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Lettera Aperta /3

Posted on: 22/07/2013

 

di  Daniele Maria Pegorari

amebapinup

Caro Matteo (e caro Eugenio, caro Gianmario, caro Giorgio, cari lettori di «incroci»),

nei miei studi sulla poesia contemporanea ho sempre fatto appello alla mia equidistanza dai diversi filoni di scrittura. Per me non esistono gerarchie fra metafisica, sperimentalismo, neodialettalità e realismo: quello che mi ha stancato non è uno specifico genere della poesia, ma il fatto che TROPPI poeti scrivono TROPPO, ripetendo cose già dette MOLTE VOLTE.

A minor rischio credo che sia la poesia che si attiene alla Realtà, per due ragioni: 1) la Realtà costruisce ogni istante un nuovo segmento di passato e, dunque, è, anche solo per questo, infinitamente raccontabile; 2) è così violentata dalla Verità (la quale è solo una costruzione linguistica, ma ci caschiamo sempre) che in questa nostra epoca è essa stessa entrata in “recessione”, cioè si contrae ed è a rischio di sparizione. Fatti salvi quei pochi lirici e narratori che hanno il coraggio di costruire un’etica della realtà (al posto di un’etica della verità), gli altri rischiano di avvitarsi sullo statuto proprio della scrittura: i romanzieri possono autoalimentarsi con l’affabulazione, cioè col gusto “in sé” della costruzione narrativa, mentre i poeti possono indulgere nella ricerca intorno alla dicibilità stessa (dato che la poesia “sa” di essere l’arte della parola per eccellenza e quindi “deve” tentare periodicamente i propri limiti) oppure si concentrano sulla vocazione ontologica (che si presume essere nella natura propria della lirica).

Tutto lecito, naturalmente, salvo che occorrerà prendere atto che, come ogni arte, anche la poesia contempla la possibilità della “variazione sul tema”, dell’autogenesi, della creatività incoercibile, a cui, però, non può corrispondere quasi mai un “contenuto” nuovo. Un buon autore dovrebbe saperlo e può reagirvi in diversi modi: 1) autocensurarsi, evitando di scrivere così tanto (scelta non consigliata: perché bloccare la creatività, che è vita allo stato più puro?); 2) scrivere e pubblicare liberamente, ma senza pretendere di essere recensito o presentato, lasciando che le sue parole vengano godute con semplicità dai lettori che hanno già avuto modo di apprezzare le prove precedenti e che certo ameranno anche leggere (ma “solo” leggere) i nuovi toni raggiunti dal loro autore (scelta consigliata: misura la saggezza dello scrittore); 3) cercare di “ampliare il mercato”, puntando a farsi conoscere soprattutto da nuovi commentatori (scelta consigliata ad autori che non abbiano ricevuto adeguata attenzione critica in precedenza).

L’idea della poesia che parla una lingua diversa da quella del lettore mediamente colto è tutta novecentesca e ha avuto le sue ragioni migliori subito prima della prima seconda guerra e subito dopo la seconda. Ma oggi, a Novecento concluso, e dopo che abbiamo portato la poesia ai vertici massimi del divorzio dalla lingua dell’uso, non potremmo aspirare a una conciliazione? L’arte è eccellenza, è vero: ogni opera d’arte deve essere una sfida alla mediocrità, una sfida al limite, un’occasione per l’elevazione delle conoscenze e delle sensibilità, ma una poesia che si nasconde nel carapace della propria inesplicabilità può ancora, per questo soltanto, dirsi “eccellente”?

Ho scalato per vent’anni i vertici linguistici e speculativi della poesia, ma quando sono arrivato in cima all’Everest mi sono accorto che lì non c’è anima viva e l’impresa mi è sembrata inutile, niente più che un’esibizione agonistica della mente. Ora ho voglia di camminare in città, dove al posto dell’Infinito che, se c’è, non ha bisogno né di me né della Poesia, ci sono i molti Finiti, i quali hanno bisogno di parole, hanno bisogno di scriverle e di leggerle. Una poesia che non prende su di sé alcun compito – e quello di difenderci dalla barbarie del web è solo un esempio – è più presuntuosa del Dio Uomo che prese su di sé la croce pur non avendo il dovere di farlo. E allora non mi interessa, soprattutto non dal punto di vista professionale.

                                                                                                             

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8 Risposte to "Lettera Aperta /3"

Scrive Pegorari un pensiero che considero fondamentale:
«L’idea della poesia che parla una lingua diversa da quella del lettore mediamente colto è tutta novecentesca e ha avuto le sue ragioni migliori subito prima della prima seconda guerra e subito dopo la seconda. Ma oggi, a Novecento concluso, e dopo che abbiamo portato la poesia ai vertici massimi del divorzio dalla lingua dell’uso, non potremmo aspirare a una conciliazione?».

Quello che io leggo in giro è che la grande maggioranza degli autori pubblicati dagli editori di spicco scrive in un superlatino internazionale immediatamente riconoscibile, un superlinguaggio da clericatura, dove tutti si somigliano e utilizzano la stessa paratassi diventata una equazione passe partout, un linguaggio poetico che oscilla tra idioletto e lingua della comunicazione telemediatica nel quale ci si legge a vicenda e ci si recensisce a vicenda. È un linguaggio riconciliato e pacificato perché utilizzato senza alcun filtro delle retorizzazioni, senza alcuna modellizzazione o coscienza di ciò che significa adottare delle retoriche o delle modellizzazioni; la poesia è soprattutto un esercizio di costruzione di un linguaggio che non sia confondibile con altro similare o tele e totalmediatico. Si scrive troppo e troppo di fretta, si scrive con l’intenzione di sorprendere il lettore con qualche trucco e il linguaggio poetico diventa una scacchiera di trucchi, un baraccone da fiera delle vanità e di prestidigitazioni.
Per quanto riguarda l’attività del fare critica, posso dire questo: la critica di un testo di poesia contemporanea non è affatto una cosa così semplice e scontata come può apparire a prima vista, presuppone delle attitudini e delle qualità sia innate che apprese dopo un lunghissimo apprendistato di studi, voglio dire che tutti possono esprimere dei pareri di lettura ma fare critica di un testo è altra cosa, che presuppone delle particolarissime attitudini e professionalità acquisite in lunghi anni di studi e di riflessioni.

Altra cosa importante è che chi fa critica non deve seguire orientamenti teorico-critici già determinati secondo una linea poetica prescelta ma essere in grado, come un esploratore, di captare e percepire gli elementi che fanno di un linguaggio poetico qualcosa di non assimilabile con altri linguaggi poetici del presente e del passato; e deve essere in grado anche di trasmetterli in una argomentazione ragionata.
La mia esperienza personale è che ogni qual volta ho scritto articoli nei quali muovevo obiezioni a un certo autore o a un certo tipo di poesia, da quel momento sono stato fatto oggetto di odio razziale. Come dire: chi è costui che usa questo aggettivo?, come si permette di esprimere certe argomentazioni?, Cancelliamolo dalla lista degli addetti ai lavori!. In realtà, nessuno è interessato a capire ciò che il critico vuole esprimere, ciascuno punta al plauso; si scambia il fare critica per la clacca. Ormai c’è una incomunicabilità tra la critica (intendo quella autentica) e gli autori che scrivono libri di poesia. C’è solo una corsa all’Everest della propria auto affermazione, al soddisfacimento del proprio narcisismo, tanto che ultimamente ho scritto ad alcuni editori di fare un filtro alle loro pubblicazioni e inviarmi solo i libri che ritengano degni di essere letti. Volete sapere qual è stata la risposta degli editori?, hanno cessato di inviarmi i libri da loro editi.

Gentili,
Vorrei alle vostre aggiungere qualche riflessione.

Durante una lezione, il professor Guido Mazzoni ha posto all’uditorio composto da un folto centinaio di studenti al secondo anno di lettere due domande: ”Alzino la mano quanti tra voi mai hanno provato a scrivere poesie?”; ha alzato il braccio quasi l’interezza degli studenti. Subito dopo, la seconda: ”Quanti tra voi conoscono i nomi di tre poeti contemporanei tuttora viventi?”; quanti tra la folla abbiamo alzato la mano, potrei contarli sulla punta delle dita.*****

Puntata del ‘speciale tg1’, data 26 maggio 2013. La matrice del servizio era un’interrogazione sulla natura della poesia oggi e sulle sue possibilità. Ne espungo tre interventi degni di nota: – uno di un uomo presentato come importante poeta contemporaneo, il quale dopo aver fieramente asserito di scrivere fior di poesie su commissione (per matrimoni, compleanni, ricorrenze), dopo aver vantato le proprie rare doti di intrattenitore, dopo aver esibito il locus della sua quotidianità da bohemien, sostiene che ”il futuro della poesia è l’aforisma” (”la poesia è idea”, la premessa). Il secondo intervento notevole è quello sul poetry slam*: un altro ‘futuro’ della poesia che in sintesi consiste in un recitativo d’occasione e d’agone (chi vince, vince normativamente denaro), le cui performance poetiche non sono in nulla distinguibili dal monologo teatrale; tipo di ‘poetare’ che ha raccolto, secondo la testimonianza di Garau*******, circa 8 migliaia di spettatori paganti alla o2 arena di Amburgo per la finale tedesca. Terzo intervento notevole: uno psichiatra che per terapia di gruppo guida i pazienti in introspezioni emotive e li stimola alla produzione estemporanea di poesia; ma subito egli precisa la necessità di distinguere questo poetare psicoterapeutico da quello ”avente valore letterario”, quello ”universale”.

Rintessendo le fila del discorso: come spiegare il fatto che così tanti giovani, seppure in parte ignoranti il panorama poetico contemporaneo, abbiano provato a essere poeti? La risposta secondo la mia opinione é riposta sia nella ”fame di fama”** dilangante e nel conseguente ipernarcisismo diffuso (ovvero l’esplosione arrivata mescendo socialnetworks, realitysmo*** e atomizzazione dell’individuo), sia nel potenziale psicoterapeutico del comporre poesia. Se poi a questi fattori aggiungiamo ironizzazione*** (nessuno è autorevole a sufficienza per sostenere un dato di verità: tutti possono mettere bocca su tutto), il relativismo estremo (ogni poesia è bella, in quanto istantanea di un sentimento) e l’implosione del carattere un tempo programmatico e elitario del poetare (genitrice anche della famosa autoreferenzialità), ecco identificato il colpevole: un atteggiamento morale e spirituale, il postmodernismo.
In un suo libro**** Romano Luperini ha analizzato importanti fattori del postmoderno; egli ricorda: – che la critica non riveste più il ruolo intermediaria tra lo scrittore e il pubblico: funzione attualmente delle distribuzioni e dei media; – che l’intellettuale ha smarrito la propria funzione, seppur abbia mantenuto il proprio ruolo; – fare letteratura è quasi esclusivamente guerra all’ultima vendita e battaglia d’ autoaffermazione di soggetti singoli: non più manifesti poetici che raccolgono più personalità in correnti, non più movimenti.

Concludendo. Per evitare il desolante futuro indicato dall’intrattenitore su commissione di cui prima e la catastrofe che avverrebbe nel caso in cui fare poesia significasse recitare un monologo per vincere soldi, allora a mio avviso é necessario svellarsi di dosso il postmodernismo.
Come? Restituendo alla poesia il valore che le è proprio, ovvero l’essere veicolo d’espressione di sentimenti universali; restituendo al poeta il compito di dire con le parole proprie gli affectus di tutti.
Vi pare che chi scriva oggi poesia veda il proprio ego come mezzo o come fine? E poi che si torni a concepire la letteratura come sforzo collettivo, come attività nobile al servizio di tutti e non come strumento individuale o come trastullo. Che i critici si riapproprino del proprio ruolo, pur inimicandosi sodali e conoscenti; che riacquistino la Dignità intellettuale, da cui la Sincerità.

Cordiali critici, letterati, lettori, cordiali voi tutti, è nostro dovere sapere che ci è ingenita una colpa: di anteporre il proprio godimento, il proprio interesse, la propria vanità al valore, alla pubblica utilità, alla dignità della letteratura. In mancanza di un’inversione di tendenza, in un futuro non così lontano ciascuno di noi dovrà sentirsi responsabile e colpevole, quando cultura solamente sarà intrattenimento.

Rispettosamente,
Giovanni Lamanna.

* slam= sbattere: poetry slam= sbattere poesia (in faccia).

** per usare le parole di Amelia Rosselli

*** cfr, M. Ferraris, Manifesto del nuovo realismo (Laterza, 2012)

**** R. Luperini, La fine del postmoderno (Guida, 2005)

***** vedi anche: G. Mazzoni, Sulla poesia moderna (Il Mulino, 2005)

****** intervista: http://youtu.be/SdEdef4KKvg

@Daniele, @Gianmario, @ Eugenio, @ tutti
Carissimo Daniele, rispondo con qualche ritardo a questa tua lettera aperta, e me ne scuso. Non capisco bene il termine Realtà da te usato nella tua risposta. E soprattutto non capisco perché il ‘vissuto’ sarebbe più raccontabile dell’immaginato o dell’immaginabile. Che, poeticamente, sono altrettanto Realtà. Il problema è semmai se si è in presenza di una buona poesia oppure di una cattiva poesia. Anche qui vale ciò che ha detto Eugenio (e io stesso), bisognerebbe passare ad esaminare testi concreti. Altrimenti tutto resta vago e incerto. Indefinito.
Quanto ai 3 consigli che dai ai poeti ‘prolifici’, credo che vadano molto bene, ma converrai che siamo fuori dallo stabilire ciò che si intende per buona poesia (questo è il nostro problema). E fuori da ciò che si considera ‘una buona critica letteraria’ in senso stretto.
E naturalmente non esiste una buona poesia (se è cattiva poesia allora sì, concordo con te) “che si nasconda nel carapace della propria inesplicabilità”. Almeno a me questo appare chiaro. E chiaramente da ciò che affermo, si può dissentire.

Quanto all’aspirare ad una conciliazione tra lingua ‘lontana dalla gente’ e lingua ‘vicina alla gente’, anche qui si ricade nel voler fare poesia partendo da una qualche etichetta. Ma in un mio precedente intervento ho spiegato – visto da me – che ogni qualvolta si vuol partire da una particolare etichetta, c’è il rischio di ritrovarsi innanzi ad una poesia quantomeno mediocre. Poiché, come già detto, la poesia è Libertà perfino nelle costrizioni della lingua.

La tua lettera termina con motivazioni personali davanti alle quali ho solo sentimenti di simpatia e di rispetto.

Quanto al web be’ che dirti, potremmo rileggere ai giovanotti del web tutto Saffo, tutto Dikinson, tutto Baudelaire e avremmo comunque fatto cilecca.
Un caro saluto,
Matteo

Caro Matteo, cari Tutti, sono felice di questo dibattito e non intendo replicare ancora. Solo un finale chiarimento terminologico, visto che Matteo dice di non aver capito bene cosa intendo per “realtà”: devo chiarire una volta per tutte. Realtà è solo ciò che cade sotto i nostri sensi e ha una consistenza accertabile: è l’insieme delle “res” (sia quelle di natura fisica e dunque appurabili per via chimica, sia quelle storiche, appurabili per via filologica). Sono impegnato a tutelare la realtà da ogni tentativo di mistificazione. Dopo di che ognuno è libero di credere, amare e scrivere di altre dimensioni (la Verità, l’immaginazione, ecc. ecc.: io stesso ne ho frequentate qualcuna), ma, per favore, non creiamo pasticci terminologici: queste non sono “realtà”. Io sono impegnato a lasciare spazio all’immaginazione, a patto che non uccida mai la realtà. Mi scuso per la banalità della chiosa, ma ora non avrò lasciato spazio a residue incertezze

@Daniele

Caro Daniele,
lamento di non essere stato avvisato in automatico di questa tua risposta e solo il recentissimo post di Lamanna mi fa scorgere questa tua puntualizzazione sul termine ‘realtà’.

Senza scomodare il nostro conterraneo Parmenide, e cercando di volare basso, mi chiedo e ti chiedo: perché l’immaginazione dovrebbe uccidere ‘quella che tu chiami realtà’?
‘Immaginazione’ e ‘quella che tu chiami realtà’ vanno di pari passo nell’uomo. Per me questa è una verità di una evidenza lapalissiana.
Guai a voler privare l’uomo di una sola delle sue facoltà. Avremmo un uomo monco e conseguentemente una letteratura, mutila. Non ti pare?
Non si tratta quindi di ‘pasticci terminologici’, caro Daniele, ma, semmai, di visioni diverse della vita. Tutte legittime, naturalmente. E in fin dei conti, dal mio punto di vista, si tratta di considerare l’uomo nella sua interezza: nella sua razionalità e nella sua irrazionalità, di essere per tanti versi conscio di sé e inconscio di gran parte di se stesso.
Ho avuto già modo di scrivere in questo blog – ed è una convinzione molto radicata in me – che se l’uomo fosse solo razionalità, avremmo non uomini ma soltanto computer e automi.
Ti confesso che con lo stesso tuo spirito di crociata anch’io sono impegnato a tutelare l’immaginazione da ogni tentativo di coartazione. Soprattutto se questa imposizione è a priori, per partito preso.

In ogni caso, credo che si è lontani dal tema principale di questa discussione nata dal desiderio di come stabilire se si è in presenza di una buona poesia oppure di una cattiva poesia, al di là delle varie etichette.

Anch’io ho trovato questa discussione fervida e proficua. Un merito va ad Incroci e naturalmente alla tua verve polemica. Un grazie dunque, caro Daniele.
Con l’affetto di sempre,
Matteo

Caro Daniele,

Mi girano il tuo muovo intervento che volentieri leggo.

Non conosco il poeta in questione col quale hai interloquito; mi attengo alle ultime tue righe.

Quando leggo una raccolta mi pongo sempre due domande:

la prima: quale è la caratteristica che distingue questa raccolta dalle altre che leggo?

la seconda: questa raccolta avrebbe potuto essere scritta 20 anni fa?

Quasi sempre non scorgo la differenza ed altrettanto mi rispondo che la raccolta avrebbe potuto essere scritta un ventennio addietro.

Allora, con rispetto, penso alla precarieta’ della stessa. Sì, caro Daniele, andando in cima all’ Everest si trova, già arrivata in pullmann, una comitiva di poeti fecondi.

Sono d’ accordo con te, anzi non penso altro. È nella città che é piovuta tutta la specie umana ad accatastarsi e mescolarsi con i prodotti, nostri sovrani.

Da questa discontinuita’ epocale nasce la poetica del Realismo terminale

Oppure possiamo continuare a scrivere, mai con un perché, e , di volta in volta, dar vita alla antologia dei poeti vegetariani o centauri o astronauti etc.

Mi pare che la poesia oggi viva come un Sisifo che si interroghi senza risposte su come mai si senta un po’ affaticato.

Ti invito volentieri con affetto ad una passeggiata amicale nella similitudine rovesciata dell’accatastamento metrolitano. è questa infatti, l’esplosione statistica, del linguaggio, grazie alla quale la poca natura rimasta si definisce in quanto paragonabile ai prodotti.

la differenza diventa il tatuaggio della scrittura. Intorno vedo il raffinato pretesto, ipovedente.

Un caro saluto

Guido Oldani

l’arte è eccellenza… come la sua Voce, la sua analisi, ed il mio stato di “finitezza”, nell’in-finito poetar

Beh, mi pare che tu, Daniele, consideri le aberrazionin del ‘900 come vetta dell’Everest, come extrema ratio, come il punto di arrivo di un progresso, ma su questo sono leopardiano: non credo alle “magnifiche sorti e progressive”. A a mio avviso, il 900 sperimentale sìè aquagliato nell’ascesa, in qualche crepaccio e dorme lì, gelato e sterile. Produce (ha prodotto) parole, non poesia. Le studiamo come reperto del sapere, perché siamo “critici” magari di mestiere come te o per necessità come me, ma sono lingua morta, mentre il Gilgamesh, Omero Dante e Shakespeare parlano ancora all’uomo moderno, eccome! E infinitamente più di loro.
Ogni ragionamento, in ultima analisi, ci porta sempre a questa domanda: che cosa è, in definitiva, questa poesia? E’ il suo linguaggio? Io credo invece che non lo sia: il linguaggio è solo uno strumento, inutile, se non si lascia in qualche modo “agganciare” dall’interpretazione e rimane lì, sterile nella sia ieraticità come un “papè satan aleppe” ripetuto all’infinito.
Io credo che la poesia non sia il suo linguaggio, che è solo uno strumento, così come i colori sono lo strumento della pittura e la scala cromatica quello mdella musica. A mio avviso l’uomo è un essere dotato di pensiero poetico criticabile, in quanto riconoscibile secondo un principio di coerenza interna al pensiero poetico stesso, che si esprime in una forma artistica. Se il pensiero non è criticabile, non è comunicabile, non ha senso, allora la poesia diventa lallazione. Preché la poesia è (anche) pensiero razionale, logico e non solo “pre-logico” cone taluni dicono erroneamente e come se fosse un qualcosa che è in difetto rispetto a una perfezione. E non solo emozioni o parole. Perché l’uomo, a meno che non sia scisso, pensa sempre, alogicamente e logicamente insieme, anche quando è poeta e sceglie sempre il linguaggio che pensa (se pensa). E se non è un “pensare per sé”, chiuso nel suo solipsismo, è per forza anche comunicazione, attraverso il linguaggio. Non possiamo ridurre la poesia a disciplina che si preoccupa di fornire un linguaggio all’inconscio, perché l’incoscio, dal momento che diviene linguaggio è anche conscio, eccome! E perché un bimbo che lalla non dovrebbe essere poeta? C’è, qualcosa di più poetico del suo lallare? Eppure non diciamo che quella è poesia, anche se è un linguaggio, ma non parla a tutti, parla soltanto al bambino che lalla. perché le “sue” parole non significano nulla per altri. Noi non abbiamo bisogno di parole belle (anchje, sì, ovviamente), ma di senso, e ognuno per sé, ognuno ha il suo senso da scoprire. L’opera d’arte ha il compito di fornire un orizzonte abitabile, e ognuno lo abita come crede, ma se non c’è condivisione, non c’è orizzonte. Se noi siamo esseri insieme logici e alogici, questo pensiero deve sempre funzionare insieme, logico, alogico, insieme. Se sono soltanto alogico quando scrivo poesie, non sono un poeta, ma un cane, dico le stesse cose del cane, né più né meno. Se non lascio entrare nessuno se non me stesso nel mio linguaggio, non posso lamentarmi se nessuno vi entra e dire che “la gente non ama più la poesia”.
Ecco, io sono convinto che la poesia non è capita perché la poesia non vuole capire la gente, se ne fotte, sta per i c azzi suoi e pretende che la gente la vada a inseguire. Certo, il poeta è un precursore, come la guida che si preoccupa di organizzare una scalata. Ma non s’è mai visto una guida seria che molla la cordata e se ne va per i cazzi suoi, come molta poesia del ‘900 e anche contemporanea.
Poi, c erto, ci sono gli opposti, stomachevoli, di prosa che pretende di essere poesia, etica che si crede poesia, sociologia che diventa “poesia civile”, ecc. ecc. ma a questo serve la critica, a “distinguere” (krinein) gli elementi di poeticità ma anche di senso, che parlano all’uomo sovra-storico, l’uomo come essenza o se vuoi come fenomeno, come uomo insomnma, lasciando stare la filosofia.

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