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Gaetano Giuseppe Magro, Formalina

Posted on: 02/09/2013

 

Gaetano Giuseppe Magro, Formalina

Fara Editore, 2013

di  Carmine Tedeschi 

Un uomo e una donna, entrambi convinti di trovarsi nel pieno della maturità psichica, intellettuale e sessuale, di avere quindi il razionale dominio della propria volontà e delle proprie pulsioni, si incontrano per una di quelle combinazioni inattese della vita e si amano con trasporto e vigore giovanile. Ma ben presto interviene qualcosa di indefinibile a raffreddare e a troncare quel rapporto che pareva così solido. Niente di nuovo, in fondo, una storia come tante. Che presenta però alcuni elementi di novità.

      Lei, una giovane donna inquieta con una certa inclinazione per la scrittura, viene improvvisamente scossa dalla rivelazione di un possibile tumore che le insidia l’ovaio. Lui, un anatomopatologo affermato e entusiasta della propria professione, costretto a prospettare alla sua paziente la conferma della tremenda possibilità, si lascia coinvolgere sempre più nell’ambiguo ruolo di pigmalione. Divampa fra i due un intenso scambio erotico, incenerito ben presto (e inspiegabilmente) dall’insoddisfazione di lei.  

       È nell’incontro tra le due personalità che la narrazione presenta dei motivi d’interesse. Non solo perché esse appaiono così diverse per formazione e progettualità esistenziale (lei piena di slanci frenati, lui di solide convinzioni puntualmente frustrate), ma perché dietro di loro, dietro l’evoluzione che subiscono nel decorso della storia, si profila l’intenzione del Narratore di porre in rilievo l’incontro/scontro tra le loro matrici culturali ed esistenziali, tra la forza delle pulsioni e quella del raziocinio. Nonostante il fallimento del loro rapporto, quindi, nonostante la malattia si riveli alla fine inesistente, sia lui che lei avranno imparato a guardare il mondo in altro modo. Come dire che il dolore, comunque, forma.     

Una pagina dopo l’altra si fa sempre più scoperta e insistente, a discapito però della diegesi, l’idea ossessiva del difficile incontro fra le due esistenze, la cui paternità il lettore fatalmente fa risalire, dai personaggi e dalla loro evoluzione, all’Autore stesso. Una filosofia quindi, che appare ben presto esterna e precostruita, a misura di un professionista appassionato della sua professione, e che finisce per dominare, ingorgare e spesso soffocare la narrazione stessa, rovesciando il rapporto funzionale con essa.

Tra le spie più evidenti di tale alterazione vanno indicate innanzitutto le numerose farciture di spiccato sapore gnomico, sia nel bel mezzo del racconto sia, soprattutto, nei dialoghi. Accanto a questi passaggi, poi, e con gli stessi effetti di appesantimento extra-diegetico, compaiono quei tanti altri passi che illustrano gli aspetti problematici dell’anatomia patologica, con profusione di particolari e con tono professorale che tentano di dissimulare, di stemperare il linguaggio tecnico e l’intenzione didascalica.

       Ma già le prime pagine, con l’insolita presentazione diretta della protagonista, inducono al sospetto che la fabula sia poi solo un pretesto (teoricamente un buon pretesto, bisogna riconoscerlo) per esporre una certa visione del mondo. O, quanto meno, la filosofia di una professione. 

       Del resto, è lo stesso Autore a rivelarlo apertamente nella nota introduttiva: «Ho scritto questo romanzo perché molta gente (tra cui molti medici) non sa, né tanto meno conosce, l’oggetto d’interesse dell’anatomia patologica». Ambizione legittima e lodevole. Ma perché proprio con “un romanzo”?

 

                                                                                                             

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4 Risposte to "Gaetano Giuseppe Magro, Formalina"

Caro Carmine

Grazie per aver letto criticamente il mio romanzo “Formalina”. Conosco la “fatica” di interpretare la scrittura e i pensieri altrui. Volevo rispondere al tuo interrogativo finale: “ma perché proprio con un romanzo”? Premetto che la lettura che hai fatto è pertinente ed appropriata. Ho, tuttavia, avvertito un “quasi risentimento” nell’utilizzo, talora esasperato, del linguaggio tecnico-scientifico. A mio avviso, il soffermarsi sui dettagli di mondi sconosciuti ai più è un atto fortemente voluto da alcuni autori. La letteratura non può essere ingabbiata nella classica narrazione fatta da o pensata per gente che ha una formazione esclusivamente “letteraria” (il romanzo riprende più volte questo concetto di riluttanza verso quel mondo che attribuisce alla letteratura –usando magari toni eleganti e garbati- una netta superiorità nei confronti della scienza). La mia è una formazione biologica, scientifica e filosofica che cerca, con il veicolo della prosa o della poesia, di trasbordare mondi cellulari, infinitamente microscopici, verso il lettore che vive una dimensione -e per fortuna aggiungerei- esclusivamente “macroscopica” della vita (l’ignoranza microscopica aiuta enormemente a vivere). Sono un dilettante, nel senso che non ho mai studiato /partecipato ad una “scuola di scrittura” e, a dir il vero, non so se questa sia una “mancanza” oppure “una libertà casualmente acquisita”. Non c’è dubbio che si pagano alcune conseguenze stilistiche ma forse è possibile approcciare la materia con “picconi” più originali –almeno nelle intenzioni-. Forse il romanzo soffre della mia deformazione professionale: a tratti è didascalico. Probabilmente non avrei dovuto insistere con spiegazioni minuziose del mondo che frequento, ma è il conto che paga chi ha l’obbligo quotidiano di rendere semplici concetti biologici complicatissimi, affinché la maggior parte dei suoi studenti ne acquisisca le basi. La mistura di letteratura/poesia/filosofia con la scienza medico/biologica non è un artefatto: io vivo di questo e le mia attività didattica si avvale spesso della letteratura come fonte interminabile di ausilio didattico. Anche nel mondo della ricerca scientifica, nonostante si pratichino leggi molto rigide, la letteratura e la filosofia possono essere fonte d’ispirazione. Mi sento, pertanto, di incoraggiare la scrittura “Tecnica o tecnicistica” (non saprei come definirla) perché se così non fosse, probabilmente avremmo perso nel mare della “normalità letteraria”, un autore che, alcuni critici illuminati e di indiscussa fama, considerano il più grande scrittore del novecento italiano: Carlo Emilio Gadda. Rispondo, infine, alla tua lecita domanda che è lo spunto di questa mia riflessione. Con questo romanzo, indipendentemente dal valore letterario che il pubblico e la critica vorrà assegnargli, ho cercato di far conoscere un mondo invisibile che, altrimenti, continuerebbe a lambire i margini della “popolarità”. Eppure quel mondo è “costitutivo”, nel senso che induce a riflettere sul fatto che l’uomo, prima di essere pensiero o parola, è “cellule”, capricciose ed inconoscibili creature dalle quali non si può prescindere. Tutti noi, aprendo gli occhi al nuovo giorno, crediamo di poter programmare la giornata, ignorando che le nostre cellule, autonomamente, hanno già deciso i nostri destini. Il tema biologico commisto a letteratura e filosofia, è – a mio avviso- poco enfatizzato nella letteratura italiana, sebbene qualche sparuta traccia cominci ad emergere a livello internazionale (per esempio: Irvin D. Yalom, La cura Schopenhauer). La pendolarità tra arte/scienza -indipendentemente dal risultato finale- è una vertigine che mi sento di consigliare a chiunque abbia voglia di rischiare.

Gaetano Giuseppe Magro

Caro Giuseppe ( o Gaetano o Giutano o Gaeppe),
grazie a te per aver puntualizzato per iscritto le tue controsservazioni, dando così avvio ad un dialogo sulla scrittura narrativa, che – penso – non starebbe male sul blog di Incrocionline. Qualora anche tu lo voglia, s’intende.
Intanto lasciami dire che, se proprio ami definirti un dilettante della letteratura, ciò non costituisce affatto una deminutio, anzi. La letteratura è affollata di dilettanti geniali. Non è la formazione letteraria in sé che fa il bravo scrittore, né i corsi di scrittura; e finanche l’esercizio vivo del mestiere non è affatto una garanzia di qualità o di originalità. Di solito la formazione letteraria è una gabbia. Che a volte aiuta, questo sì, a patto di saperla fare a pezzi con opportuna creatività: su questo penso che possiamo essere d’accordo.
Ed è proprio da qui che parto, per assicurarti che le mie impressioni circa la materia e il linguaggio del tuo romanzo non nascono da una specie di “risentimento” da letterato di mestiere che vede invaso il “proprio” campo, né dallo spiazzamento d’un lettore conformista, riluttante, per pigrizia o supponenza, ad affrontare tematiche e linguaggi inusuali. Ho guardato (come sempre cerco di fare con relatività di giudizio e rispetto dovuto alla fatica altrui) all’efficacia narrativa. Che è – deve essere – l’effetto irrinunciabile di ogni narrazione. E ho dovuto constatare che essa veniva meno nei punti e per i motivi indicati: scoperta intenzione didascalica ed eccesso di linguaggio tecnico. Che non sono scotti da poco, nell’economia del tuo romanzo; costituiscono, per tua stessa ammissione, i moventi primari del racconto stesso.
Immaginiamo per un momento che un letterato di professione scriva un romanzo su un letterato di professione, e che lo faccia parlare della sua professione, e che lo metta di frequente in situazioni in cui egli spieghi ad altri personaggi (magari con un linguaggio non esattamente tecnico) aspetti della sua professione, che sono in fondo temi di lezioni universitarie: pensi che ne verrebbe fuori un buon racconto? Eppure sarebbe astrattamente fattibile. E l’intenzione di portare a conoscenza del pubblico problematiche ignorate, per quanto socialmente vitali, sarebbe anche condivisibile e lodevole. Ma sul piano della resa la vedo dura.
Nel nostro caso non si tratta, dunque, di respingere materia e linguaggio della scienza sol perché della scienza, considerando questa aliena rispetto alla letteratura. Tutt’altro. La scienza ha rappresentato e rappresenta per la letteratura un polo dialettico di primordine; sia l’una che l’altra condensano gli sforzi degli umani tentativi di darsi risposte fondamentali; tante problematiche filosofiche, tante implicazioni morali e sociali legate a scoperte scientifiche o a mutati paradigmi scientifici, sono state, e sono tuttora, anticipate dalla letteratura.
Ma neanche la più ampia rilevanza, neanche la più acuta attualità delle tematiche affrontate sono di per sé garanti di buona letteratura. Se scegli come mezzo espressivo la narrazione, qualunque cosa tu scelga di narrare, il primo requisito è la sua efficacia. Altrimenti viene a mancare persino l’atto comunicativo col lettore, quindi lo scopo stesso per cui scrivi.
L’esempio di Gadda – scusami – non è pertinente. Gadda era ingegnere, d’accordo, ma scriveva – e sconvolgeva – la letteratura, non da ingegnere, ma da letterato; non importa se da letterato professionista o meno.
Ciò detto, resta intatta la suggestione della tematica, come pure il fascino dell’ardua sfida da te affrontata. Con sincera stima, Carmine Tedeschi

Caro Carmine
“Formalina” è stato il cerino lasciato cadere, quasi inavvertitamente, su una materia lavica incandescente: arte e/o scienza? Questa volta ho deciso di risponderti cercando di coinvolgere alcuni nostri potenziali lettori che, sintonizzati sulle nostre stesse lunghezze d’onda, potrebbero orientare le loro antenne ed uscire allo scoperto, regalandoci magari la loro “spensierata opinione”. Vorrei replicare alle tue contro-critiche come si fa con i revisori delle riviste scientifiche, ai quali si risponde, controbattendo punto per punto, e cercando di essere incisivi e convincenti. Ma sarebbe veramente stucchevole e, pertanto, mi limito ad alcune considerazioni. L’uso, talora maniacale, di un linguaggio tecnico-scientifico è stato un atto voluto in “Formalina”. Eccone un esempio: il primo atto d’amore tra un uomo ed una donna che, pur vivendo nella stessa realtà quotidiana, frequentano mondi “paralleli ed asintotici”: Era un’acrobazia circense quella che dava spettacolo in quelle bocche chiuse. Peccato che quelle lingue fossero attaccate alle rispettive bocche da cui, per motivi anatomici, non potevano sganciarsi…Che bello ipotizzare, in quei momenti focosi, le lingue spingersi oltre, verso l’esofago. Non scandalizzi l’idea che un uomo possa avvertire spasmodicamente il bisogno di conoscere tutti gli epiteli della donna che ama e che madre natura ha reso raggiungibili attraverso la lingua… strumento endoscopico dell’amore, l’esploratore delle cavità naturali che ci fa comprendere immediatamente se l’anfratto che stiamo visitando possa, o meno, divenire la nostra fissa dimora… Finirono per amarsi in un gioco superficiale fatto di scambi d’epidermide e mucose, strofinii ed inneschi di piacere tattile propriocettivo che arrivava in alto, fino ai corpuscoli lamellari e concentrici del Pacini: il pendio del piacere. Irrazionale era quella vista, se si pensa che due esseri, fino a ieri reciprocamente sconosciuti, accettassero senza condizioni che, epiteli geneticamente diversi tra loro, e pertanto passibili di potenziale rigetto acuto, si toccassero, si scambiassero fluidi sconosciuti. Mentre si amavano, subivano la picassiana deformazione dei corpi… consumando intensamente e velocemente gli strati più superficiali delle loro mucose, labiali e non, così da non dare tempo alle cellule staminali degli strati basali di rigenerarsi per consentire la restituito ad integrum, con il risultato di lasciare microerosioni epiteliali”.
Questo passaggio spiega, più di ogni altra sofisticata dissertazione su letteratura e scienza, come si possano coniugare le due materie –a mio avviso soltanto apparentemente/furbescamente ossimoriche- in un’unica miscela alchemica, il cui risultato finale non evoca però “ un sapore professorale”, quanto piuttosto “un sapore originale” per il lettore (almeno così mi hanno riferito “venti grandi lettori” che si sono cimentati con il romanzo. Non trovi che ci sia in queste –come in moltissime altre pagine- un magma scientifico che cerca di erompere lo strato della corteccia letteraria più classicamente intesa, squarciandolo, fino a farne brandelli non più recuperabili? Non pensi che queste pagine possano entrare nell’immaginario del lettore attraverso una circonvoluzione cerebrale che non è affatto quella ufficialmente indicata dalla letteratura contemporanea? In fondo, è come se avessi regalato al lettore una sorta di moviola biologica che lascia intravedere “l’anatomia normale e patologica” del bacio e dell’atto sessuale, una visione della realtà che, pur essendo imprescindibilmente costitutiva, rimane ancora sconosciuta ai più.
E’ veramente malriuscita la traduzione –o meglio l’atto comunicativo al lettore (come hai scritto)- quando, al posto di dire che:
i) i protagonisti hanno un profonda consapevolezza della morte, il lettore può leggere “Due esseri viventi affetti da una malformazione genetica invisibile: la delezione del braccio corto del cromosoma che codifica per l’idea d’immortalità”?
ii) i protagonisti visitano un museo anatomico, il lettore può leggere: “ Preparati, perché non vedrai vasi o monili di terracotta o punte di arnesi in bronzo o ferro, ma pezzi d’uomo. Il suo sguardo si posò su lunghe file di grossi boccali di vetro contenenti formalina, in cui erano immersi visceri cavi ed organi parenchimatosi… La sua mancata conoscenza dell’embriologia e della patologia malformativa, la portò a quesiti del tipo: “Perché Dio si diverte a creare uomini con molecole di scarto?” Quegli esseri potevano ben rappresentare la controparte reale delle monche esistenze Montaliane sospese nel limbo. Qui c’è la vita fissata, imbalsamata, che si lascia osservare senza vergogna. Coloro che hanno messo in piedi questo museo meritano infinita gratitudine: sono dei poeti d’organi.. Qui’ qualcuno ha fissato la vita in formalina per lasciarla intatta nel tempo, vincendo l’inesorabile legge della putrefazione della materia organica”?
iii) la protagonista, dopo aver tradito Ruggero, si sente profondamente sola, il lettore può leggere: “ormai aveva deciso di aspettare quell’alba difettosa che le apparteneva più di ogni altra cosa. Ed ora che il giorno stava per arrivare, non apparteneva che a questo assunto: una cellula triste che aveva perso la membrana nel suo dialogo con l’immortalità”?
iv) alla protagonista viene diagnosticato un tumore border-line, cioè potenzialmente, ma non necessariamente maligno, il lettore può leggere: “C’è un centro, un limbo fatto di compromessi quotidiani, che è poi il luogo più frequentato dagli uomini: la mediocrità, l’unica possibilità che permette alla stragrande maggioranza di noi di sopravvivere, lo spazio franco in cui ci si capisce e solidarizza, in cui ci si illude di essere tutti uguali. Ambra, però, si sforzava di vivere sulla prua o sulla poppa della barca, evitando di adagiarsi comodamente al centro delle cose. Ma beffardo, il destino aveva spostato la lancetta del suo orologio biologico proprio al centro, sul punto perfetto dell’insopportabile attesa: un tumore borderline che, seppur con un rischio relativamente basso, avrebbe potuto recidivare e forse anche metastatizzare”. Sono una donna borderline, cioè né brutta né bella, né stupida né intelligente. Sono un compresso biologico. Una mediocrità tissutale” ripeteva a se stessa. “Sono un TE-RA-TO-MA”?
Non è questa scienza su cui s’è adagiata l’ala della letteratura? Non ho alcun problema ad ammettere che, talora, l’atterraggio non sia stato sempre all’altezza delle possibilità del pilota. Ma può una libellula abituata a volare sul pelo dell’acqua, continuare a farlo, senza mettere in conto che, prima o poi, almeno una volta, una delle sue ali, possa inzupparsi, mettendo a rischio l’elegante traiettoria del volo che s’era prefissata? Tu credi veramente che la storia tra i protagonisti –come hai scritto- è una storia come tante, con uno scambio erotico che va a svanire, anche se con elementi di novità? Non pensi che Ambra e Ruggero rappresentino l’incontro/scontro tra arte e scienza che continua a tenerci magicamente legati a questo filo di piacevole ping-pong letterario? Ambra e Ruggero sono la pendolarità tra scienza ed arte, che pratico quotidianamente. Due mondi che convivono più o meno piacevolmente, al punto da sospettare che la reciproca mal sopportazione sia fonte d’ispirazione/intuizione per la mia narrativa e poesia. La domanda che ho trattenuto dentro i polmoni, dopo avere letto la tua recensione e contro-replica è la seguente: “perché hai visto/voluto vedere soltanto “la forma (stile narrativo)” e non “il contenuto” di questo romanzo? L’anatomia patologica è soltanto il pretesto, lo sfondo e non il protagonista della narrazione. Il “citoscheletro” del romanzo sono i grandi temi esistenziali della modernità, alcuni dei quali si perpetuano fin dalla filogenesi umana:
i) la profonda solitudine esistenziale dei protagonisti che vivono la vita con “le maglie del pensiero”, concedendosi poca o scarsa “visceralità”
ii) la loro riluttanza ad accettare le regole infernali che ci siamo regalati con l’accettazione, più o meno inconscia, di questo modello di società, cercando –forse invano- nella scienza e nell’arte uno sfiatatoio vitale
iii) il concetto di border-line, inteso come sospensione tra due estremi. Il tumore borderline è un esempio di come in biologia esistono delle condizioni patologiche che possono essere perfettamente trasbordate verso la sponda delle scienze socio-umanistiche. Oggi, infatti, si parla di “profilo psicologico border-line”, di “comportamento sociale border-line”, di “tendenza sessuale border-line”, di “idee politiche border-line”. Il crescente e ben documentato profilo psicologico border-line, diffuso soprattutto tra i più giovani, supporterebbe l’idea della società dell’incertezza, brillantemente definita anche con il termine di “società liquida” secondo il sociologo/filosofo Bauman”.
iv) il concetto di mediocrità –a me particolarmente caro. Bisogna lottare quotidianamente con il coltello tra i denti per arrivare alla stentata sufficienza, mettendo a posto la nostra coscienza ogni sera, prima che lasci il passo al sonno ristoratore. Dico sempre a me stesso che “oggi essere un grande mediocre è un grande traguardo”.
v) l’accettazione che la nostra vita, prima di essere pensiero, è biologia che sottosta a regole chimico-fisiche che non controlliamo. Soltanto partendo da questo assunto sarà possibile amare profondamente il mondo 3 Popperiano, quello che comprende l’arte e la scienza che altro non sono se non strumenti unici che possono regalarci il libero arbitrio.
vi) l’amore tra due esseri umani ha una fenomenologia complessa, spesso irrazionale, al punto che l’atto sessuale finisce per essere vittima dell’ “amore intenzionale” e non viceversa.
vii) la morale cambia, se cambia il nostro punto d’osservazione del mondo. La diversa aspettativa di vita condiziona profondamente il pensiero sulla vita stessa.
viii) nulla, o poco, è come appare perché, per quanto pensiamo di agire in apparente libertà, c’è sempre qualcuno, di cui non conosceremo mai il volto, che ci organizza la scena in cui ci muoviamo.
ix) il concetto di contemporaneità. Il mondo per ogni uomo è un ritaglio di mondo, un semplice punto d’osservazione: siamo gli uomini che incontriamo, i libri che leggiamo e, contemporaneamente, anche gli uomini che non incontriamo e i libri che non leggiamo.
x) l’uomo, anche il più affermato nella società moderna, è un essere molto irrazionale che si lascia vincere da forze oscure, forse primordiali, che hanno a che fare con il sesso, l’egoismo e la volontà di dominio sugli altri esseri simili.

E’ stata mia intenzione –forse più che titanica- cercare di far arrivare al lettore questo messaggio: esiste un mondo che ci vive accanto, quello microscopico, di cui non abbiamo coscienza. Eppure esiste ed esistenzialmente ci precede. Concluderei, caro Carmine, invitandoti ad una ulteriore replica, nella quale ti chiedo –data la confidenza acquisita grazie a questi dibattiti- di rispondere a questi due semplici quesiti: i) indipendentemente dal giudizio sull’efficacia narrativa, questo romanzo ha lasciato qualche traccia sulla tua corteccia cerebrale, o è scivolato via come pioggerellina leggera? ii) ne consigli la lettura? Non si accettano risposte border-line! Attendendo la tua penna, ti ringrazio anticipatamente per aver gentilmente accettato ciò che normalmente non va fatto: contro-criticare una critica. Ammetto però che grazie alla tua recensione mi hai dato la possibilità di affermare un concetto che è il comune denominatore della mia produzione letteraria: “ora so che la vita –in fondo- è biologia di maggioranza/la fatica dei cerchi perfetti a mantenersi comunque rotondi”.

Un abbraccio
Gaetano

P.S.
Qualcuno ha detto che Gadda ha una scrittura che si sofferma in modo maniacale sulla descrizione degli oggetti e degli ambienti, nonché sui profili psicologici di alcuni protagonisti, con estrema originalità, grazie al fatto che la sua visione di mondo (formazione) è quella di un matematico (ingegnere) e non di un letterato.

Caro Giuseppe,
la faccio breve: sono d’accordo sulle ottime intenzioni che hanno ispirato “ Formalina” e di cui ti do atto. Soprattutto lasciami esprimere ancora tutta l’ammirazione per la tua sfida appassionata.

Ma il risultato è quello che ho detto. Rileggendo i quattro esempi da te riportati a prova delle mirabilie che dovrebbe suscitare la mescidanza del linguaggio scientifico con quello letterario, mi convinco ancora di più che quelle stesse cose potevano essere espresse con maggiore limpidezza, concisione, linearità e non minore scientificità, da una lingua che non cercasse, a priori, di stupire. Forse là sotto c’è qualcosa dell’antico equivoco barocco. Non sono per principio contro la contaminazione dei linguaggi, tutt’altro. Ma essa deve risultare naturale (non necessariamente naturalistica), non deve creare intoppi eccessivi al lettore e soprattutto non ne deve assorbire ed esaurire in sé tutta la tensione: ne va di mezzo (ed è questo il caso) la compattezza dell’impianto, la trasparenza della tematica, la percepibilità della metafora, quella che ho chiamato “efficacia narrativa”, insomma proprio quel “citoscheletro” cui (giustamente) tieni e che non emerge se non a fatica.
Mi sono soffermato soprattutto sullo “stile” (parola che cerco di evitare perché troppo equivoca) in quanto componente essenziale, costitutiva in letteratura; ed è proprio quella componente che qui rivela la distanza tra intenzioni e risultato. Non sarò tra i venti grandi lettori, ma la penso così.
Però non è vero che non parlo di contenuto. Nella mia recensione (che ha pure i suoi limiti oggettivi) ho scritto a proposito dei protagonisti che, nel corso della narrazione, “si profila l’intenzione del Narratore di porre in rilievo l’incontro/scontro tra le loro matrici culturali ed esistenziali, tra la forza delle pulsioni e quella del raziocinio”. Non mi pare molto diverso da quanto mi ripeti tu stesso.

Infine, i due quesiti: 1) sì, la lettura mi ha lasciato qualche traccia; 2) sì, ne consiglio la lettura, anche come esercizio di pazienza.
Et de hoc satis
Cordialissimi saluti, Carmine.
P.S. Da dove viene viene, Gadda fa letteratura, quindi rimane un letterato.

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