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Lettera Aperta /4 La grande crisi della poesia italiana

Posted on: 30/07/2013

 

un intervento di Giorgio Linguaglossa

amebapinup

Il dibattito avviato con la Lettera aperta di Daniele Maria Pegorari a Eugenio Lucrezi ha suscitato finora diversi commenti, oltre a una risposta e a una replica dei due interlocutori ‘principali’. incrocionline ospita ora volentieri un intervento di Giorgio Linguaglossa, la cui origine è negli interventi militanti di quest’ultimo, apparsi anche nel blog moltinpoesia.wordpress.com. L’intervento di Linguaglossa  può essere letto qui di seguito oppure può essere aperto in formato pdf cliccando qui: intervento di linguaglossa

Vorrei iniziare con un riferimento ad Adorno tratto da Dialettica negativa, e precisamente nel capitolo dove il filosofo tedesco dichiara che dopo Auschwitz un sentire si oppone a ciò che prima del genocidio si esprimeva tramite il senso. E aggiungeva che nessuna parola con tono pontificante, quand’anche parola teologica, ha legittimità dopo Auschwitz. Come sappiamo, il filosofo tedesco assegna al genocidio di massa un valore radicale, e lo cita come rovina del senso. Il senso della storia ci conduce a questo: nel riconoscere che non c’è alcun senso della storia, se diamo al termine il valore di razionalità nella accezione invalsa da Hegel in poi: che  «il reale è razionale», che c’è una spiegazione per ogni aspetto del reale, anche per le cose apparentemente insignificanti, minime, che anch’esse rientrano nel disegno di organizzazione universale dello Spirito del mondo e nel disegno razionale. Per il pensiero liberale la Storia ha una sua direzione proiettata verso il futuro nella forma del progresso e della civilizzazione etc., la storia ha una sua direzionalità pregna di senso etc. Ma dopo due guerre mondiali e la guerra fredda non si può più formulare un pensiero come questo.  Per Adorno dopo Auschwitz non si può più scrivere poesia. E invece i fatti hanno dimostrato non solo che dopo Auschwitz si può ancora scrivere poesia ma che anzi oggi assistiamo ad un vero e proprio diluvio di poesia di tutti i tipi, elegiaca, iconica, concettuale, sperimentale, del quotidiano, mitologica, giocosa etc. La storia sembra andare verso l’implosione piuttosto che verso il suo ripiegamento, verso la demoltiplicazione piuttosto che verso il dimidiamento. Ma la Poesia ha coscienza di questa negatività?, la Poesia ha coscienza di questo de-moltiplicatore?. Ma è una negatività senza impiego, senza contraltare, una negatività che permette soltanto la finzione, l’allestimento di un palcoscenico vuoto. Al posto dell’impegno è subentrato il disimpegno, al posto del negativo è subentrato il post-negativo; le ipertrofie, le faglie, le erosioni, le citazioni, i rimandi, i percorsi sotterranei del senso diventano i veri protagonisti della poesia, diciamo, del post-negativo. La poesia ironica e scettico-urbana del post-negativo si muove in questa topografia assiale delle rovine (del linguaggio e del senso); si muove, con eleganza e ironia magari, in questa topografia delle rovine (con una tipografia delle rovina!); si trastulla sfoderando le risorse antiche del plurilinguaggio, esibendo l’abilità del rhetoricoeur, nell’improvvisare paronomasie, omofonie ed anafore, corto circuiti tra suono e senso, tra citazione e citazione; mima un senso plausibile ed effimero per poi subito dopo negarlo e de-negarlo ammiccando alla impossibilità per la poesia di prendere la parola, di parlare facendosi schermo dei famosi versi di Montale: «Solo questo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo ciò che non vogliamo».

 

Dopo Composita solvantur (1995) di Franco Fortini, la poesia diventa sempre più piccolo borghese: si democraticizza, impiega una facile paratassi, la proposizione si disarticola e si polverizza diventando semplice sintagma molecolare; si risparmia, si economizza sui frustoli, sui ritagli, sui resti del senso (un senso implausibile ed effimero), si scommette sul vuoto (che si apre tra gli spezzoni, i frantumi di lessemi, di sillabe e di monemi). Subito si spalanca davanti al lettore il «vuoto», la cosa fatta di vuoto, l’«assenza» (non più inquietante ma anzi rassicurante!), la «traccia»; il poeta oscilla tra una lingua che ha dimenticato l’Origine e ha de-negato qualsiasi origine, tra la citazione culta e la de-negazione della citazione. Il poeta deve produrre «valore»? Se così stanno le cose la poesia si accostuma all’andazzo medio, fa finta di produrre «senso» e «valore», ma produce soltanto vuoto, flatulenza di frasari distassici, combusti allegramente, per ri-usarli nell’economia stilistica imposta dalla dismetria dell’epoca della stagnazione e della recessione. Si profila la Grande Crisi che ha prodotto gli ultimi tre decenni di «vuoto» della forma-poesia (altro concetto dimenticato)!. Che cosa si intende oggi per forma-poesia? Che cosa si intende per dismetria? Che cosa è rimasto dell’economia dello spreco e dello sperpero, delle neoavanguardie e delle post-avanguardie agghindate, traumatizzate e tranquillizzanti?. La poesia non ritiene più indispensabile ricreare le coordinate e le condizioni per una poesia che voglia parlare con parole «nuove» al pubblico (e poi: quali parole?, quale vocabolario?); la poesia parla  del non-senso?, del senso?, del vuoto tra le parole?, del vuoto dopo le parole?. Ma qui siamo ancora all’interno delle poetiche della protesta e del disincanto del tardo Novecento!. La poesia ironica?, la poesia giocosa?, il ritorno all’elegia?, la poesia come battuta di spirito?; il campo, si dice, è disseminato di mine, è un campo minato di rovine; è vero?, dobbiamo credere ai pessimi maestri che ci hanno detto queste cose?, che il mondo è incomprensibile e altre sciocchezze?, e che la poesia si deve adeguare all’indirizzo medio e ai gusti di un medio pubblico mediamente acculturato?. La poesia tenta allora di orientarsi tra gli smottamenti, le faglie, i deragliamenti del senso, le deviazioni accidentali, con la dismetria dell’ironia, affonda il periscopio nel terreno della materia combusta, dei materiali esausti, dei detriti per riutilizzarli in una composizione emulsionata e cementificata. È questo il suo limite e il suo destino. È questo il suo télos.

C’è una gran confusione, una «dissolvenza» di tutti i concetti «forti», «solidi». Qualcuno dice di preferire ciò che è «liquido», «leggero», che la «leggerezza» è una virtù; qualcun altro dice di adottare il «quotidiano», il «privato»; qualcun altro ha sostenuto di voler adottare il linguaggio della comunicazione, e così via; ho il sospetto che si tratti di comodi alibi per non affrontare di petto quella cosa che abbiamo davanti: la Grande Crisi della poesia italiana. Si dice che non si dà più alcuna certezza, nessuno è così sciocco da investire né sulla «leggerezza», né sulla «pesantezza». E il poeta?. Qualcuno dice che il poeta non ha nessun salvagente cui aggrapparsi, nessuna ancora cui legarsi, nessun punto di vista da difendere, e che è costretto a fare poesia «turistica», da intrattenimento, poesia da bar; appunto, c’è chi difende il turismo intellettuale: la chatpoetry quale parente stretta della videochat; c’è chi prova a fare poesia con il linguaggio dei cellulari. Si va per iniezioni, tentativi inconsulti; e la poesia diventa molto simile ad una attività approssimativa che scimmiotta i linguaggi telemediatici.

 

 

Oggi va di moda

 

oggi va di moda di porre un referenzialismo che poggia sullo zoccolo duro del linguaggio quotidiano e/o scientifico, con in più l’idea che le frasi-proposizioni esistano isolatamente e siano intellegibili in sé sulla base di una interpretazione interna; dall’altro, un anti-referenzialismo che parte dal discorso, (anche da quello di finzione come il discorso poetico), dal figurato invece che dal letterale. Così è nato il mito che il senso estetico dipendesse da un massimo di referenzialismo del quotidiano. Dopo Satura (1971), l’opposizione fra il letterale e quotidiano(Montale) e il figurato (Fortini) sarebbe stata una falsa opposizione, nel senso che tutta la poesia italiana si è avviata nel piano inclinato e nel collo di bottiglia di un quotidiano acritico e acrilico. Da ciò ne è risultato che dalla poesia italiana è stato espulso la metaforizzazione di base, il metaforico e il simbolico. Con le funeste conseguenze che sappiamo. Così, oggi, un poeta di livello estetico superiore come Maria Rosaria Madonna che poggia la sua poesia su una potente metaforizzazione di base, risulta quasi incomprensibile (almeno a chi è abituato al modello segmentale del verso lineare). Certo, la poesia di Helle Busacca come quella di Madonna (parlo di due poetesse ormai defunte) è irriducibile a quel piano inclinato che avrebbe portato all’abbraccio con la piccola borghesia del Medio Ceto Mediatico.

 

Riguardo a Pier Luigi Mengaldo

 

…riguardo alla affermazione di Mengaldo secondo il quale Montale si avvicina «alla teologia esistenziale negativa, in particolare protestante» e che smarrimento e mancanza sarebbero una metafora di Dio, mi permetto di prendere le distanze. «Dio» non c’entra affatto con la poesia di Montale, per fortuna. Il problema è un altro, e precisamente, quello della Metafisica negativa. Il ripiegamento su di sé della metafisica (del primo Montale e della lettura della poesia che ne aveva dato Heidegger) è l’ammissione (indiretta) di uno scacco discorsivo che condurrà, alla lunga, alla rinuncia e allo scetticismo. Metafisica negativa, dunque nichilismo. Sarà questa appunto l’altra via assunta dalla riflessione filosofica e poetica del secondo Novecento che è confluita nel positivismo. Il positivismo sarà stato anche un pensiero della «crisi», crisi interna alla filosofia e crisi interna alla poesia. Di qui la positivizzazione del filosofico e del poetico. Di qui la difficoltà del filosofare e del fare «poesia». La poesia del secondo Montale si muoverà in questa orbita: sarà una modalizzazione del «vuoto» e della rinuncia a parlare, la «balbuzie» e il «mezzo parlare» saranno gli stilemi di base della poesia da «Satura» in poi. Montale prende atto della fine dei Fondamenti (in questo segna un vantaggio rispetto a Fortini il quale invece ai Fondamenti ci crede eccome!) e prosegue attraverso una poesia «debole», prosaica, diaristica, cronachistica, occasionale. Montale è anche lui corresponsabile della parabola discendente in chiave epigonica della poesia italiana del secondo Novecento, si ferma ad un agnosticismo, scetticismo mediante i quali vuole porsi al riparo dalle intemperie della Storia e dei suoi conflitti (anche stilistici), adotta una «positivizzazione stilistica» che lo porterà ad una poesia sempre più «debole» e scettica, a quel mezzo parlare dell’età tarda. Montale non apre, chiude. E chi non l’ha capito ha continuato a fare una poesia «debole», a, come dice Mengaldo, continuare a «de-metaforizzare» il proprio linguaggio poetico. Quello che Mengaldo apprezza della poesia di Montale: «il processo di demetaforizzazione, di razionalizzazione e scioglimento analitico della metafora», è proprio il motivo della mia presa di distanze da Montale. Montale, non diversamente dal Pasolini di Trasumanar e organizzar (1971), da Giovanni Giudici con La vita in versi e da Vittorio Sereni con Gli strumenti umani (1965), era il più rappresentativo poeta dell’epoca ma non possedeva la caratura del teorico. Critico raffinatissimo privo però di copertura filosofica. Montale, insomma (pur con tutte le cautele del caso) apre le porte della poesia italiana a quel processo che porterà alla de-fondamentalizzazione del discorso poetico. Con questo atto non solo compie una legittimazione dei linguaggi dell’impero mediatico che era alle porte, ma legittima una forma-poesia che inglobi la ciarla, la chiacchiera, la cultura dello scetticismo. Autorizza il rompete le righe e il si salvi chi può. La forma-poesia va a pezzi. E gli esiti ultimi di questo comportamento agnostico sono ormai sotto i nostri occhi.
Il problema principale che Montale si guardò bene dall’affrontare era quello della positivizzazione del discorso poetico e della sua modellizzazione in chiave diaristica e occasionale. La poesia come elettrodomestico. Qui sì che Montale ha fatto scuola!, ma la interminabile schiera di epigoni creata da quell’atto di lavarsi le mani era (ed è) un prodotto, in definitiva, di quella resa alla «rivoluzione» del Ceto Medio Mediatico come poi si è configurata in Italia.

    

 

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5 Risposte to "Lettera Aperta /4 La grande crisi della poesia italiana"

Giorgio Linguaglossa

C’è nella poesia che si “fa” oggi un «quotidianismo di massa» (gli epigoni dell’esistenzialismo milanese), un «virtuosismo giornalistico» (Franco Marcoaldi), una «teatralizzazione di massa», un «surrealismo di massa», un «catastrofismo di massa», un «manierismo di massa», una «oligarchia esoterica» (De Signoribus), insomma c’è tutto di tutto. In queste condizioni di «scritture da salotto» si ha una grande confusione: nessuno sa che cosa bisogna scrivere e su che cosa, tutti scrivono di tutto, c’è una libertà sfrenata, una Disneyland, una pista di autoscontro; c’è poesia per tutti i gusti e tutti i palati; ci sono i restauratori dei bei tempi antichi, i neomanieristi, i neomaterici, gli sperimentatori, gli psicopompi dell’anima… gli editori piccoli, medi e grandi sfornano di tutto secondo la logica delle cointeressenze e delle alleanze, insomma delle conoscenze personali, degli opportunismi e delle logiche di snobismo e di circoli tipo Lyons…
In queste condizioni, Vi chiedo e mi chiedo che senso ha fare una critica seria; non c’è alcuna ragione di fare una critica di testi di poesia, quello che conta è solo l’appartenenza ai circoli che contano in termini editoriali e accademici, una sorta di ridicolo circolo di psicopompi. Come la poesia è un mondo di plastica così anche la cd. critica è un mondo di plastica. Ormai da molti lustri la critica è diventata una critica di accompagnamento dei tesi di “poesia”, di fiancheggiamento.

C’era una volta il sogno di una cosa, adesso «la cosa chiamata poesia» fa parte di quel gigantesco prefabbricato di conglomerati i cui singoli elementi sono costruiti di altrettanti pezzi prefabbricati (materiali leggeri e resistenti alle scosse telluriche); la sostanza, il sostrato ontologico del Dopo il Moderno è qualcosa di dis-locato, di Altro, di «sempre nuovo» i cui conglomerati appartengono alla categoria, appunto, dei conglomerati, fatti di giustapposizioni ed emulsioni, di lavorati e di semilavorati, quali metamateriali che si offrono alla auto-costruzione e alla auto-combustione, in una parola, alla auto-produzione, come frasari che riecheggiano e ripercorrono le frasi un tempo già pronunciate: frasari conglomerati, liquidiformi, vetrificati, vetroresinati, perplexizzati. La cosa chiamata poesia diventa «autoproduzione», «promozione pubblicitaria», «scrittura pubblicitaria», «Disneyland della scrittura creativa». L’ingresso in questi grattacieli del prefabbricato e dei conglomerati è permesso a tutti: è scritto nella costituzione delle società democratiche, è una società democratica che qui ha luogo: sono le novelle piramidi del nostro tempo, fatte di effimero e di transeunte, di trasparenza e di leggerezza che transita nel nihil, ponti di corda stesi sopra gli abissi del nichilismo della nostra civiltà dove impera il manufatto merce nel viluppo delle sue cornici.

L’ingresso, dicevo, in questi grattacieli prefabbricati di frasari nobili e non-nobili qual è la poesia è, certamente, un tortuoso e lunghissimo cunicolo. Dentro di esso, ci si muove come dentro un imbuto, tra sogno e veglia, nel tempo della post-utopia in preda ad una ossessione, ad un delirium, ci si muove a tentoni, non si vede dove conduce il cunicolo ma si tenta egualmente la via di uscita nella speranza che uscita veramente ci sia; l’attraversamento di questo interminabile e ridicolo cunicolo oscuro è per la poesia contemporanea un incubo…

Molto interessante, ma credo che il problema principale sia solo che non ci sono poeti di talento o ce ne sono pochi: la poesia è un’arte e per praticare con buoni esiti l’arte ci vuole talento. Innato talento. Nella storia di tutte le arti ci sono stati periodi più o meno ricchi di talenti. Tutto qui. Altro problema è che gli editori non fanno gli editori e spesso fanno i tipografi – stampano a pagamento senza occuparsi di ciò che stampano – generando un’enorme confusione sì che i poeti di valore vanno trovati fra un marasma di dilettanti. Distinguiamo gli editori dai tipografi e speriamo che gli editori siano valenti e coscienziosi.
guido sasso

@ Tutti,

Poiché tutti i punti di vista sono certamente legittimi, potremmo considerare anche un diverso punto di vista, quello offertoci dalla stessa poesia.
Dalla mia prima raccolta BILICO, Forum Quinta Generazione Forlì 1986, leggiamo:

Daimonion

Sono io la parola abbondante.
Girerò sull’erba per nascondere
la voce che nessuno mi trattiene.

Accettando questa nuova angolazione e inoltrandoci diligentemente nella scansione di questi versi, possiamo cogliere, credo, una diversa spiegazione della crisi della poesia italiana del Secondo Novecento.
Matteo Bonsante

ho l’impressione che questa sorta di teorizzazione da, diciamo, carro armato di Giorgio Linguaglossa sia destinata a cadere nel vuoto pneumatico prodotto dalla caduta dei valori estetici subita dalla poesia italiana del secondo Novecento e di questi ultimi anni “epigonici”; è un vero e proprio atto di accusa a quella cultura che ha portato dallo scetticismo di “Satura” di Montale a quella che il critico romano chiama la “de-fondamentalizzazione del discorso poetico” e la sua “positivizzazione” in chiave diaristica e sentimentale del “quotidiano” e del “privato”. Si tratta di un j’accuse radicale, drastico, totale. Non so che cosa si possa commentare a questo atto di accusa: lo si può o respingere in blocco o accettarlo in toto. Ma subito dopo occorrerà trarne le conseguenze in sede di quella che sempre Linguaglossa chiama (riprendendo una dicitura del tardo Fortini) la “forma-poesia”. Ma, mi chiedo: è la poesia italiana in grado di accettare questo atto di provocazione intellettuale?. Io credo di no.

Cari tutti, leggo con grande piacere che incroci online sta conquistando lettori, seguo con molto interesse, ma con un certa difficoltà (la fatica di comprendere il discorso corale dei partecipanti alla conversazione, il quale, a causa del meccanismo commento-risposta proprio di un blog, non può che sfilacciarsi, a un certo punto, in rivi distinti, non convergenti) lo sviluppo del dibattito.
L’argomento è assai vasto, e non credo fosse nell’intenzione di Daniele –nel momento in cui ha pubblicato la sua prima ‘lettera aperta’– dare la stura a un così ricco intreccio di voci e di pensieri.
In relazione all’ultimo intervento che leggo (quello di Giorgio Linguaglossa), mi sento di dire, in sintesi, che la crisi della poesia, da molti attestata e certificata, non è di certo più profonda di quella del cinema, o della narrativa, o della musica, o del balletto: è in crisi la politica, è in crisi l’economia, i giovani sono disoccupati e i vecchi sono senza pensione; dalle nostre parti, si tirano le banane a un ministro di colore e si buttano a mare gli immigrati, senza volere riconoscere a quelli che nascono sul sacro suolo il più elementare dei diritti; mentre, soltanto ad allargare di alcuni gradi lo sguardo, vedi la Terra che si desertifica e l’Everest ridotto a una discarica uguale a quelle che ingraziosiscono le periferie di Napoli, la mia città.
La crisi, epocale, è di un modello intero di civiltà; ed è senza sbocco, in quanto nessuna azione politica efficace, a livello significativo di intervento, è in atto, o è in procinto di esserlo, o è in vista di speranza.
Perché la poesia dovrebbe essere esente dal mal di pancia, dal colpo di tosse, dal prurito allergico? Sappiamo tutti –andiamoci a rileggere Giuseppe Toffanin– che neppure l’Arcadia è stata arcadica, che anche il secolo delle ciprie e dei belletti è stato secolo di crisi, e che Giovanni Battista Marino –andiamoci a rileggere Marzio Pieri– è poeta potente e drammaticamente lirico non meno del Petrarca. Ogni tempo ha i suoi poeti, che merita e demerita, e cioè i poeti che parlano la lingua del loro tempo. Tra questi, tra tutti questi, ogni epoca ha i suoi grandi poeti e i suoi grandissimi, i suoi piccoli e i suoi infimi.
Ovviamente Montale non è responsabile del degradarsi del ‘grande stile’: è l’inauguratore di un rimpicciolimento stilistico che era sulla pelle e nel cuore di quegli anni –i ’60 e i ’70–, e che lui, da fiutatore infallibile dei tempi quale era, non ha fatto altro che riportare, da par suo, in versi.
Anche l’arcadia di ritorno dello ‘sperimentale’ Fortini, che s’ingegna di mettere i fiori nei cannoni della guerra del golfo, è tutt’altro che edenica: brucia i versi e il lettore esattamente come le bombe al fosforo nel Quwait.
Il valore della poesia è e sarà sempre incentrato nella consapevolezza storica della lingua (non nella nostalgia dell’antico!), unita alla consapevolezza sofferta delle ferite della contemporaneità (non al compiacimento cinico!): tutta la grande poesia è assolutamente moderna, tanto da parere sempre, ai primi lettori cui càpita sott’occhi, e ai meno intelligenti della realtà più reale, indecente, o troppo decente.
Non è colpa della poesia se oggi viviamo immersi nell’immensa bolla ecolalica, e babelica, del web e dei social network, roba che alla foresta di simboli di bella memoria ci fa un baffo! Non è colpa della poesia se i teenagers scrivono frasi di tre parole e utilizzano esclusivamente la paratassi, livella del senso e abbattitrice di gerarchie e di valori: la poesia, quella buona, non dimentica di esistere nel fondamento di una dimensione analogica, simbolica e allegorica del linguaggio. Ma non può fare certo finta di non esistere qui e oggi, nella seconda decade del XXI secolo.
Oggi, più che mai, la poesia non può essere insensibile al vociferare, oscuro e tragico, dell’epoca.
Non può starne lontana in quanto, azione di verità, l’emissione della voce poetica è azione per eccellenza politica, opposta ed oppositiva rispetto a quel vociare confuso e indistinto, a quella facies gorgonica del discorso collettivo che, dopo averlo sfiorato per un attimo con incosciente disinvoltura, si precipita beata nel baratro dell’inconsapevolezza e nell’insignificanza.
Voce politica, voce della vera lingua, la poesia è energia formante e trasformativa che travolge, appunto, l’insignificanza. Per questo deve guardarla fissamente: per ucciderla (e per uccidere la voce assassina della politica dei politicanti, che uccidono il mondo per non volerlo ad alcun costo vedere come è nella sua realtà sfigurata).

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