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Badanti / Un racconto di Carmine Tedeschi

Posted on: 13/08/2013

Da Incroci 27 – sezione Testi  

Paese di emigrazione o immigrazione, il nostro? Elemento di evoluzione o di involuzione, gli immigrati? Assistenza o abbandono, la prospettiva della popolazione sempre più anziana e longeva? Comunità morte o posticini per turisti, i nostri villaggi di montagna? Tra queste (e non solo queste) contraddizioni si agita il presente della nostra realtà sociale, determinando singoli destini, mettendo vite concrete dinanzi a scelte drammatiche.  Il racconto che qui incrocia “il reale” non si limita a rappresentarlo: nel forzarne i connotati della plausibilità con la maschera della finzione iperbolica, esplora il paradosso di un futuro possibile. Angosciante, ma a suo modo costruttivo.

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Quistu  monne è tropp’amare,

chi sta bone e chi sta male,

chi fatìje pe cambà,

chi ‘n fa nènte e magne assà.

Matteo Salvatore, cantastorie pugliese

 

 

Alexandra Ivanovna sistema i cuscini dietro la schiena della vecchia, le chiude i lembi della camicetta sul petto vizzo, le accomoda come può i capelli radi arruffati e stopposi in due bande, si assicura che la carrozzella abbia il freno tirato, infine le urla in faccia: «Io  eseguire spesa. Oggi tu assumere kurchak, brodo di pollo».

Sa bene che la vecchia non sente, né tanto meno capisce il suo ucraino. Capisce qualcosa solo per i pochi gesti abituali che scandiscono la giornata. Porta un apparecchio acustico che risale a vent’anni prima, non è stato mai revisionato e non è più di nessun aiuto a quell’orecchio che ormai ha perso ogni traccia di voce umana. Ma guai a toccarglielo.

Spesso, quando si ottura di cerume nerastro, l’apparecchio spara un fischio acutissimo, che alla vecchia non fa né caldo né freddo, ma puntualmente scortica i nervi a chi si trova intorno.

Qualche anno addietro quel fischio scatenava soprattutto Boris, il figlio di Alexandra: il  ragazzino piantava qualunque gioco, spiccava la corsa e tentava di strappare dal floscio padiglione della vegliarda quel prodigio di tecnologia acustica per vedere come funzionasse. E la madre, qualunque cosa stesse facendo, era costretta a correre più di lui per impedirglielo.

Allora erano bisticci, strilli, strepiti, improperi in ucraino. A volte la donna doveva metterci qualche schiaffone di rinforzo su quella faccia lentigginosa e su quel capo biondissimo e tostissimo.  Il peggio era poi convincere la vecchia, tra mugugni suoi, ululati del figlio e quel sibilo petulante, a lasciarsi sfilare la chiocciola dall’orecchio perché lei, Alexandra, potesse ripulirla.

Adesso che il figlio va a scuola, per la badante le ore migliori sono proprio queste del mattino: la vecchia se ne rimane catatonica sulla sua carrozzella e lei può uscire a fare la spesa un po’ più tranquilla. Ma non tanto.

Alla bottega di alimentari o davanti alle bancarelle del mercato potrebbe incontrare la rumena Denisa, o la polacca Hiacynta, o Irina la russa. O magari tutte e tre. È con loro che ha stabilito un facile legame d’amicizia fin da quando è arrivata qui dieci anni fa, sfidando il mondo e il furore criminale di Viktor, suo marito.

 

Lo aveva sposato che lei non toccava ancora i diciassette anni, e subito se l’era visto ingoiare dalle patrie galere per un furto maldestro.

Durante gli otto anni successivi lo aveva rivisto soltanto attraverso le sbarre della prigione, quando le guardie le consentivano di portargli qualcosa da mangiare.  Sempre più incattivito, un animale insofferente della gabbia e di tutto il resto. Appena uscito, aveva accoppato di botte una delle guardie, la quale con lui ancora dentro era stato particolarmente infame. Perciò era dovuto sparire all’estero.   

Ad Alexandra erano rimasti, come un solco breve e dolente nella carne, i pochi giorni violenti, le poche notti brutali e un bambino nella pancia.

Viktor si era rifatto vivo dopo un altro pozzo di tempo perché lo raggiungesse in una città di nome Bergamo: qui in Italia c’era da guadagnare, con poco lavoro si faceva la bella vita. E Alexandra, benché diffidente per i trascorsi di lui, aveva trovato in quel richiamo il coraggio di lasciare un posto senza speranza per un altro posto ignoto, ma forse più vivibile, e così era partita col bambino che non aveva ancora un anno. Si era messa contro i suoi che non volevano; aveva pedalato per decine di uffici e parlato con decine di funzionari neghittosi che non si decidevano ad accordarle i visti necessari; aveva viaggiato con Boris smanioso, tenendolo sempre in braccio per due giorni e una notte, cambiando quattro mezzi in compagnia di brutti ceffi che si dicevano amici di Viktor.

Infine, verso sera, in una strada periferica d’una città sconosciuta, trovò il marito che l’aspettava appoggiato a una vecchia Mercedes. Nel baciarla, l’uomo la soffocò in un’onda acre di alcool inacidito. Quanto al bambino, manco lo guardò. Imprecò e sbraitò che qui il marmocchio sarebbe stato d’impiccio per il lavoro che aveva preparato per lei, perciò aveva fatto male, malissimo,  a portarselo dietro. Avrebbe dovuto lasciarlo in custodia ai nonni.

Poi si mise alla guida e ripartirono a razzo. La macchina uscì dall’abitato e si fermò nel giro di mezzora davanti a una casa di campagna.

Lei si guardò intorno: non era una campagna piana deserta e silente come quella da cui veniva. La assediavano grappoli di luci a centinaia, alcune vicine alcune lontane, alcune sull’alto di colline o montagne, altre più prossime che scorrevano accompagnate dal rumore assordante di motori lanciati al massimo e scomparivano in pochi istanti. Ogni tanto il fragore cresceva fino all’insopportabile e si vedevano calare luci lampeggianti dal cielo che andavano a confondersi fra tante altre luci a terra poco lontano, oppure luci ammiccanti che si distaccavano da terra e andavano a perdersi con ruggiti e sibili  d’inferno nel nero del cielo. Una campagna più affollata di una metropoli.

I rumori non s’interruppero un solo minuto, neanche di notte. Ogni volta che arrivava o partiva un aereo, il bambino si svegliava e piangeva. Pianse anche per tutto il tempo che Viktor spinse la moglie sul letto, le strappò i vestiti di dosso e senza una parola la penetrò. Piangeva più tardi, cullato dalle braccia della madre sempre più in preda a un brutto presentimento. Fino a che il padre, infastidito e morto di sonno, strepitò che lo facesse smettere. Ma siccome il piccolo non si calmava, l’uomo si alzò, afferrò cuscini e coperte e bestemmiando li fece sloggiare tutti e due in un’altra stanza dove li accolse un divano scassato.

Il peggio venne la sera successiva, quando Viktor costrinse Alexandra a indossare un abito succinto e a lasciare Boris in custodia ad una sconosciuta dalla faccia angolosa e truccata di nome Olga, sbucata da chissà dove. Poi portò la moglie nella stessa stradina dove l’aveva attesa il giorno prima. Le disse di scendere e di unirsi al gruppetto di altre donne con cosce e seni in mostra per attirare clienti.

Solo allora Alexandra si costrinse a capire.

Tentò di opporsi con tutte le sue forze all’intimazione di uscire dalla macchina, per un po’ resistette agli strattoni di lui aggrappandosi dove poteva, e gridò. Gridò tanto da attirare le occhiate distratte delle puttane.  Finché non le arrivò un pugno sotto lo sterno che le tolse il fiato per qualche minuto e l’afflosciò sul pianale dell’auto.

Viktor sul momento si arrese e bestemmiando la riportò a casa. Ma una volta lì prese a pestarla sistematicamente su natiche e schiena con rabbia fredda e spietata, usando un tubo di gomma ed evitando con attenzione le parti del corpo scoperte.

Quando la vide a terra prostrata tremante e piangente, le disse che non avrebbe riavuto il figlio fino a che non si fosse decisa.

Un anno circa di quella vita.

Poi Viktor fu arrestato con l’accusa di omicidio nel corso di una rapina in una villa, processato per direttissima e condannato a trent’anni. Tentò di evadere dal carcere con altri due, ma qualcosa andò storto proprio quando pensava di avercela fatta: la loro macchina, inseguita da due volanti dei carabinieri, si schiantò contro un platano e il russo, che era alla guida, ci rimise la pelle.

Alexandra non si fece scappare il momento: col sangue agli occhi corse a strappare Boris dalle grinfie di Olga, tenendola a bada con un coltello afferrato in cucina. Ebbe così il tempo di sparire coi propri documenti e i pochi soldi che riuscì a trovare in casa, prima che la banda avesse il tempo di trovarsi un altro capo e lei un altro magnaccia sul groppone.  

Visse qua e là di espedienti, di stenti, ma anche di lavoretti occasionali, cambiando di posto ogni volta che la sua condizione di clandestina e la disperazione la costringeva. Le città più grandi le offrivano più copiosi marciapiedi dove vendere con facilità il proprio corpo, ma anche, talvolta, un aiuto da parte di un prete o di volontari organizzati. Tuttavia, ogni tanto le si affacciava alla mente l’idea che per lei sarebbe stata più sicuro un piccolo paese. Ma che lavoro può offrire un piccolo paese?

Invece, in seguito al passaparola fra immigrate, è arrivata qui, fra queste quattro case di collina, dove mai avrebbe pensato di trovare lavoro. In un paesino popolato solo da vecchi e da immigrate che badano ai vecchi. Le è stata affidata un’anziana semiparalitica da badare e la relativa casa da tenere in piedi: i parenti non vedevano l’ora di scappare tutti quanti altrove.

Lavoro nero, si capisce, ventiquattrore su ventiquattro. Ma relativamente sicuro, con una casa tutta per sé, senza essere costretta a battere, e Boris finalmente al riparo. Alexandra non ci ha pensato due volte.

Purtroppo, dopo un paio d’anni di combattimento con l’anziana, che non si faceva capace di essere stata messa in mano a una pezzente forestiera, madre, per giunta, di un marmocchio sempre frignante e dalla capa gialla come di stoppie, quando ormai pareva che la vecchia lunatica si fosse rassegnata, ecco il maresciallo dei carabinieri che si mette di punta a ripulire il paese dai clandestini. Adesso c’è una legge nuova, fatta apposta per impedire questo abuso – così andava dicendo agli immigrati – vi dobbiamo rimandare da dove siete venuti, non possiamo far finta di niente.

Alexandra si è vista persa un’altra volta. Per fortuna molto più persi di lei si son visti i parenti della vecchia, che hanno mosso cielo e terra e tutte le entrature di cui disponevano per farle avere in fretta e furia il permesso di soggiorno.

Continuano a pagarla in nero, anche per rifarsi delle spese sostenute, ma almeno per ora lei dai carabinieri non ha più nulla da temere.

Ves’  svit, Kraïna, tutto il mondo è paese: così più o meno pensa nella sua lingua Alexandra, ricordando le angherie, gli abusi e la corruzione dei funzionari delle sue parti. 

 

    Ogni badante ha avventure del genere da raccontare. Qualche volta peggiori. Tanto che magari non le racconta.

Si vedono intavolare spesso lunghe discussioni, ciascuna nella sua lingua accompagnata da ampi gesti, facendo capannello al mercato quando s’incontrano a fare la spesa o sul Belvedere nei rari momenti liberi, mangiando in piedi un pezzo di focaccia.

Non che Alexandra si sottragga a questi appuntamenti rituali, ma per lo più cerca di sbrigarsi e tornarsene a casa, dove, nonostante la vecchia tarlona, lei può finire le faccende nella mattinata, per poter stare il pomeriggio dietro al suo Boris che ha da lottare coi compiti. Comunque su quelle tre, Denisa, Hiacynta e Irina, ella sa di poter contare. 

Le più espansive e allegre sono le badanti sudamericane, però si dice in giro che sono anche pigre e svogliate sul lavoro. Le più ciarliere sono le indiane e le pachistane, magari un po’ distratte dalle loro stesse chiacchiere. Le più chiuse, precise e riservate sono le filippine, molte delle quali cattoliche. Provvidenziale combinazione, che ha dato al vecchio parroco Don Cataldo un motivo per non sprangare il portone della chiesa ed andarsene anche lui col suo dio.

I cinesi si sono solo affacciati, hanno fatto un giro e sono spariti. Amano traffici metropolitani, quelli, ne hanno la scatole piene di civiltà contadina e di gente miserabile.

Le uniche che non si lasciano avvicinare troppo sono le islamiche: pochissime tra loro sono badanti, solo quelle che non hanno maschi sul groppone; alle altre non glielo permettono i mariti, i fratelli, i cugini, i conoscenti, che si guadagnano da vivere saltuariamente facendo i manovali al nero nei cantieri edili. Le loro donne si tengono alla larga per strada e fanno gruppo a sé, alcune coperte fin sopra agli occhi. Qualche parola o sguardo rubato si scambiano nelle botteghe del paese, quando nessuno le osserva o quando si trovano a rovistare gomito a gomito nello stesso cesto di frutta con altre immigrate. Gira voce che gli islamici abbiano intenzione di aprire qui una moschea.

I maghrebini sono per lo più artigiani o manovali. Il macellaio Mustafà, per esempio, è tunisino e non tocca carne di maiale. Ha attrezzato un grosso fornello da kebab e fa buoni affari.

Alexandra invece ha da tempo una gran voglia proprio di maiale, e quando pensa a una fetta di pancetta o capocollo sfrigolante nella padella sommersa da crauti, sente l’acquolina in bocca. Ma non si azzarda a nominare maiali nella macelleria di Mustafà. Ricorda ancora con un brivido lungo la schiena l’occhiataccia eloquente dell’uomo, la prima volta che lei gli chiese con candore della salsiccia: «Sosysky? Possedere sasìzza tu?».

L’uomo si limitò a guardarla torvo e riprese a martellare con forza la mannaia su un mezzo capretto steso sul ceppo.

 

E dire che un tempo – un tempo lontano anniluce – i maiali nutrivano l’intero paese. Ce n’era almeno uno in ogni casa.

Vivaci, voraci e grufolanti da agosto a dicembre, mangiavano di tutto a tutte le ore. Di quello che avanzava dalle tavole dei cristiani non si buttava via niente, e i vispi porcellini, comprati nelle fiere del paese o dei paesi vicini, ingrassavano a vista d’occhio fino a diventare degli otri di carne su quattro zampe che quasi non si muovevano più.

Nei mesi più freddi venivano tramutati in prosciutti, salsicce, soppressate, cotechini, zamponi, cotenne, capocolli, pancette, lenze di lardo, strutto, sanguinacci ed altre leccornie: ancora una volta non si buttava via niente. Fino agli anni dell’immediato dopoguerra passavano ancora ogni tanto i capillàri, vagabondi con grandi sacchi lerci e puzzolenti, che rastrellavano, in cambio di un pettine, di un fermacapelli o di una scopa, le lunghe trecce tagliate alle ragazze non più ragazze, i crini di cavallo e le setole di maiale.  

La carne suina assicurava proteine e calorie a contadini e braccianti, sia nei lunghi e rigidi inverni di montagna sia durante le massacranti fatiche estive. All’epoca delle due guerre i maiali avevano salvato il paese dalla fame. 

Durante la prima grande migrazione, e la successiva ancora più dolorosa, quelli che andavano via uno dopo l’altro si portavano nelle valigie di cartone un po’ del maiale di famiglia. Nel sapore di quella carne si masticava nostalgia di casa e ricordanza di quelle mani femminili che ne avevano fatta la concia con sale, pepe, peperoncino e semi di finocchio. Quando poi non ce n’era più, sia che avessero fatto fortuna o che fossero rimasti poveracci, gli emigrati nelle grigie metropoli straniere si portavano dentro il rimpianto per quel sapore.

Poi venne il tempo delle vacche grasse. 

I maiali furono banditi dalle abitazioni, ma si ritrovarono tutti i santi giorni nelle macellerie. Addirittura tre le macellerie, in un paese ridotto ad appena duemila anime. I clienti veri venivano dalle città di pianura, prenotavano carichi e carichi di roba, si arrampicavano sulle colline apposta per comprare quella carne saporita, facevano la fila, la sistemavano poi bramosi e contenti nei portabagagli.

Fino a che non si diffuse anche da queste parti il terrorismo dietetico e la carne di maiale fu guardata con orrore misto a rimpianto dalle adoratrici di madonne televisive plastificate e filiformi. 

Il paese aveva cambiato faccia, erano spariti i maiali dalle case, era sparita la merda e la puzza dalle strade, era sparito persino il ricordo dei loro strilli disperati verso Natale, quando li coricavano a forza sui pelatoi e li scannavano.

Ma erano spariti anche gli uomini. Giovani e adulti dapprima. Poi anche donne e bambini.

Erano rimasti solo i vecchi e le loro ombre. Ombre ferme nella piazza, al riparo dalla canicola di luglio. Ombre sole, curve, arrancanti sulla neve o contro la tramontana di gennaio. E sempre più poche. Le case e le strade furono ripulite, rinnovate, ingrandite coi soldi degli emigrati. Ma rimasero mute e vuote.

Già prima della terza migrazione, la più spaventosa e tuttora in piena emorragia, mancava chi badasse ai vecchi. E mentre di qua partivano laureati e diplomati a cercar fortuna in paesi meno ottusi, da paesi meno opulenti cominciarono ad arrivare, una tira l’altra, badanti russe, ucraine, polacche, rumene e filippine. Poi anche qualche ragazza maghrebina o di colore, e poi ancora pachistane e indiane.

All’inizio, vedendosi in paesini isolati, collegati alle città più vicine solo da qualche corriera scassata, le badanti lì per lì scappavano subito via, oppure tiravano fuori mille difficoltà. Ma poi, costrette dal bisogno, ci ripensavano e tornavano per rimanerci. Semmai tiravano sul salario al nero, rinunciando al tempo libero che qui non era spendibile in alcun modo.  

Infine, quando l’emigrazione svuotò le case e di paesani non ne rimase neanche uno, a parte gli eterni vecchi, allora arrivarono anche i mariti e i fratelli delle badanti. Riaprirono abitazioni e botteghe chiuse, i loro ragazzini presero a scorazzare tutti insieme nelle strade e a vociare in varie lingue nella stessa scuola.

Si capivano benissimo.

 

Fu allora che dalla città qualcuno fiutò l’affare.

Perché non sfruttare la cosa? Perché non approfittare di quei luoghi accoglienti sulle colline, che di per sé suggerivano sereni, quieti, verdeggianti soggiorni confacenti alla vecchiaia, e lì sul posto non impiegare in massa quelle stesse immigrate che ora lavoravano in nero casa per casa? Perché non cogliere l’opportunità di utilizzare quel personale dall’orario di lavoro così flessibile da non esistere neppure? E lo Stato, privo di risorse, non ha forse il dovere di favorire e sostenere l’affidamento degli anziani a quell’imprenditore che ne sa affrontare i rischi e risolvere i problemi?

Detto fatto. I primi che ci si buttarono fecero buoni affari e monopolizzarono quel servizio che continua tuttora a chiamarsi “sociale”.

Alexandra Ivanovna è rimasta una delle poche a lavorare in una casa privata.  Proprio quello stesso paese in cui lei vive ormai da quasi dieci anni è stato uno dei primi ad attrezzarsi: adattàti allo scopo i decrepiti capanni di un maglificio delocalizzato, vi è stata issata una grande insegna luminosa, Il rifugio dei Saggi, dove ora si trova ammucchiato un centinaio di vecchi.

Vi lavorano, fra maschi e femmine, una decina di ex-badanti ad orario pieno, più gli avventizi e le avventizie per eventuali emergenze. Trottano dalla mattina alla sera, il salario basta giusto a sopravvivere e chi si lagna viene subito rimpiazzato.

Visto il modello vincente, analoghi Rifugi più o meno grandi sono sorti come funghi negli innumerevoli altri villaggi di montagna. In un Paese fatto per lo più di montagne.

Abbandonati i terreni collinari e montani difficili da coltivare, adesso intorno ai Rifugi ruota gran parte dell’occupazione locale: vi hanno trovato impiego diretto o indiretto, non solo panettieri, parrucchieri, cuochi, pulitori, giardinieri, fruttivendoli, sarti e fornitori vari, ma anche un numero rilevante di professionisti della sanità, che per i vecchi, soprattutto per vecchi longevi come questi, non bastano mai. Vanno e vengono come uno sciame di vespe medici, specialisti d’ogni sorta, infermieri, fisioterapisti, logoterapisti, pranoterapisti, psicoterapisti, neuroterapisti, terapisti occupazionali, amministratori, un nutrito stuolo di rappresentanti di farmaci e d’infiniti altri prodotti sanitari. 

Nel pieno di una crisi spaventosa, sia i paesi che il Paese hanno trovato l’equilibrio geniale di una stravagante economia.  

Senza contare l’altro doppio vantaggio, quello di tenere ben lontani dalle indaffarate, laboriose, gaudenti e giovanili conurbazioni sia il turpe sconcio della vecchiaia sia una parte considerevole dei cenciosi immigrati.

 

    Denisa ha fatto sapere alle altre che ha urgente bisogno di parlare con loro. Si incontrano nell’angolo della piazzetta dove tutti i martedì arriva il camioncino che vende il pesce.

Sulle prime Denisa non sa da dove cominciare, poi la butta fuori tutto d’un fiato: il vechi Giambattista Pirro, che le è stato affidato in custodia, anche lui a tempo pieno e indeterminato, allunga troppo spesso la mână. E lei proprio non ce la fa più.

Prima le menava, rās rās, ridendo ridendo, solo una pacca sul cur ogni tanto, giusto quando gli capitava a tiro. Allora lei lo ciondăneală, lo sgridava come si fa coi copii, coi bambini, e quello, proprio come un copil, si ritirava mortificato in buon ordine.

Ma da qualche tempo ha perso il creier, il cervello: la soffoca, non la lascia più respirare. Mentre lei rigoverna in cucina, mentre lava i pavimenti o sbatte i covoare, i tappeti, ecco che se lo trova dietro all’improvviso, senza far rumore, e cerca di abbracciarla, di strizzarle i sanii, i seni, le infila una mano in mezzo alle coapse, oppure le afferra una mano e la tira verso la întindă dei pantaloni. «Vorrei scappare via, ma eu nu pot, non posso. Dove trova io un altro muncă, un altro lavoro?», piange la donna, «Io ha bisogna di quelli soldi!». «Telefonuvaty!  Telefona figlio! Fare venire lui presto presto, e dire tutto a lui», suggerisce Alexandra impietosita. «Vecchio è şiret, è furbo, negare tutto, e a me trimit, mi cacciare via lo stesso!». «Ma quanto è staryj? Quanto è vecchio ‘sto vecchio?», domanda Irina, che delle quattro è la più giovane, anche se è sposata e ha la fortuna di avere con sé, qui in paese, il marito e due bambini. «Ani settantre». «E a settantatre anni lui avere ancora želanie i sposobnost’ izbienie  blèkdžek, avere voglia e forza di menare manganello?». «Dorinţă da, voglia sì, capacitate io non sapere», ride Denisa, ancora con le lacrime agli occhi. «Moje kochanie, mia cara!»,  s’intromette Hiacynta seria seria, «Jeśli chcesz go tyle, se lui tanto volere te, e tu non potere lasciare lui, allora tu sposare lui!». E allo sguardo incredulo delle altre spiega: «Tu essere vedova, wdowa, no? Se sposare lui, in casa comandare tu, non fare più serva a lui, fare moglie». «Tu nebun! Tu pazza! Chi sopporta quello porc in pat, in mio letto!». «Letto o no letto, tu ora costretta sopportare lui. Ma se lui sposare te, lui rispettare te. Se tu diventare moglie, potere dire sì e potere dire no, si lui fa bravo e si lui avere ancora forza». «Ma è plohaja vešč’, una cosa brutta!», obietta Irina scandalizzata, «Così è come… come prodat’ sebja, come vendersi in mezzo strada!». Alexandra arrossisce e non fiata. Hiacynta invece guarda la giovane collega come si fa con gli illusi. Poi la ammonisce con un tono di compatimento e la faccia indurita: «Moje kochanie, mia cara! Essere bella differenza tra strada e tua casa, tra uno solo uomo che è marito, e uomini tanti che non sapere chi essere. Tanto, moje kochanie, noi donne, w taki czy inny sposób, in uno modo o in uno altro, tutte vendiamo noi stesse. Unica speranza è vendere noi meglio possibile». «Io nu vinde nici căsători, non mi volere ni vendere ni sposare!», tronca Denisa con uno scatto talmente rabbioso da indurre le altre a pensare che sta facendo un grande sforzo per cacciar via quel pensiero indecente dalla testa.

 

 

Boris se ne torna dalla scuola tutto graffiato, con la camicia sporca di terra e sangue. Piange, ma di rabbia. Ha fatto a botte un’altra volta. 

Dopo il primo spavento e dopo essersi accertata che non abbia qualcosa di serio, la madre si preoccupa di rovistare nello zainetto alla ricerca dell’immancabile convocazione della professoressa.  Infatti, eccola là.

 

«Gentile Signora Alexandra Ivanovna, la preghiamo di voler conferire quanto prima, in orario scolastico, con la professoressa Ciuffreda Pasqualina per informazioni urgenti riguardanti suo figlio Boris.

 Il Dirigente Scolastico,                                  Susanna Giampallotta»

 

Anche quando è arrabbiata o preoccupata come adesso, Alexandra non manca mai di afferrare, in ciò che sente o legge, parole insolite o che fino ad ora le sono sfuggite. Per lei è diventata un’abitudine, o una mania, da quando è arrivata qui decisa ad imparare in fretta la lingua del posto.

Perciò è diventata abilissima nel fissare i vocaboli insoliti, ma non è mai riuscita a distinguere il dialetto dall’italiano, e tanto meno gli usi differenti dell’italiano in diverse occasioni, quindi impara a tappeto tutto ciò che sente o legge. Ora che possiede abbastanza parole per capire e farsi capire, “conferire” le sembra molto più fine di “parlare”, perciò si propone di “conferire” alla prima occasione con le sue amiche.

Mentre pensa alle sue amiche, però, non può togliersi dalla testa la preside Giampallotta e la professoressa Pasqualina.

La prima è un’ossuta signora di città con la puzza al naso, che tiranneggia i sottoposti. L’altra è una supplente bassina, vicina ai quaranta e dal cuore buono, ma che va inacidendo di solitudine. Viene da un’altra regione del sud, ha girato per le scuole di mezza Italia alla ricerca di un posto, adesso abita nella città più vicina dove spende in fitto gran parte del precario stipendio, e con un catorcio di vent’anni affronta ogni giorno due ore di stradacce e tornanti per raggiungere in paese la scuola degli immigrati. Pur di non sentirsi immigrata pure lei, in paese. Fa pena, con quella sua faccia pallida e affranta, si vede che fatica in modo disumano per affrontare classi composte di etnìe e lingue diverse.

«Non solo per le badanti questo paese è difficile» è il pensiero che formula in ucraino Alexandra Ivanovna.

Mentre distribuisce nel tegame strati di patate e carciofi, versandoci poi sopra manciatelle di riso come ha visto fare in tivù, non perde di vista la faccia imbronciata del figlio. Intanto  la vecchia  non cessa neanche un minuto dalla sua lagna deprecatoria: «Guardaguà! Cresce come ‘na bestia selvaggia, ‘stu maleducato rottinculo. Paglia sopra la capa e paglia dentro alla capa! Non tiene né padre né educazione! Chi me lo doveva dire a me, che dovevano venire i forestieri a fare i padroni in casa mia! Maledetti i tempi moderni. Chi di qua, chi di là. Niente più famiglia. Non vedo figli, non vedo nipoti, non vedo uno straccio di famigliare. Solo selvaggi in casa mia, solo selvaggi! «Ma non schiatta mai ‘sta vecchia rincoglionita!», sbotta il ragazzo in perfetto italiano di paese, con la faccia ribollente di rabbia. «Dosyt’ Boris, basta!», gli urla la madre di rimando battendo un piede a terra dalla stizza, «tu no hovoryty, tu no dire parolaccia deforme! Andare in kimnata, in tua stanza, subito! Domani fare conti con professora Pasqualina!».

Poi, quando sente sbattere la porta della camera, rivolge alla vecchia una supplica esasperata che sa perfettamente inutile: «E tu nonna, no conferire a Boris! Lui holova dura, capatosta di ciuccio! Si lui no ascultare a me, che sono sua matir, come potere ascultare a te!?». Ma la vecchia non riceve e insiste nei suoi verdetti come niente fosse: «Non gliela hai data per niente l’educazione, a quel rospo velenoso, non gliela sai dare! Mò è troppo tardi, quanto meno te l’aspetti vedrai che bel servizio ti farà, vedrai!».

Tanto che alla fine Alexandra non si tiene più dalla stizza, si gira di spalle e bofonchia anche lei a denti stretti: «Fancùla, vecchia coglionìta!».

L’indomani a scuola la maestra Pasqualina la fa aspettare un bel po’. «Boris è molto intelligente, signora, ma è sempre irrequieto, non si capisce mai cosa vuole. Adesso ha preso di mira due o tre ragazzine e non smette di tormentarle. Fa loro continui dispetti, non sappiamo cos’altro inventarci per calmarlo, disturba sempre la lezione…». «Lui dobryj, lui buono ragazzo, lui morale, lui no pohanyj, no criminale!», implora Alexandra con un lamento da spezzare il cuore, «lui volere sempre smijatysia, ridere, scherziare…». «Lo so, lo so, lo so! Ma ieri ha messo nello zaino di una compagna un uccello morto! La ragazzina è svenuta e il fratello lo ha aspettato fuori per picchiarlo. La preside li vuole sospendere tutti e due». «Sospen…? Cosa significare, io no capisce!». «Tenerli a casa, non farli più venire a scuola!  Io Boris l’ho difeso, signora, ma adesso lui deve chiedere scusa alla compagna». «Sì, sì, lui vybachatysia, lui chiedere scusa! Scusa, scusa, scusa! Adesso tuttapposto?».

Alexandra sorride conciliante, rassicurata: ora che le scuse le ha fatte lei a nome del figlio, si è appianato tutto, non è vero?

Invece no, la maestra insiste: «No signora, lei non ha capito! È suo figlio Boris che deve chiedere scusa alla compagna, davanti a tutti, deve servire da esempio».

Riottoso come un vitello al mattatoio, Boris viene trascinato in classe dalla madre e dalla professoressa, ma si rifiuta di chiedere scusa alla ragazzina albanese. La ragazzina albanese se ne resta ingrugnata con gli occhi bassi. Suo fratello invece biascica minacce sottovoce e guarda Boris con occhi truci che promettono altre botte.

La scena scuote il cuore di Alexandra Ivanovna al punto che non sa più cosa fare. Teme d’impazzire.

 

    Il paese è in subbuglio, il settantaquattrenne Giambattista Pirro e la sua badante rumena sono spariti. Scappati, forse. Nessuno sa dove siano.

Chi afferma che hanno preso il largo insieme, chi asserisce invece che i parenti li hanno separati e che lei se ne è tornata al paese suo, chi giura che gli amanti hanno fatto un colpo di testa, magari si sono uccisi: da un momento all’altro troveranno da qualche parte i loro cadaveri abbracciati, vedrete.

Che si tratti di un amorazzo nato da qualche tempo, è cosa certa. Del tenero che c’era fra quei due in paese già se ne parlava, dapprima con sorrisini e sussurri, poi con aperti sghignazzi. Anche perché bandante e badato ormai non facevano più nulla per nasconderlo. Anzi. 

Ma poi sono intervenuti i parenti e hanno fatto il diavolo a quattro. Scenate in casa e grida fino alla piazza. Dopo di che, figli e nipoti maschi si sono precipitati in caserma a denunciare la badante per circonvenzione d’incapace. «Ma quale incapace!», ha obiettato il maresciallo Moscatello, «Giambattista io lo conosco bene: vede, sente e ragiona meglio di me e di voi». «No  maresciallo.  Quella gli ha fatto vedere le cosce e il vecchio s’è rimbambito». «E che c’è di strano?  Visto che siamo tra uomini possiamo parlare: ammesso pure che sia rimbambito,  non è padrone di  incantarsi davanti a un bel culo?». «Ma non a settantaquattro anni!». «E perché mai? Io ne ho sessantacinque e le femmine mi piacciono ancora, eccome! Signori miei, se uno è ancora capace di intendere e volere, può andare dietro a tutte le femmine che gli pare. Purché consenzienti e col permesso di soggiorno». «E se uno non è capace né di intendere né di volere?». «Deve risultare ufficialmente, dichiarato da qualche parte, firmato e controfirmato dai medici. Fino a quel momento l’uccello di vostro padre e vostro nonno, benché anzianotto, è libero di accomodarsi nel nido della passera che vuole. Ripeto, purché quest’ultima sia consenziente e munita di permesso di soggiorno. Mi sono spiegato?».

Edotti dal maresciallo, i parenti stavano appunto brigando per far dichiarare Giambattista incapace di intendere e volere. Ma i due piccioncini li hanno fregati e hanno organizzato la fuga d’amore.

Coi risparmi della pensione di lui sono partiti per Napoli, dove Giambattista aveva fatto il militare, e si sono fatti una bella vacanza alla faccia di tutti i parenti inferociti. Hanno girato nei posti più belli della città: lui al braccio di lei e lei che non riusciva a saziare gli occhi di fronte al mare. Al ritorno sono andati tostitosti dal prete ed hanno dichiarato di volersi sposare.

Non da don Cataldo, si capisce, migrato in cielo da diversi anni, ma da un prete giovane, disinvolto e aperto a cose moderne, don Luigi, che sale quassù in maglietta e pantaloni dalla città solo la domenica mattina per dire messa, confessare e comunicare. O quelle volte che lo chiamano per un’estrema unzione al Rifugio dei Saggi, dove generalmente arriva post mortem coi suoi unguenti.

Ebbene, il prete giovane e moderno ha tirato fuori un sacco di storie. Ha detto che ci sono due tipi di difficoltà: una di carattere civile, cioè bisogna procurarsi tutti i documenti giusti, e bla bla bla. L’altra di carattere religioso, per il fatto che lui, Giambattista, è cattolico, mentre lei si dichiara ortodossa; e questo è un po’ più difficile da superare. «E se lei si fa cattolica?», ha chiesto senza esitare il vecchio Giambattista. «Beh, deve esprimerla lei di persona questa volontà, liberamente, se no…». «Se no mi faccio io ortodosso». «Ma Giambattista! Dove sta una chiesa ortodossa qui da noi, me lo sai dire?». «Insomma, allora come si fa?». «È difficile, te l’ho detto. E poi ci vuole un periodo di preparazione, una specie di esame per verificare la conversione, il libero arbitrio…». «Ma io sono anziano e tutto questo tempo non ce l’ho. Mica posso aspettare!». «Eeeeh  figliuolo, devi avere pazienza!». «Pazienza una bella capadicacchio, don Luì. E scusate tanto! Altro che figliuolo, io ti posso essere nonno, a te. Allora sai che ti dico? Io a Denisa me la porto lo stesso a casa mia e ce ne stiamo tale e quale a prima, però come marito e mogliera». «Ma questo è peccato!». «E chissenefrega».

 

I vecchi originari del paese, uno dopo l’altro, hanno preso tutti quanti la strada del camposanto. Che un bel giorno ha smesso di accogliere trapassati dal nome italiano: è già in costruzione un settore nuovo oltre il muro di cinta, abbattuto apposta per accogliere i primi morti dai nomi forestieri, ormai anziani anche loro.

Una delle ultime indigene ad andarsene è stata proprio la vecchia assistita per tredici anni da Alexandra. Che non solo l’ha accompagnata al funerale, ma era anche l’unica ad asciugarsi le lacrime fra i pochi parenti venuti. Notandola, qualcuno di loro ha malignato che quella straniera si stava piangendo il lavoro perso. Ma non è vero niente, Alexandra non è preoccupata per il lavoro, sa già dove cercarlo.

Il Rifugio dei Saggi è diventato un complesso enorme, un alveare dentro il quale ronzano adesso centinaia di operatori affannati a produrre assistenza a un migliaio di vecchi piovuti da ogni parte, che di assistenza ne richiedono sempre più. 

Ormai è costume diffuso dettato da necessità: non appena gli anziani non servono più a niente, i familiari, col rammarico di circostanza dipinto sui visi, li portano dalle lontane città di pianura, quassù, su queste rasserenanti colline. Li estirpano recalcitranti dalle loro vecchie case, dove non sono più in grado di vivere da soli, ma non ci pensano neppure a ficcarli nei propri appartamenti di città, troppo piccoli per accogliere anche i vecchi. 

Così li portano qui: curvi, consunti, disabili, forsennati di Alzheimer, tremolanti di Parkinson, rintronati da sedativi, ciechi, sordi, sciancati, sopra sedie a rotelle, balbettanti, sbavanti, incontinenti, fuori di testa. Però longevi: la medicina fa miracoli e gli ultracentenari non si contano.

I parenti li portano qui, impotenti ad assisterli, ma esigenti: pretendono che i loro vecchi vi trovino la migliore assistenza possibile. Poi però ve li lasciano comunque, anche se sconvolti dalla tetraggine dell’ambiente, anche quando se ne vanno borbottando contro la retta spropositata, contro la malasanità e contro il governo. Non hanno alternative. Pagano, e si tolgono gli anziani dalle spalle. Siamo giusti: chi lavora può mica restare in casa di  guardia ai vecchi. E poi, meglio dare occupazione agli immigrati, almeno quella occupazione, no?

Così Alexandra Ivanovna ha ottenuto subito il posto al Rifugio dei Saggi. Comincerà dal basso, dai cessi e dai pannoloni, e fa niente che la paga effettiva sia veramente ridicola, molto al di sotto di quella ufficiale, ma lei è sicura che presto passerà ad accudire direttamente i pazienti, e quindi salirà sia di paga che di rango. L’esperienza non le manca e il suo italiano è migliorato parecchio. Solo continua ad infilarvi paroloni fuori posto o parolacce che capisce poco. 

Inoltre, la rende felice l’idea di poter incontrare anche sul lavoro Denisa, Hiacynta e Irina, le sue amiche che l’hanno preceduta già da qualche tempo.

Sì, pure Denisa, che ha perso da poco il suo Giambattista. Lui non se l’era più sposata, ma lei aveva preso a volergli veramente bene a quel vecchio porcello, che dal canto suo aveva imparato a rispettarla.  Solo che di lui non le è rimasto un centesimo: non ha mai voluto fare testamento, e i parenti, manco era stato sotterrato il morto, che avevano bella e sbattuta in mezzo alla strada l’odiata amante-badante coi suoi cenci.

Così Denisa ha chiesto ospitalità ad Alexandra, che nel frattempo aveva preso in fitto due stanzette a pianterreno ed è stata ben lieta di ospitarla.  Ora che Boris stava imparando a montare infissi in anticorodal, lei sognava di potersi comprare coi risparmi di una vita un paio di stanze e cucina. C’erano tante case vuote in paese, grandi, solenni e mute. I proprietari che vivevano lontano preferivano tenerle così, anziché abbassare i prezzi. Pure la casa della vecchia sta ancora lì con le finestre sbarrate, e gli eredi vogliono un sacco di soldi. Ma cederanno anche loro, prima o poi cedono tutti. 

In Consiglio Comunale non vi è rimasto neanche un consigliere di origine italiana, ci hanno messo un Commissario, coadiuvato da una Delegazione di immigrati. E nella scuola non vi lavora neanche una insegnante nativa. La professoressa Ciuffreda Pasqualina, ormai più vicina ai cinquanta che ai quaranta, ha ottenuto finalmente il suo posto in città. Le insegnanti di qui sono ora tutte immigrate pure loro, di varie etnìe a seconda dei ragazzi raggruppati per linguamadre.

Dopo un lungo periodo di lotta da parte degli immigrati per vedersi riconosciuto il diritto all’insegnamento per i loro figli della lingua d’origine e degli elementi della propria cultura nelle scuole pubbliche, ora che quel diritto è stato riconosciuto, sancito da apposite leggi e graduatorie speciali, più nessuno ne vuole sapere di quelle lingue e di quelle culture lontane.  Come se si vergognassero. Magari i genitori ci tengono ancora, ma i ragazzi tutt’al più imparano un poco di italiano mescolato al dialetto del posto e all’inglese delle canzoni o dell’informatica. È questa, adesso, la loro linguamadre, così si sentono italiani a tutti gli effetti.  

E, in quanto italiani, esposti alla sorte di dover emigrare.

 

Alexandra aiuta un vecchio paraplegico a mettersi a letto dopo averlo accompagnato al bagno. Gli infila in testa la papalina di lana grossa, gli rimbocca le coperte tornotorno, poi raddrizza pianpiano la schiena dolorante. A quasi cinquant’anni, da qualche tempo comincia a sentire gli acciacchi pure lei. Spesso ci scherza su con le amiche: «Se tu ricoverare qui,  io badare te», dice ridendo Irina. «E chi badare te?», la difende Denisa. «Tak! Quando noi essere stary, diventare vecchie, noi prendere casa insieme e pagare una sola badante», conclude Hiacynta  tutta eccitata.

Alexandra ci pensa un po’ su e risponde con la faccia seriaseria: «Io possiedere Boris. Boris essere hlopec’, essere fidanzato con brava ragazza turca, ma presto si sposare e venire a domiciliare mia casa. Io pislja zberežennja groščej, ho messo i soldi da parte tanti anni, a poco a poco, e adesso io avere incendiato mutuo in banca; io volere prendere quella casa dove io tutelato vecchia tanti anni. Si Boris e sua ragazza lavorare tutti due, avere bisogno di me per germogliare bambini». 

Ne è così sicura e lo ripete tante volte che le amiche ormai la prendono in giro, e si divertono a quella sua manìa di ripetere parole rare, che, italiane sono italiane e in fondo si capiscono, eppure stonano come cornacchie in un dialogo tra usignoli.  Ma lei non si dà per vinta, ripete cocciuta e stizzita: «Boris e sua sposa restare mia casa, cazzo!».

Una sera Boris viene a prenderla dal lavoro insieme con la fidanzata. Non lo ha mai fatto, perciò al solo vederli Alexandra si impressiona. Ma poi subito si rassicura: vengono di certo a farle una sorpresa, vuoi vedere che lei sta incinta? «Ti dobbiamo parlare».

Boris è imbarazzato, balbetta, si gratta la testa rasata o il lobo dell’orecchio da cui pende un cerchietto luccicante. La ragazza è proprio bella, Alexandra non vede l’ora che diventi sua nuora nella speranza di farsela amica. Porta un brillantino infilato nella narice destra e guarda da un’altra parte.

Vogliono partire. Adesso in Germania c’è una buona occasione, ma bisogna profittarne subito: il fratello di lei ha rilevato un’officina e ha bisogno di operai. Meglio quelli di famiglia, no? La paga è buona. Invece in questo paese di morti di fame i giovani non li vogliono. O non lavori oppure, se lavori, non metti mai un soldo da parte. Perciò loro due hanno deciso: si sposano entro il mese e se ne vanno. La famiglia di lei è d’accordo.

Alla fine del turno, Denisa, Hiacynta e Irina trovano Alexandra Ivanovna seduta su un gradino del solenne scalone all’ingresso del Rifugio dei Saggi. Ha il viso fra le mani e non riesce neanche a piangere. 

 

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