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Lettera Aperta /5 Dopo l’antipolitica, è il turno dell’antipoesia?

Posted on: 06/08/2013

 

di Salvatore F. Lattarulo

amebapinup

Provo a riassumere in tre mosse l’intervento di Daniele M. Pegorari sul tema della “grande crisi della poesia” oggetto del dibattito a più voci che ha preso piede sul sito telematico di “incroci”. La poesia, dunque, sarebbe in crisi perché: a) se ne scrive troppa; b) è sganciata dalla realtà; c) è autoreferenziale. Se la sintesi è corretta, benché un filino disinvolta e certo avara rispetto al denso e articolato argomentare dell’originale, mi prendo la licenza di ragionare solo intorno al primo punto, che, mi pare, costituisca un sintomo chiaro attraverso cui poter elaborare una diagnosi allargata dello stato di salute generale del mondo della letteratura e dell’arte di casa nostra.

Il dato statistico della sovrapproduzione, per così dire, andrebbe spalmato, equamente distribuito, lungo tutti i diversi comparti nei quali a vario titolo il pensiero assume forme e modi della divulgazione. Si stampa non solo troppa poesia ma anche troppa narrativa e troppa saggistica. In generale, si pubblicano troppi libri. Se il mercato editoriale è in affanno è perché l’offerta supera di gran lunga la domanda. L’intera imprenditoria libraria è finita dentro una spirale inflattiva di autori e titoli. E a cascata, si sono moltiplicati a dismisura le recensioni, le interviste, le presentazioni, gli eventi festivalieri, i premi e i premietti letterari. Il fenomeno, a ben vedere, interessa (lo si accennava in premessa) l’intero settore dell’industria culturale. Penso al cinema. Anche in questo caso, si producono troppi film. E di riflesso, è esponenzialmente salito il borsino delle cine-rassegne, dei festival cinematografici e, per ulteriore effetto collaterale, dei luoghi della visione su grande schermo (le multisale). Nemmeno il web, anzi meno che mai il web, regno sterminato della democrazia digitale (tutti possono parlare di tutto), si attiene al principio della modica quantità: troppi siti, troppi blog, troppe piazze virtuali. Il mondo dell’informazione, per finire, patisce la sindrome di surplus di notizie, dei soggetti e dei mezzi che le diffondono (il cosiddetto overloading informativo).

La verità è che viviamo, a tutti i livelli, nell’epoca dell’eccesso, anticamera del superfluo. Eppure i conti non tornano del tutto. Umberto Eco avrebbe fatto un calcolo all’ingrosso del minutaggio effettivo di cui ciascun individuo, tenuto conto degli stili e dei ritmi di vita dettati dagli odierni standard sociali, disporrebbe per dedicarsi allo studio e alla ricerca. Fatta la tara delle ore destinate alle necessità quotidiane spicciole, alle conversazioni al cellulare, alla gestione della posta elettronica, alla navigazione in internet, alla guida dell’auto, alle code alla posta e in banca, alla spesa, ai viaggi, al cibo, alle relazioni interpersonali e affettive, al sesso, e via enumerando, concludeva che il totale residuo a disposizione del singolo non è poi un granché. Se, dunque, il tempo da riservare all’esercizio critico del pensiero si è così drasticamente ridotto come spiegare il proliferare su larga scala dei prodotti finiti dell’ingegno umano? Semplice: la priorità accordata alla promozione ombelicale del proprio sé all’interno di un’obliqua, magari inconscia, o financo ingenua, logica competitiva con gli altri protagonisti o co-protagonisti della scena culturale innesca un processo di lievitazione abnorme delle proposte creative che satura il mercato. Con buona pace della disciplina, del rigore, del metodo. E, in ultima analisi, si capisce, a discapito della qualità.

La poesia, per venire più da vicino all’oggetto specifico della nostra discussione, né più né meno delle altre forme di espressione e comunicazione è parte di questa deriva bulimica. Pertanto, senza voler fare processi sommari si dirà che sotto questo profilo nessuno è innocente e tutti sono colpevoli, tutti, cioè, gli attori che con il loro operato alimentano, nel bene e nel male, la filiera creativa del nostro Paese. E, perciò, chiedere ai poeti per primi di dare l’esempio, vale a dire di esercitare la virtù dell’astinenza o della continenza rispetto alla propria libido scribendi, non è corretto, non è leale nei loro confronti. In nome di che poi? Di un presunto primato etico di cui sarebbero titolari per convenzione o per storia, in quanto membri di una sorta di aristocrazia ideale delle lettere che dovrebbe indurli a fare da lucerna alla massa dei loro colleghi per riportarli sulla retta via delle buone e parche pratiche della scrittura? La storia recentissima della politica italiana, per parlare di un’altra “p” nostrana tanto chiacchierata, ma vorrei dire tanto vituperata, insegna che la solfa di un presunto e mai provato primato etico di una parte rispetto all’altra si è di fatto tradotta in un triste e sconcertante giochino delle parti. Poi nessuno caschi dal pero se soffia il vento dell’antipolitica! E, tanto per chiudere l’equazione, c’è da augurarsi che ora non prenda a soffiare pure il venticello dell’antipoesia!

Vero è che i poeti sono più esposti di altri alla tentazione di stra-pubblicare. Per fare un volume di liriche bastano una quarantina di testi (anche meno) che in media fanno altrettante pagine. Circostanza, d’altra parte, che non giustifica, semmai autorizza a sanzionare sul piano del codice etico, le cifre dei contratti di edizione che le case piccole e medie propongono agli autori. Queste sì davvero troppo elevate! E se il tariffario gonfiato dell’editoria a pagamento non funge né da freno né da dissuasore, vuol dire allora che la voglia di emergere, di farsi conoscere, di stare nel circuito da parte degli autori o aspiranti tali è assai più forte della voglia di lucrare di certi imprenditori del sapere.

Come osservatore, cronista e commentatore, più o meno attento, più o meno qualificato dei fatti letterari, in particolare poetici, mi è capitato di incontrare i più diversi tipi umani. Coloro che hanno esibito come loro credenziali umiltà, sobrietà e pudore. E coloro che hanno fatto dell’arroganza, della spregiudicatezza e dell’egolatria i segni particolari della loro carta d’identità. Quest’ultima, l’egolatria, è il risvolto più becero, la declinazione più volgare di quell’autoreferenzialità richiamata al punto c) e che qui, un po’ maldestramente, come dicevo, ho cercato di recuperare sulla falsariga della sua appendice più malata. E, per non bypassare del tutto il punto b), mi limito a osservare che questa seconda categoria è in piena fuga dalla realtà se non altro perché non sa stare coi piedi per terra.

Tempo fa in un bar di Roma, parlavo con Giorgio Manacorda di poesia. Per la verità lui parlava, io lo ascoltavo. Mi confessava la sua ormai cronica disaffezione per la poesia. Un po’ perché, come diceva Pegorari, la scrittura in versi è diventata un rompicapo più complicato del vecchio e caro cubo di Rubik. Un po’ perché la smania di protagonismo, la volontà di presenziare a tutti i costi, l’ansia di visibilità, l’inclinazione al narcisismo avevano via via puntellato in lui l’idea che i poeti si sentissero di appartenere a una specie rara e protetta, a una razza pura e incorrotta, a una stirpe con più di tre quarti di nobiltà, a una genia coi lombi sacri, a un popolo eletto. Quasi che il poeta avesse e abbia uno status sociale a sé. È vero che Zanzotto sulla sua carta d’identità alla voce professione aveva voluto che l’ufficio anagrafe scrivesse “poeta”. Ma lui, in fondo, se lo poteva permettere. Corazzini, invece, urlava nei suoi versi di non essere un poeta. Esempi se non da seguire almeno da tenere a mente.

E, per concludere questa breve riflessione, vale pure le pena ricordare un altro grande come Palazzeschi. Una sua frase è stata riportata in apertura di un articolo del Corriere della Sera proprio l’altro giorno, in piena afa agostana. La frase è questa: “Il poeta moderno dovrebbe scrivere sui muri, davanti a tutti, tra l’indifferenza o l’attenzione degli altri”. Speriamo che qualche poeta, anche sotto l’ombrellone, l’abbia letta questa citazione e invece di pensare al prossimo libro da pubblicare si sia messo a scrivere sulla sabbia, in solitudine o in mezzo a un capannello di bagnanti. 

                                                                                                             

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6 Risposte to "Lettera Aperta /5 Dopo l’antipolitica, è il turno dell’antipoesia?"

(Mario Masotti, lettore del vostro sito).

E’ vero, si scrive troppo. Siamo la nazione con il più alto numero di scrittori o appassionati di scrittura. La prima nazione che avrà il suo talent show letterario, Masterpiece, cui sono pervenuti circa 5000 romanzi inediti! E poi c’è tutto il mondo delle community o social network letterari su Internet.
Viviamo un eccesso di informazioni:

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(Mark America, “Manifesto dell’Avantpop”)

Non si può fare letteratura e poesia a mio avviso senza tener conto di questo mare di informazioni, altrimenti ci si rifugia in un autoreferenziale quanto anacronistico distacco.
E’ un po’ la strada che ha seguito la letteratura a partire dagli anni ’60, quando ha dovuto cioè fare i conti con la massificazione dilagante. Ecco lo snobistico disprezzo di un Pasolini o di un Manganelli, l’autoreferenzialità di un Sanguineti o di un Carmelo Bene.
L’ ‘esasperazione della letterarietà’, mesa in luce da S.Guglielmino, sembra essere una valida chiave di lettura della letteratura dal dopoguerra ad oggi.
Di contro si sviluppa un movimento contrario, l’ ‘eliminazione della letterarietà’: dai franchi narratori e poeti al Mouse to Mouse di Tondelli, passando attraverso l’esperienza ‘pulp’ fino ad arrivare ai giorni nostri.
Il tempo della letteratura auto-prodotta o antipoesia o antiletteratura.
Il tempo del self-publishing, dei blog, e delle piattaforme per scrittori.
Interessanti esperienze da tenere in considerazione, da cui potrà scaturire la letteratura del domani.

caro Salvatore,
sì, diamoci del tu. Grazie, non sapevo della tua recensione su “L’immaginazione” della mia “Storia della poesia italiana 1945-2010), cercherò di procurarmene una copia, sono curioso di leggere il tuo pensiero.
Sì, penso che tu abbia ragione; sia gli autori che gli editor hanno abdicato al silenzio e alla riflessione, si scrive troppo, con risultati deludenti. Il silenzio è una componente essenziale della scrittura e della riflessione, ma oggi, per ragioni di visibilità e di occupazione di spazi, è invalsa la politica contraria: il presenzialismo è la formula vincente adottata da ognuno. Poi ci sono gli editori con la formula paghi uno e prendi tre, e così si moltiplicano i libri inutili, anzi dannosi. Io sono invaso, nel mio piccolo, di libri di poesia di giovani e meno giovani che non sanno proprio dove abitano di casa che contengono prefazioni a firma di prestigiosi direttori di collane dei massimi editori di poesia. E allora mi pongo delle domande:
a) lo fanno per soldi?,
b) perché scrivono quelle prefazioni anodine?,
c) non temono che così facendo venga svenduta la propria rispettabilità letteraria? –
Sono domande legittime, che mi pongo io e che si pongono tutte le persone di buon senso. Di fatto, questa iperproduzione produce inflazione e, di conseguenza, disattenzione critica. Io lo ammetto senza difficoltà: faccio fatica a seguire la produzione di poesia contemporanea, è una fatica enorme che non porta a nessun risultato, anzi, spesso a pessimi risultati. Ci sono autori (anche rinomati) che mi hanno fatto le pulci per l’impiego di un aggettivo nelle mie recensioni! – Questo è senz’altro sintomo di grande mediocrità oltre che di una grande arroganza.

Un inciso:
quando in pieno medioevo russo i tartari si riversarono in Russia seminando morte e distruzione, il più grande pittore dell’epoca, il pittore di icone Andrej Rublev smise di dipingere, abbandonò la pittura, si chiuse nel silenzio. Solo moti anni dopo l’orrore delle stragi fatte dai tartari riprese in mano i pennelli e ricominciò a dipingere icone. Dunque, il rapporto tra opera d’arte e l’orrore c’è, non si può far finta di non vederlo, e anche Adorno l’ha tenuto sempre presente nello scrivere gli appunti confluiti poi ad opera dei suoi allievi in quel libro formidabile di appunti che è la «Teoria estetica ». Il primo fu Adorno a sollevare la questione che dopo Auschiwtz non di dovessero più scrivere poesie. Il problema è vivo ancora oggi, ed è da sciocchi non tenerlo ben presente. E solo i propagandisti della Bellezza possono far finta di non vederlo. Io sono convinto che dopo Auschiwtz si può continuare a scrivere poesia ma a una condizione: che si tenga ben presente che noi tutti proveniamo dalla catastrofe della barbarie e dell’orrore, il fascismo e il nazismo non possono essere archiviati come un episodio (triste e infernale) della civiltà europea; in realtà chi scrive poesia o dipinge un quadro o fa un pezzo di musica o un film di qualità non può non prendere posizione dinanzi all’orrore e al lutto che ha colpito la cultura europea. Io sono convinto che si possa, oggi, dopo tanti anni da quella catastrofe, riprendere a scrivere poesia, ma a patto che lo si faccia in un modo diverso da come l’hanno fatto i nostri progenitori o da come fanno oggi i minimalisti che parlano di frigoriferi, del 740, delle deduzioni Irpef, dell’Ilor, degli scontrini fiscali del barbiere e della fattura dell’odontoiatra. Bisogna essere chiari in proposito: tutta quella roba è paccottiglia, robaccia che non ha nulla a che vedere con la poesia, la quale proviene sempre dal ricordo dell’orrore e dalla riflessione sul silenzio. La direzione verso cui si muove la poesia di qualità oggi è sideralmente diversa dalla direzione verso cui si muovono coloro che mettono in poesia le furberie dei pixel, i monitor, gli sms, i tip tap, le contraffazioni di Maria, le poesie su Garibaldi che fu ferito etc. – È la poesia che prende atto e prende partito dall’orrore quella per cui io mi batto e affermo che la poesia deve tornare a pronunciare una parola che sia «vera», che cerchi nelle profondità della nostra pseudo autenticità. Personalmente provo disgusto per questo andazzo pseudo democratico che una cultura omologata concorre a magnificare; il mio personale intendimento è dunque per una poesia che sappia parlare agli uomini del nostro tempo senza superflui sotterfugi, senza trucchi, senza truccare le carte, senza superflui giochi linguistici come fa uno pseudo sacerdote come De Signoribus o un finto turista di fattorie degli animali come Umberto Piersanti ultimamente portati sugli allori dal conformismo di un gusto di massa ormai arrivato a livelli inquietanti.
Io dico semplicemente una cosa: torniamo, come fece Andrej Rublev, a ridipingere le nostre tele bianche, torniamo a scrivere poesie, ma sapendo che l’orrore può tornare, che forse siamo già dentro la barbarie dei tartari, dei nuovi barbari. Come dice Kavafis, forse «i barbari siamo noi».

@ tutti

E se uno dei fondamentali problemi fosse, come giustamente dice Linguaglossa, proprio quello relativo al concetto di ‘ Realtà ‘? Daniele Maria Pegorari in un blog scorso, ha dato la sua definizione molto riduttiva, secondo me, di questo impegnativo concetto. ‘Riduttivo’ naturalmente visto dal mio punto di vista. Mentre dal suo, è il mio che potrà di converso apparire ‘straripante’ e cose simili. Ed allora che ben vengano altre idee, cioè altri contributi, ad illuminare questo punto focale della nostra indagine.

E poi, nel post precedente – molto concisamente, devo ammettere – ho avanzato l’idea che il problema della poesia di oggi sia da collegarsi ad uno ‘scollamento’ del poeta post anni ‘50 dalla ‘fonte’ della poesia. Che non può essere l’intelletto (in questa caso tanto varrebbe scrivere trattati di sociologia, di politica, di storia, di psicologia etc.) ma una parte oscura e nascosta del proprio essere. Come del resto la Poesia è da sempre stata.

Ed ecco la mia tesi un po’ meglio esplicitata: come il ‘sogno’ risulta essere ‘risonanza’ (nell’individuo) dell’incontro del mondo esterno con un mondo sconosciuto e interno, anche la poesia è ’risonanza’ dell’incontro di questi due mondi. Voler riportare tutto nella chiarezza dell’intellezione o a etichette prestabilite (questo soprattutto da parte di alcune poetiche e di alcuni critici, non di tutti per fortuna), ecco lo scivolamento nel caos in cui sembra annaspare la poesia oggi.

E’ una tesi come un’altra, la si può accettare o rifiutare ma non ironizzare su di essa. Sarebbe prova di superficialità. Un’altra categoria che va considerata quando si parla di poesia e di critica letteraria, oggi.

Per evitare il disturbo di andare a cercare i tre versi inseriti nel blog precedente e che sembrano ‘delineare’ questa tesi, eccoli ancora di seguito:

Daimonion

Sono io la parola abbondante.
Girerò sull’erba per nascondere
la voce che nessuno mi trattiene.

E’ come se si fosse inaridito il canale comunicativo tra l’interno e l’esterno nel poeta post anni ’50. Da qui il grande caos in cui sembra trovarsi la poesia, oggi.

Un saluto a tutti
Matteo Bonsante

inizio il mio commento dal riepilogo molto corretto di Lattarulo, ma chiedo:

La poesia, dunque, sarebbe in crisi perché: a) se ne scrive troppa; b) è sganciata dalla realtà; c) è autoreferenziale.

Riguardo al punto a) eccepisco che la poesia è in crisi non perché se ne scriva troppa (o almeno non solo) ma perché è di livello eccessivamente modesto; riguardo al punto b), vorrei chiedere che cosa si intenda con il concetto di «realtà». Il punto a mio avviso è questo: di quale «realtà» si deve occupare la poesia?; riguardo al punto c), chiedo di sapere, secondo il giudizio di Lattarulo, quali libri sono «autoreferenziali» e quali autori scrivono libri «autoreferenziali»?
Il problema vero è, a mio modesto avviso, che non c’è più alcun filtro critico al vertice delle collane delle maggiori case editrici, non c’è nessuno, né poeta né critico, in grado di fare quest’opera di filtro e di selezione delle opere che meriterebbero di essere pubblicate. Di qui l’inflazione delle pubblicazioni indiscriminate…

E dunque: le tesi di lavoro sono:

!) si scrive troppa poesia. Riflessione: ma la gente, la gente normale, anche colta, se ne accorge? Non mi pare, anzi sono sicuro di no. A chi dà dunque fastidio tale superproduzione? Agli addetti ai lavori? Non direi: ciascuno legge ciò che gli pare; nessuno ci costringe; se leggiamo parecchia poesia modesta è per masochismo: non vogliamo dispiacere a un conoscente, vogliamo sdebitarci per una segnalazione, etc. Ma di questo sovraccarico non dobbiamo accusare alcuno, e tanto meno l’indubbia, ma innocua, sovrapproduzione, la quale è dovuta alla vanità della gente, che paga per pubblicare, alla scolarizzazione di massa, etcoet. Ma, ripeto, il problema non esiste: la buona poesia è tanta quanto cento anni fa, e cioè poca; questa leggeranno i nostri nipoti; di tutto il resto si accorgono solo, e per masochismo, i cosiddetti addetti. Direi pertanto che il problema della sovrapproduzione poetica è inesistente.

!!) La questione della ‘realtà’. Poesia è traduzione di realtà percettiva, immaginativa, cognitiva e sentimentale in realtà linguistica, caratterizzata da ritmo, suono, polisenso; di tale realtà linguistica, alcuno seleziona la matericità, altri l’allusività, altri la narratività, altri l’espressività, etcoet. Di certo, a me interessa la valenza politica della lingua poetica in quanto lingua di verità ( nonostante la sua costituzione artificiale; ma questo è un altro discorso).

!!!) La questione dell’ ‘autoreferenzialità’. A mio parere, è anche questa una falsa questione. La poesia è insieme autoreferenziale (Zanzotto: idios, idiomaticità, idiotismo, idiozia) ed eterodiretta (in tutte le direzioni che vuoi: oltremondo, mondo, quartiere, condominio; cielo, inferno, purgatorio); ha da essere, di necessità, piegata su se stessa, e dunque anche sulla propria storia, ed estroflessa (Rosselli: cercatemi e fuoriuscite).

caro giorgio,
che ne diresti se ci dessimo del tu? En passant mi piace ricordare di aver recensito per “l’immagianzione” di manni un tuo recente volume di storia della poesia italiana del novecento. Ti chiedo, solo a titolo di curiosità, se hai avuto per le mani il fascicolo in questione. Quanto ai tre punti che provi a rimettere sul tavolo della discussione in forma dubitativa dico che, in fondo, faccio miei i tuoi stessi interrogativi. In relazione alla questione della supposta iperproduzione (che, ovvio, tocca non tutti gli autori), mi limito a dire che poeti come Rimbaud e Campana hanno praticamente detto tutto in un unico libro. E che proprio autori come Rimbaud hanno sentito la necessità, anche in età precoce, di smettere di scrivere. Di recente, per toccare un versante diverso dalla poesia, Roth ha annunciato il suo ritiro dalla narrativa. Beninteso, qui non si vuole sostenere che il prepensionamento o il pensionamento dall’attività di scrittore debba diventare un mantra. Ci mancherebbe! Ben lontana da me è la volontà di lanciare pietre contro gli scrittori prolifici e longevi. Però, in generale, resto sedotto da chi ha concentrato il suo itinerario creativo in poche e cruciali tappe. E poi, come dicevo nel mio post iniziale, il fenomeno della ipercreatività tocca tutti i registri dell’arte. Vedi il cinema. Quello che forse, non a torto, è considerato il più grande regista di tutti i tempi, mi riferisco a Kubrick, ha centellinato i suoi film e tra una pellicola e l’altra ha lasciato passare lunghi anni di silenzio. Rispetto poi al rapporto io-realtà, è vero quello che dici, ma il tema è così largo che richiede una riflessione ulteriore da destinare, magari, a un altro intervento. Per ora ti lancio uno provocazione: anche il poeta epico, che per statuto dovrebbe essere la voce più equidistante dalla materia trattata, non rinuncia a dire “io” sin dalle prime battute…

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