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LA POESIA MIMETICA DI EUGENIO LUCREZI

Posted on: 03/10/2013

 

copertina mimetiche a bassa risoluzioneEugenio Lucrezi, Mimetiche 

Oèdipus, Salerno 2013 

di Giorgio Linguaglossa

 

Cesare Segre ha scritto: «Un’opera letteraria è un prodotto semiotico che si realizza attraverso il codice-lingua». Di solito gli scrittori e i poeti sono alieni dall’indicare chiaramente quali siano i riferimenti testuali espliciti e impliciti di un’opera letteraria; ma quello che importa, in sede di lettura, non è tanto individuare tutti i possibili e probabili riferimenti intertestuali ed extratestuali contenuti in un’opera quanto le stratificazioni  di significati che sotto stanno alla superficie linguistica del messaggio. In realtà, la letteratura è una cosa che parla alla letteratura per mezzo della letteratura, è anche questo aspetto che legittima in parte il circolo ermeneutico. Il critico può ricostruire o no la storia di questa stratificazione ma ciò non porterà alcun sostegno determinante alla valutazione di valore di un’opera letteraria. Questo come preambolo. Sta di fatto che il libro di poesia di Eugenio Lucrezi già dal titolo vuole richiamare l’attenzione del lettore sulla relazione mimetica che lega gli enunciati del testo ad altri enunciati che l’autore si premura di farci conoscere. «Esercizi mimetici» (con le parole dell’autore) come esercizi di stile, confezionamento di un messaggio intertestuale con rimandi ad autori esterni e interni al testo: Kafka, Properzio, Amelia Rosselli, Sergio Solmi, Ovidio, Tommaso Landolfi e alla musica, come ad esempio John Cage.

Dal computo della declinazione dei verbi degli enunciati notiamo subito una enorme preponderanza del presente, attorno ad essi non c’è né è importante uno sviluppo di azioni; c’è sì azione ma «mimetica», cioè imitazione e replica di un’altra azione; nei testi di Lucrezi le azioni verbali sono «mimetiche» di altro, stanno per altro e in luogo di altro; sono azioni alienate da una interna condizione di alienazione: nessuna cosa è così come viene detta (e ridetta) e nessuna cosa è così come appare ri-scritta. Nessuna cosa è in quanto detta e ripetuta e nessuna cosa è perché la parola «manca», anzi, la «mancanza» direi che si situa all’interno della parola nominante la quale è una nomenclatura che cita un’altra nomenclatura. Direi una parola-neutrino in grado di attraversare i tempi e gli spazi e le civiltà per approdare nei testi di Lucrezi. La «mancanza» è un quid costitutivo direi della nomenclatura frastica di questa poesia. Nel nomen non v’è omen. In questo quadro poetico-concettuale è chiaro che la poesia di Lucrezi non è tanto un labirinto di strade (il che presupporrebbe già una qualche direzione di senso e di significati) quanto una «radura» linguistica di un circolo linguistico ed ermeneutico. Il lettore che si inoltri in queste poesie perde la bussola, non ha orientamento. Analogamente, l’io del testo non ha più il ruolo guida del testo, il quale si dirama (e si dissolve) a secondo delle esigenze testuali e intertestuali, a secondo delle occasioni che la «mimetica» del testo suggerisce. L’«io» non ha più un luogo nel tempo e nello spazio, si è dissolto, o meglio, neutralizzato. E così anche la scrittura si «neutrifica» in un eterno presente che non contiene più un «io» legislatore ma una organizzazione quantica dell’«io», una dissoluzione, una presentificazione oscurata dell’«io», dove ci sono «solo pensieri freddi», tenuti a bassa e bassissima temperatura stilistica.

Anche l’eleganza della pseudo citazione allude e ammicca alla implicita melancholia del testo citato, come appare evidente in particolare nelle poesie della sezione “ovidiana” ispirata ai miti narrati nelle Metamorfosi.

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