittimamente – ‘una muta partecipazione’ del divino, io, nel mio poetare, ho visto un fervido vortice, un rapido turbinio, un impeto diventati forse poesia. Ed allora dove si annida il problema? Io credo che il problema sia nella circostanza che l’uomo nella sua concretezza può coincidere più o meno fedelmente col cosiddetto mondo esterno. Nel raffrontarsi cioè del particolarissimo mondo interno di ciascuno di noi, col cosiddetto mondo esterno. Raffronto che può avvenire in molti modi a seconda delle sensibilità e delle emotività, della cultura e del vissuto dei soggetti percepenti. E naturalmente – tu queste cose le sai certamente meglio di me – tutto questo è già una possibile definizione di poesia. La poesia nasce dunque dal rapporto che si instaura tra l’io poetante e il mondo. Uno degli infiniti rapporti, certo.
Dal raffrontarsi di due ‘indeterminatezze’ (l’uomo e il mondo) nasce la possibilità di un’infinità di relazioni che possiamo chiamare sinteticamente: semplice rapporto quotidiano, rapporto poetico, oppure rapporto mistico. Ma anche naturalmente rapporto scientifico. O di altro tipo.
A questo riguardo mi permetto di leggere con te la seguente mia poesia [come esempio di rapporto poetico col mondo] da Simmetrie ed. CFR dell’amico Lucini che sta dialogando con noi in questo Blog:

Osserviamo il mondo come l’imponente
facciata di un grande museo. Senza sapere
delle ampie sale, degli arredi, degli anditi
e dei volti che in simmetria di sguardi,
brillano di sorrisi lievi e sommessi,
e in essenze.
E dei voli, e degli angeli, e dei sussurrii
che si corrispondono abbagliati e schivi.

E delle nostre menti profondamente riflesse
in conche lunari. Di vaga notte-rondine,
buia e colma. Poco prima dell’alba.

Il problema consiste dunque nel farci un’idea ‘approssimata’ (ruvida) del mondo e di credere che questa idea grossolana sia tutto il mondo. Ma il mondo non è per nulla statico somiglia semmai – scrutato bene – a quel vortice o a quel turbine di cui parlavo prima.
Quanto al problema della ‘finitezza’ da te sollevato, credo che si tratti di un problema insolubile se affrontato con la mente razionale: la caduta, il dolore, lo smarrimento, la morte etc. sono veramente inspiegabili. E razionalmente non potremmo mai venirne a capo.
Ma la mente poetica – la poesia – ha qualcosa da dirci a questo proposito?
Consideriamo i seguenti due testi da DISMISURE Manni Editore, 2010 che affrontano e poeticamente sembrano risolvere questo problema:

Se questa parte del mondo
dove girano le ore
non fosse intimamente anche
da te abitata,
un bieco squarcio
ci separerebbe.

Ma siamo in te come nel Sole
il giorno.

E ancora:

Se mi apparto nel piccolo me
chiamato io, come posso cogliere
Dio che è somma infinità?

E l’alta infinità chiamata Dio
come può rapportarsi al piccolo me?

L’assurdo è solo apparenza
perché – dal basso – le due verità
non sono, ahimè, confrontabili.

Ma si ricompongono se – dall’alto –
si contempla questo nostro mondo.

Esiste il finito perché esiste Dio.
Ed esiste l’infinito perché esisto.

L’’infinito può dunque essere ‘intuito’ e ‘colto’ solo dalla sua diversità, cioè dal finito. E a sua volta il finito esiste soltanto perché esiste un’infinità che lo contenga.
Ecco un riverberare di ciò che sto dicendo in quest’altra mia poesia:

Quando muore un innocente
bambino
un bruciante moto mi assale.

Ma al fondo di me stesso
subito un luccichio ecco, appare.
Mi rasserena.

E mi è conforto che anche questa
dolente contraddizione si
ricomponga altrove.

In un canto come di Gregoriano.
Che sento in lontananza.

Mi chiedi anche: “ma può la poesia di ispirazione religiosa essere naturalistica? E può, di converso, l’afflato naturalistico riuscire in un dialogo con il sovrannaturale, specialmente in questa nostra civiltà radicata nel cristianesimo”?
Quanto alla prima domanda potrei dire che la religione è nata proprio come sentimento della natura, e delle sue forze. Quanto al dialogo tra ‘afflato naturalistico e sovrannaturale nella nostra civiltà radicata nel cristianesimo’, mi permetto di ricordarti che di tutte le religioni solo il Cristianesimo ha saputo creare un raccordo tra ‘quaggiù’ e ‘lassù’, tra ‘finito’ e ‘infinito’ tramite il concetto di Spirito. E’ lo Spirito – dimensione altra – che unifica e giustifica ogni cosa.

Caro Eugenio, un po’ affrettatamente, ecco il mio pensiero sulle domande che mi poni. Forse non ho risposto a tutto, scusami. Ma a questo punto dovresti inserire delle tue poesie così come potrebbe fare anche Lucini e naturalmente altri volenterosi.
Grazie anche per aver parlato di Pavel Florenskij, di cui non conoscevo neppure il nome.

Caro Daniele,
ho letto con interesse questa tua lettera aperta offerta all’attenzione dei lettori. Certamente hai dedicato tante ore della tua giovinezza a questa nostra arte e posso quindi ben capire il tuo disagio circa il sentimento di rimasticatura che può essersi insinuato, alla lunga, in te. Un certo periodo di decantazione delle ‘nostre cose’ e delle idee sulle ‘nostre cose’ può essere necessario. Come suggerisce Linguaglossa.
Ma l’aver trovato interessante questa recente raccolta di Lucrezi ci fa ben sperare in un tuo prossimo riallineamento sulla tua e nostra passione per la poesia. Questo è il mio augurio.
La cosa però che non ho capito – ed è il motivo per cui ti sto scrivendo – è l’affermazione secondo cui provi un senso si sazietà soprattutto ‘per le forme più sperimentali e speculative della poesia’.
Per quanto riguarda le forme sperimentali mi trovi certamente d’accordo perché (considerato dal mio particolare punto di vista e grossolanamente) possiamo dire che si fa sperimentazione quando non si ha granché da dire. Ma l’altra affermazione relativa alle ‘forme speculative’, andrebbe precisata meglio. Perché in fondo in fondo il problema che stiamo affrontando insieme è se siamo in presenza tout court di una buona poesia, oppure di una cattiva poesie. Ed allora sarebbe bene chiamare le cose che vogliamo dire con il loro vero nome. Cioè dirle un po’ più esplicitamente. Naturalmente non sto ponendo questioni personali. Sarebbe banale e sbagliato.
Affermi anche – altra tua recriminazione – che ‘la scrittura contemporanea si muove ‘a dispetto’ delle capacità di condivisione del lettore’.
Ma la poesia dovrebbe seguire il lettore o dovrebbe – così come sempre è stato – essere il lettore a seguire la poesia? Le cause di questo ‘distacco’ o meglio di questa indifferenza per le cose della poesia, vanno ricercate altrove. Per es. nella circostanza che, nell’epoca della civiltà dell’apparire, la parola tende a diventare ancilla delle immagini; nella vita odierna frenetica e senza quiete, che impedisce la riflessione se non la meditazione; nella conseguente perdita della capacità immaginativa etc. etc.
E poi perché il poeta dovrebbe avere per compito di strappare il lettore alla ‘barbaria del web’? Non credo che la poesia abbia altri compiti – sempre se si tratta di buona poesia – se non quello di affermare se stessa appunto ‘come buona poesia’. Il resto viene (o verrà, se verrà) naturalmente da sé.

Caro Daniele, dal mio particolare punto di vista credo che la poesia abbia in se stessa il suo principio (l’impulso a dire), il suo dispiegarsi (la sua forma e il suo stile di cui parla bellamente Gianmario Lucini) e la sua funzione (raggiungere gli eventuali lettori).
E credo che, per sua natura, la poesia sia sempre al di là delle preventive etichette.
E, solo se si parte da una qualsiasi preventiva etichetta, credo che nasca la cattiva poesia.
Un caro saluto,
Matteo

a Matteo, e ancora a Daniele; ma dire poesia speculativa non è una contraddizione di termini, se la poesia è innanzitutto ‘presentazione’ di immagine, di pensiero figurato, musicato, ritmicizzato, di pensiero prelogico e perciò mobile e mutevole, ricco di significato in fieri,indeciso ab initio, e dunque miracolosamente inesauribile nell’emanazione del senso? La speculazione ha forse a che fare con la dialettica (mi dice in un orecchio Paola Nasti). Circa la sperimentalità, invece, mi pare che possa essere considerato un carattere costitutivo del discorso poetico in ogni caso; essendo la poesia un organismo, si aggiusta all’esistere come ogni creatura vivente, per approssimazione e avanzamento di forma, che è poi funzione, e dunque significato: la condizione dell’esistenza non è compatibile con il ‘già dato’, che è proprio dei cadaveri. A tale proposito, ho trovato interessanti le notazioni di Agamben (in ‘Ninfe’) sulle relazioni tra spettralità e fantasmaticità delle immagini, e cioè sulla relazione tra uso dell’antico mitologico in quanto materiale inerte e riuso dello stesso in funzione dell’oggi, capace di dare vita allo ‘spettro’. E anche Solmi parlava di sperimentalità della poesia in quanto organismo vivente…

Se nella poesia c’è luomo (è l’uomo!) e non una convenzione, per forza ci sarà anche una qualche riflessione sul mondo di tipo filosofico, perché la poesia, se esprime l’orizzonte di chi la scrive (e credo sia impossibile che possa non farlo), esprime un orizzonte integrale, insieme logico e a-logico, perché l’essere umano integrale è insieme razionale e a-razionale (per fortuna nostra, credo). La poesia, per quanto ci ho riflettuto, è una forma di pensiero (o pensiero “poetico”), razionale e a-logico, che ha la stessa dignità del pensiero razionale logico-filosofico e del pensiero scientifico. Solo che oggi, la cultura di massa, ancora imbevuta di positivismo trogloditico, considera la parola del poeta come fantasia o favola, o anche come “follia” o stranezza, così come il positivismo considerava il pensiero del mito e dei primitivi.
Ma io sono convinto nella dignità del pensiero poetico, che viene espresso in un gioco linguistico tutto suo, appunto perché “non può” essere espresso con il gioco linguistico del pensiero razionale. Ha la stessa dignità ed è altrettanto necessario alla nostra civiltà, del pensiero logico e di quello scientifico. Se non avessimo le riflessioni dell’arte sul mondo, il dispiegamento di questi orizzonti che l’arte sa delineare, la vita sarebbe un luogo impossibile, dal quale si può soltanto evadere.

non posso che concordare con questo senso di stanchezza per quella liturgia di scrivere recensioni su libri di “poesia”: non che non ci siano libri di pregevole lettura, e ce ne sono, ma si rischia un parlarsi addosso che cade nel vuoto e nel vacuo. A questo punto anche chi scrive poesia ne deve prendere atto: c’è un diffuso scetticismo e fibrillazione nella attenzione alla poesia, ma questo è un epifenomeno, direi, di qualcos’altro, di un fenomeno più grande: di un «vuoto», di una voragine che si è aperta sotto i nostri occhi: ovvero, l’inutilità di discorsi di incensazione della deità chiamata poesia, l’inutilità di pensare sulla poesia contemporanea, l’inutilità di ogni atto o fatto in un paese dove nulla cambia tranne il generale costume del trasformismo.
Forse sarebbe bene prenderci tutti un sano periodo di silenzio (come ha proposto un poeta romano 2 anni fa: Luigi Manzi): diciamo 10 anni nei quali non si scriva più poesia né si scrivano più note di lettura dei libri di poesia.

Condivido le osservazioni di Daniele, al quale mi accomuna la convinzione che molta (per fortuna con ampie eccezioni) della poesia contemporanea sia, per parafrasare Giudici, “poesia di poesia e vanità”, perché lontana dalla gente. Io sono tornato ai greci, alla cultura della tragedia (della “partecipazioone” al tragico di tutti, nel teatro) anche se non scrivo né teatro né tragedie, ma trovo che una rivisitazione di quel modo di essere poeti e di sostenere un ruolo (anche sociale) sia quello più semplice e più giusto.
Ovviamente non voglio tenere bordone alla cosiddetta “poesia civile”, quella che più mi piace e scrivo, perché tanta “non poesia” si traveste con questa etichetta per nascondere la sua impoesia linguistica, ossia l’assenza di una forma e uno stile, che sono altrettanto importanti quanto i temi (lo diceva anche il filosofo Luigi Pareyson, che ha scritto una memorabile e tutt’ora valida opera in titolata “Estetica”, che lo stile è il poeta stesso, la sua vita. la sua cultura, una storia culturale sedimentata che diviene forma). Voglio soltanto sottolineare la folle compiacenza della poesia italiana nel gioco poetico fine a se stesso, senza… non tanto uno “scopo”, ma piuttosto un’anima interna, una “verità”, un senso un’autentica ispirazione. E le cose inautentiche si percepiscono al volo, d’istinto. Il lettore non viene tanto trasportato in un extra-mondo, come dice Daniele, perché non ci arriva neppure, preso dalla noia di lettrure tanto insulse. E molla la poesia, perché è vuota di tutto, anche di stile, perché la “forma” senza la sostanza è un’astrazione, forse un passatempo.
Da anni non faccio più recensioni dei libri (taluni molto belli) che mi arrivano sulla scrivania ma, a differenza di Daniele, perché non ho tempo e la scrittura mi serve per vivere, insieme all’editoria: chi scrive deve stare attento a quanto tempo dedica al suo piacere, se lo fa per vivere. Se fa un altro lavoro no: è molto più libero, paradossalmente. Ma questo purtroppo non è compreso dagli amici poeti, molti anche bravi e meritevoli almeno di un riscontro.
Non conosco il libro di Lucrezi e ovviamente non mi riferisco a quel libro scrivendo queste considerazioni, ma condivido le perplessità di Daniele, sul fatto che intorno a questi temi che in un certo senso toccano una “epistemologia” della critica (che in sé non esiste neppure) e sul quale il silenzio è peraltro molto rumoroso.

Sono Eugenio e rispondo a Gianmario; nessuno dei due conosce l’altro, ciascuno conosce Daniele (al quale scriverò a parte, e ancora in questo luogo); e tanto basta per invogliare a una conversazione. L’argomento ‘stile’ mi pare centrale. Cos’è, se non il punto di contatto -o di attrito- tra la storia della lingua, e dunque il corpus di una tradizione, e l’occhio dell’autore, calato nella sua epoca e nel suo luogo? Così fu, per secoli. Ma oggi lo stile/stilo è un’arma spuntata, che ha abbandonato da tempo l’artefice: tutti autori e tutti fruitori, nell’oggi dell’espressività liquida, pervasiva e ubiqua della società di massa: massive attack, e più che di un rovesciamento si tratta di in impantanamento. L’autore arretra, lo stile scompare, e la sua scomparsa denota l’arte dell’oggi (ma il fenomeno ha origine un secolo fa, abbondante). E dunque? Autore polimorfo? mimetico? cangiante? impersonale? in filigrana? diafano? mostruoso e inafferrabile come il maledetto capside del virus dell’aids? Forse solo metamorfico: Apuleio ed Ovidio ci guardano, e noi scriventi siamo le loro creature.

Beh, carissimo, non la vedrei così cupamente. Tu affermi che sia lo stile, in difetto, mentre io affermo che è il “pensiero poetico” degli autori. In realtà poi, le cose stanno diversamente, credo. Ogni epoca ha il suo stile, che non è fatto dai critici ma dagli autori (e vale il ragionamento anche per i contenuti…). Compito del critico è quello di riconoscerli, compito del lettore è quello di leggerli o non leggerli, compito degli editori è quello di editarli o non. Peraltro, i “padri” che ci guardano sono stati creatori di stili e contenuti (pensa a Dante, ma prima ancora a Eschilo) e il successivo padre è stato un “deviante”, a suo modo, rispetto al “nonno”, per quanto riguarda lo stile e la poetica. Io credo che, nonostante i tentativi di alcuni poeti di distruggere la poesia, qualcosa degno degli stili del passato e dei contenuti del passato sia rimasto, a quel livello e forse anche meglio, e peraltro in continuità col passato, seguendo una logica, un discorso evolutivo. Forse sono miope, ma credo che sia così. C’è solo più cattiva poesia perché troppi sono, rispetto al passato, i cattivi poeti. Il che non sarebbe un gran danno se ci fossero (come il passato li aveva, o di riffe o di raffe) dei criteri riconosciuti per distinguere la buona poesia dalla cattiva poesia. Oggi, al tempo della implosione delle metafisiche, non voglio tornare al passato e riesumare questa prassi del “giudizio” sulla poesia, le “stroncature” che spesso non erano altro che spocchia del critico e sua incapacità di analisi (o l’impossibilità di analizzarle con i criteri delle diverse “estetiche”): la trovo un’operazione simile a quella del riconoscere l’assolutezza dell’etica kantiana o dell’estetica crociana. Il mio compito, di critico (scrivo diversi saggi monografici da pubblicare, ogni anno)è soltanto il “krinein”, il “distinguere”, il “mettere in risalto” quello che trovo nei testi o che la mia poca cultura mi permette di trovare, sia rispetto allo stile che ai contenuti o “pensiero poetico” che dir si voglia.
Trovo però che ogni critico debba dotarsi di strumenti suoi, critici appunto e criticabili, per mettere in luce gli aspetti positivi delle moderne poetiche e che l’unico suo potere deontologicamente condivisibile, sia quello di non parlare della cattiva poesia. Per questo mi dispiace, come prima dicevo, di non poter parlare della buona poesia. Il bello e il brutto sono peraltro categorie estetiche, che non c’entrano nulla con la critica, a meno che non si tratti di critica filosofica, di “filosofia della poesia”, se così si potesse dire – e quello è il loro ambito di competenza, non la critica “letteraria”.
Io credo pertanto che la prima cosa da fare sia quello di guardarsi nello specchio, noi critici, e vedere cosa si possa fare per aiutare la buona poesia, senza spendere troppa energia per crucciarsi rispetto alla cattiva: la vedo una battaglia perdente. Io cerco di farlo come editore, evitando di pubblicare di tutto “purché respiri” (con le solite accuse di incomprensione). Ma è certo che se non vedo tuttii e due requisiti, lo stile e il “pensiero poetico”, taglio di lato con una qualche scusa e non pubblico. Cerco di ignorare. Poi è vero: qualcuno predilige gli aspetti di contenuto rispetto a quelli di stile e pubblica anche se lo stile non è all’altezza, specie nel caso dei giovani o “esordienti”, ma in questi casi c’è solo bisogno di tempo e prima o poi l’autore trova il “suo” stile. E certo poi ci si sbaglia e la seconda opera è peggiore della prima, ma almeno si cerca di usare dei criteri…
La critica parla troppo e riflette poco sul suo ruolo: ecco il suo difetto, che forse reca più danno di un poeta che non sa scrivere.

Leggendo quanto scrivi, Gianmario, mi viene da dire che stile e pensiero poetico siano stati entrambi, per secoli, frutto dell’intersezione tra storia delle civiltà, letterarie in primo luogo, ed esperienze esistenziali e culturali degli individui scriventi, degli individui artisti; e che tali intersezioni oggi si complicano e s’imbrogliano, si sfilacciano e si allentano. Io faccio il medico, e mi viene da paragonare il rallentamento e l’impantanamento della linearità progressiva di quelle corrispondenze con i destini evolutivi della nostra specie: che sono terminati da tempo, essendo venute meno le condizioni spazio-temporali indispensabili al cambiamento dei caratteri genetici; tali condizioni sono essenzialmente due, e cioè l’esistenza di comunità isolate e geograficamente distanti le une dalle altre e il perdurare dell’isolamento per tempi sufficientemente lunghi perché i nuovi caratteri, insorti casualmente, si stabilizzino. Ecco perché lo stile –fattore umano, e dunque storico, e dunque soggetto a mutamento- non ha più luogo: sono state spianate strade e scalate montagne, solcati i mari e conquistati i cieli. L’umanità viaggia, virtualmente ma anche materialmente; poche ore e sei dovunque, nessun luogo è inaccessibile; non c’è boscimane o nambikwara che abbia la più piccola possibilità di salvarsi da così meticolosa pervasività.
Lo stile ritornerà tra gli uomini quando guarderanno il globo terraqueo dalla colonia marziana; quando usciranno dai bunker dieci anni dopo la catastrofe nucleare; quando si conteranno dopo la pandemia; quando…
(Naturalmente la specie umana cambierà, molto di più e molto più velocemente di quanto si sia mai verificato in passato; ma non da se stessa, e dunque per forza intrinseca, ma ad opera di fattori esterni quali l’ingegneria genetica e le biotecnologie) (E se lo stile è la forza intrinseca della poesia, quale forza estrinseca sarà capace di cambiarla, animandola?)

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