incroci on line

Lettera Aperta /2 Risposta di Eugenio Lucrezi

Posted on: 17/07/2013

 

di  Eugenio Lucrezi

amebapinup

Caro Daniele,

 

ti rispondo partendo dal testo che tu, scegliendo tra quelli presentati nel megamicro che Mariano Bàino, curatore della collana, e Francesco Forte, editore di oèdipus, mi hanno dato l’opportunità di pubblicare, offri in lettura ai frequentatori di questo luogo di condivisione a disposizione degli amici dalla rivista Incroci. Frequentatori che non sono di certo passivi fruitori di florilegi e di altri exempla del bello, e non possono non farsi, a loro volta,  inventori e rimestatori della poesia, dei suoi svolgimenti e dei suoi significati.

Il testo, dedicato ad un Maestro che mi onora della sua amicizia, porta un titolo che è già di suo un liofilizzato del discorso poetico, essendo in un tempo oggetto iconico (figura artificiosa costruita per evidenziare urgenze della mente o derive emozionali in forza della sola presentazione segnica), figura retorica (si tratta infatti di un palindromo, se pur parziale), condensato di significati (nell’anticipato racconto di un’agnizione mancata, che è poi il contenuto narrativo della poesia).

L’argomento che viene svolto nella composizione è del tutto esplicitato: si tratta della sorpresa che coglie il lettore del Castello quando, in un «punto nevoso del romanzo», K., l’agrimensore, s’imbatte nei suoi aiutanti e non li riconosce. Il lettore viene subito informato che si tratta dei suoi vecchi aiutanti, e che pertanto K. dovrebbe ben conoscerli, Artur e Geremias. E dunque? In un racconto dall’andamento fino a quel punto realistico, succede che Kafka aggiunga «l’irreale al reale»: la strada del romanzo è segnata, e a questa prima omissione (percettiva? mnemonica? cognitiva? K. è distratto? sta soprappensiero?), a questa bizzarra inaugurazione, fa seguito l’interminata via crucis di mancamenti e mancanze che scandisce uno dei romanzo più impressionanti del secolo scorso.

La poesia da te scelta, a un certo punto, presa dalla sorpresa e da un’eccitazione forse indistinguibile dalla foga amorosa, si mette addirittura a interloquire con Kafka; è così felice di farlo – pensa un po’ che privilegio, Daniele: potergli rivolgere la parola, poter parlare con lui! Miracolo della visione? presunzione dell’impossibile? sciocca bambineria? – così felice, da lasciarsi andare ad un eccesso di confidenza, a ben vedere del tutto inopportuno, anzi maleducato senz’altro: «Ma forse, K., non ti senti bene?» (A volere essere esatti, la domanda non viene rivolta all’autore del racconto, bensì all’agrimensore: ma la differenza è sottile, e la scostumatezza resta tutta.)

Com’è questa poesia? facile? difficile? animata da un’idea nuova? da un’idea forte? E che cos’è: un racconto? un teatrino? o un esercizio critico? E innanzitutto: può essere letta senza l’ausilio di chiose e di commentari? Hai già capito che qui mi aggancio alla tua lettera, che già per la semplice circostanza di non essere stata spedita quale comunicazione privata ad un amico dice di essere altro da un semplice sfogo, da una generica confessione di stanchezza e di sfiducia nella poesia d’oggi.

Tu dici di vivere il tuo lavoro di critico non diversamente dal poeta, e cioè spinto da una necessità di impegno del cuore e dell’intelletto nel confronto con idee forti e nuove. In effetti, critica e poesia non possono stare separate. L’una sta affianco dell’altra ed è partecipe dell’altra, anche se funzionano secondo logos la prima, secondo analogia la seconda.

Tuttavia mi pare che le idee forti e nuove di cui parli tu debbano assumere, nella scrittura poetica, una valenza prevalentemente figurale, sonora e ritmica. Il surplus di significato che distingue il discorso poetico, connotandolo, non nasce da idee (da contenuti) ma dall’efficacia raffigurativa delle parole, aggruppate in unità chiamate versi, variamente organizzate. Soltanto il senso che viene generato dal suono e dal ritmo delle parole porta alla figura nuova della poesia: ma la figura è nuova soltanto se chi ne viene attraversato (l’artefice, e poi il lettore) è tenuto saldamente da una tradizione, che lo guida e lo sospinge, magari fino a quel piccolo deragliamento, a quel minimo scarto (dall’antico, ma anche dal contemporaneo) che è la sola forma di innovazione possibile e convincente.

La parola poetica è dunque, sempre e nello stesso tempo, antica e nuova. Gli azzeramenti della storia e le palingenesi a questi collegate hanno a che fare, in genere, più con la storia del costume che con quella delle arti. E i veri novatori, i veri audaci, sono quasi sempre, a ben conoscerli, dei consumati viaggiatori nel tempo, e nella storia.

 Tu dici di non soffrire quella poesia che obbedisce soltanto a una grammatica sua, muovendosi ‘a dispetto’  della capacità di condivisione del lettore. Concordo, ed aggiungo che l’autoreferenzialità meno sopportabile è però quella ad excludendum dei cattivi accademici e dei tromboni pagati dallo Stato (e dunque da noi tutti, anche dai poveri poeti, che almeno sono incomprensibili senza gravare sui contribuenti).

La verità ‘autofasica’ che tanto ti dispiace e ci spaventa è anche specchio di una dimensione nuova dell’umano, che oggi galleggia,  o sprofonda, nel liquido di una simultaneità mediatica e connettiva che – basta un niente –  si fa delirio onnipotente in quanti s’illudono di avere l’universo a portata di clic.

Mentre nelle diverse lingue dei poeti ci sono ed agiscono, accanto ai veleni e alla sofferenza anche comunicativa che tutti ci affratellano, le forze stratificate e le ancestrali energie dei codici linguistici quando ancora si affacciavano, inesatti e inesperti, alle finestre del suono e del senso, intente a nominare il mondo.

Alla fine, tuttavia, capisco la tua insofferenza di lettore di poesia contemporanea; sei un lettore, testimone e critico che le ha dedicato anni di fatica e di amore, che in evidenza non è stato ricambiato.

Tieni duro, amico mio. Per fortuna i libri che non ci tengono buona compagnia li possiamo tenere a distanza; e quelli che non ci piacciono possiamo addirittura gettarli via.

Con affetto,

                        Eugenio

                        10 luglio 2013

    

 

Annunci

2 Risposte to "Lettera Aperta /2 Risposta di Eugenio Lucrezi"

Caro Daniele e caro Marzio, cari tutti, il commento al quale queste righe rispondono equamente distribuisce benedizioni e sciabolate. I principii, essendo il presupposto delle difficoltà, se le portano appresso nelle amicizie; e il professor Pieri guarda in faccia, proferendo le sue parole, prima il professor Pegorari e poi il sottoscritto, e quasi sembra non giri lo sguardo.
Ma vengo alle questioni: Céline e Bernhard, Parise e Piovene sono tutti e quattro maestri di musica, anche se i primi due si sono diplomati in percussioni e gli altri si son fatti melodisti (Piovene, poi, che a me pare una vetta del nostro novecento, capì su tutti che l’estensione della lingua della letteratura italiana si deve andare a prendere i dialetti, per vincere la sfida con la lingua avanzante dell’insignificanza; ma non incorporandone i lessici con intenzione espressivista, bensì per acquisto, per bordeggiamento, di atteggiamenti sintattici ((e cioé armonici, in musica))): e perché mai dunque, professor Pieri, si imputa al versificatore di essere troppo agilmente musicale? Il ritmo sarebbe dunque culla, buona per prendere sonno? E l’armonia/sintassi, un inutile aggrovigliamento delle frasi? La melodia, una caduta? Ma non sei tu, professor Pieri, melomane assoluto, dotato di assoluto orecchio musicale e affetto da affetti assoluti per i tenori, e tu stesso tenore, o tenorino come dici tu, assolutamente non indegno…? L’agilità è dunque impedimento, peggio della zoppia? Marzio, abbiamo testé circumnavigato (sul sito del tuo Archivio Barocco, che invito i lettori di questa lettera ad esplorare) l”Ave Virgilio” del giovane Thomas Bernhard, capolavoro del ‘900: testo scosceso (per assenza di sintassi) ma non scivoloso per smania di arditezze; oscurato dalla luce della Storia e illuminato dal buio infero, luciferino, della caduta e della perdizione dell’Uomo. Poesia in spregio del recupero (altro che recupero dei siti di stoccaggio dei rifiuti tossici!): ma solo i grandissimi si fanno un baffo della musica, perché in loro risuonano sfere vastissime, per i più impercepibili (vero, Daniele?); gli altri (noi, poveretti) sono costretti, per insufficienza di odio, di visione e in generale di passione, a musicare le frasi.
E il bosco, l’imboscata, l’imboscarsi: ninfe e fauni s’infrattano, e sono creature di mezzo, si sa, tra gli dei e gli umani: la poesia assomiglia loro in quanto discorso indeciso, dal significato sospeso. Anche la poesia s’infratta, sempre. Se si esibisce, lo fa per far sorridere un amico del versificante.

Caro Pegorari, ci sono amicizie (o repulsioni) scritte prima di noi. Il nostro incontro, lo capii sùbito, rientra nel primo caso. Amicizia significa non scambio di favori o di elogi, ma condivisione di principii e, spesso, di difficoltà. Anche a me il libretto di Lucrezi piace. Sai che per farlo contento corsi perfino la cavallina del pubblicare miei versi in un oggettino a 4 mani con lui. A volte mi spaventa, in lui e in altri, l’essere troppo bravi, troppo agilmente e musicalmente produttivi. Einaudi musicus? Deus avertat. Sembra che tu parli per me quando scrivi: lodo ma non mi sento provocato a scrivere. Il fatto è che ogni tanto la poesia si concede lunghe arcadie. Il paradosso allora è che quel dipiù che rispetto alla norma uno si aspetta dalla poesia è praticamente tacitato dalla abitudine a una sorta di culla. Io non mi sento di essere un lettore maturo con Céline o Bernhard o magari Parise o Piovene e di tornare al ciuccio coi poeti. Bravi, ma mi debbono tendere imboscate. E loro, fatalmente, invece che imboscarsi, si esibiscono.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

«incroci» - semestrale di letteratura e altre scritture

direzione: Lino Angiuli • Raffaele Nigro • Daniele Maria Pegorari.

Acquisto e Abbonamento

Una copia: euro 10,00
Abbonamento annuale: euro 18

Modalità di acquisto:
- dal sito dell'editore (http://www.addaeditore.it/)
- versamento sul c.c. postale n. 10286706
intestato a: Adda Editore, via Tanzi, 59 - 70121 Bari

il nuovo numero di incroci

eventi: Dante, l’immaginario

disclaimer

Il blog ‘incroci on line’ non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità: per questo non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
La responsabilità degli articoli è dei rispettivi autori, che ne rispondono interamente.

Alcune immagini pubblicate nel blog sono tratte dal Web: qualora qualcuna di esse fosse protetta da diritto d’autore, vi preghiamo di comunicarcelo tramite l’indirizzo incrocionline@libero.it, provvederemo alla loro rimozione.

Al lettore che voglia inserire un commento ad un post è richiesto di identificarsi mediante nome e cognome; non sono ammessi nickname, iniziali, false generalità.
Commenti offensivi, lesivi della persona o facenti uso di argomenti ad hominem non verranno pubblicati.
In ogni caso ‘incroci on line’ non è responsabile per quanto scritto dai lettori nei commenti ai post.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: