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Due racconti sulle morti per amianto: Alberto Prunetti e Stefano Valenti

Posted on: 15/10/2013

 

Alberto PrunettiAMIANTO. UNA STORIA OPERAIA, Agenzia X, Milano 2012.

Stefano ValentiLA FABBRICA DEL PANICO, Feltrinelli, Milano 2013.

di Daniele Maria Pegorari

 

L’incubo delle morti bianche per amianto, qui opportunamente chiamate «omicidi bianchi» (pp. 15 e 114), è il tema di un piccolo libro del livornese Alberto Prunetti (1973), per metà romanzo familiare e per metà reportage sulle condizioni di lavoro di un ‘trasfertista’, ovvero un metalmeccanico che, nel tentativo di guadagnare qualcosa in più per i suoi figli, accetta il ruolo di operaio non ‘fra le linee’, ma nei cantieri spesso molto distanti dalle sedi centrali delle aziende per cui lavora, regalando ai suoi il mito tutto proletario di un uomo che non lavora in fabbrica, ma le fabbriche le smonta e le rimonta anche in un giorno. Alberto è il figlio di questo trasfertista toscano nato il suo stesso giorno, il 16 luglio, ma del 1945, quando l’Italia si liberava, c’era molto da ricostruire e un operaio pensava di aver toccato il cielo, se poteva cominciare «a dare notizia di sé all’Inps nel 1959» (p. 71), sposarsi nel 1972 e poi, anziché andare in viaggio di nozze, farsi raggiungere dalla moglie per qualche mese nella sua destinazione di Casale Monferrato, in una raffineria a sette chilometri dall’Eternit, dove i due concepiscono Alberto. Il quale, essendo poi nato a Piombino, può giustamente – e amaramente – dire di essere del segno dell’«acciaio ascendente amianto» (p. 116). La vita di papà Renato è un compendio di storia della siderurgia, talmente numerosi sono i suoi trasferimenti (a Novara, Torino, Genova, La Spezia, Mestre, Terni, Siracusa e Taranto, «la porta degli inferi», p. 48) e talmente variegate le mansioni con cui si misura, fino a sperimentare, fra il 1985 e il 1990, anche la triste pratica della partita Iva, del lavoro parasubordinato presentato come economicamente vantaggioso per l’operaio – che diventerebbe così padrone di se stesso – e invece introibo nell’assenza di tutele (cfr. pp. 75-77).

Al contempo è un affresco di storia sociale italiana, dal sogno di fine anni Sessanta, ben sintetizzato dalla foto scattata con la conterranea Nada, la cantante, quando Renato arrotondava come cameriere in un dancing club, all’orgoglio operaio degli anni Settanta, quando il compromesso storico viveva nei fatti, prima ancora di essere teorizzato, e, in cambio della pace sociale, le tutele sindacali erano amplissime. Ma vengono gli anni Ottanta e, se il figlio del metalmeccanico non diventa una star del calcio, tocca farlo studiare fino all’Università, sperando che, almeno lui, si liberi «dalla subordinazione di classe» (p. 119). Così seguiamo la storia di Renato, da quel papillon da cameriere, fino a che, appena quarantenne ha i polmoni devastati dai gas delle saldature, l’udito compromesso dai colpi di mazzuolo, la vista ridotta dalle fiamme dell’elettrodo e i denti marciti dai metalli pesanti (cfr. p. 45): sono già le premesse della diagnosi che verrà scritta diciotto anni dopo, quando una fibra d’amianto, evidentemente respirata sotto il telone antincendio che lo isolava durante le saldature nei pressi delle cisterne d’idrocarburi, «ha cominciato a colorare di nero le sue cellule, corrodendo materia neurale dalla spina dorsale fino al cervello. Una ruggine che non poteva smerigliare. Lesioni cerebrali che non poteva saldare» (p. 120).

Il libro è scritto benissimo, col suo attacco altamente lirico, i dettagli da romanzo sociale, le pagine persino esilaranti in cui Alberto ricorda la sua infanzia parecchio ruspante, quando al posto del ‘meccano’ c’era l’officina di papà con i suoi attrezzi miracolosi, ma una caduta in una partita di pallone poteva costare una frattura e tre mesi di gesso, se il campo era quello d’asfalto «di una fabbrica dismessa, la fonderia dell’ex Ilva» (p. 57). Il paesaggio industriale è onnipresente nella memoria di Alberto, la sua città coincide con le ciminiere e con i depositi popolati da personaggi anche misteriosi e degni di una vera e propria favolistica operaia. Si tratta della medesima epopea al rovescio dei Mammut di Antonio Pennacchi, eroi di una civiltà del lavoro che si estinguono sotto i colpi della ristrutturazione neocapitalistica e non lasciano alcuna eredità, visto che i loro figli sono destinati a quel diverso genocidio sociale che è il precariato. Alberto stesso, laureato in Lettere a Siena, diviene un bravo scrittore e traduttore dallo spagnolo e dall’inglese, ma deve accontentarsi di fare il redattore editoriale precario, un proletario appena ingentilito dall’attributo di «cognitivo», come segnala Valerio Evangelisti nella prefazione (p. 6), ma, in definitiva, persino più povero e instabile di suo padre. E, allora, nel cursus simpaticamente toscano di questo libro, non resta che dire: «Ci hanno solo preso per il culo, Maremma schifosa» (p. 137).

‘In parallelo’ con la narrazione di Prunetti si potrebbe leggere La fabbrica del panico (2013), definito dal suo stesso autore, Stefano Valenti, un «libro bianco» (pp. 8, 38, 59, 68, 71) sulla morte per mesotelioma pleurico del padre, operaio che dalla montagna lombarda si trasferisce a Milano con la speranza di dare stabilità alla famiglia e invece incontra solo la disperazione, prima, e la malattia letale, poi. Meno narrativo e anche meno interessato a tinteggiare aspetti di storia sociale di quanto lo sia l’Amianto di Prunetti, il libretto di Valenti è però più incline a descrivere l’alienazione dell’uomo sottratto alla salubrità delle valli alpine e alla passione per la pittura e catapultato in fabbrica per «obbedire a ordini a cui non avrebbe mai obbedito. […] Ogni giorno si chiedeva come fosse possibile accettare tutto questo, come fosse possibile accontentarsi, si chiedeva qual era il limite oltre il quale non era concesso, non era lecito andare, e ogni giorno varcava questo limite. Le condizioni di lavoro si aggravavano, la resa diminuiva e ad aumentare erano la fatica e le difficoltà economiche. […] La depressione, sua e dei compagni, diventava assoluta» (p. 33). Il figlio racconta, così, le sempre più ricorrenti «crisi d’ansia» (p. 34) del padre a fine turno, le pillole di varie dimensioni e colori con cui i medici aziendali curano quella che un tempo chiamavamo «esaurimento nervoso», giungendo al paradosso di preoccuparsi che l’operaio riesca a trascorrere più tempo (e con maggiore efficacia produttiva) all’interno di quel reparto saldatura che non solo lo rende infelice, ma lo sta lentamente portando alla morte attraverso le fibre d’amianto che si attaccano ai suoi vestiti e che egli porta quotidianamente anche a casa.

La depressione del padre si rifletterà in quella del figlio, che cresce man mano che raccoglie la documentazione per la sua personale inchiesta, mettendo da parte la sua occupazione abituale di traduttore, la medesima – per straordinaria coincidenza – di Alberto Prunetti. Tradurre, però, è un’azione intellettuale di secondo grado, rassicurante nel suo svolgersi su di un piano del tutto autonomo dai destini storici e gratificante in quanto pratica di perfezionamento: «se fosse per me – scrive, infatti, Valenti a p. 19 – non farei altro e non mi annoierei mai, continuerei a tradurre di continuo la stessa frase, cancellando il lavoro con il lavoro, lavorando all’infinito». Quando, invece, la ricerca delle testimonianze operaie prende il sopravvento, si affaccia in Stefano una diversa urgenza che lo fagocita interamente: «La sera tento di riposare senza riuscirci, faccio ordine nella libreria e in camera, non lavoro, non provo interesse in niente, manco completamente di concentrazione, ho paura di morire o di impazzire, e cerco di aggrapparmi alla realtà» (p. 46).

Eccola, dunque, pronunciata la ‘parola chiave’ di tutta questa stagione di crisi, ciò che ingloba, spiega e supera le singole tragedie economiche ed esistenziali dei singoli: nascosta prima dai miti della modernità, del progresso e della comunicazione, poi dalle schermaglie giudiziarie intorno alle morti bianche, infine dalle politiche di flessibilizzazione del lavoro, che investe in pieno i figli di questi martiri del lavoro, la realtà è la grande vittima della società neocapitalistica, che costringe gli individui a muoversi come involucri vuoti, copie di un’identità sbiadita, di cui si è perduto il documento originale.

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1 Response to "Due racconti sulle morti per amianto: Alberto Prunetti e Stefano Valenti"

Condivido profondamente la necessità di individuare il cuore della stagione di crisi nella “realtà”, e di orientare nella stessa direzione la prospettiva di lettura di questi racconti sulle «morti bianche», ai quali affiancherei i numerosissimi racconti sul lavoro precario degli ultimi anni.
Oggi siamo sottoposti inesorabilmente, e più o meno consapevolmente, alla smaterializzazione della realtà, di qualsiasi aspetto della vita, produttiva e più largamente esistenziale. Lo sviluppo della società dei servizi e la prevalenza progressiva della finanza sulla produzione mettono fuori scena gli operai: l’impossibilità di riconoscersi in gruppi – dal momento che non si individua nessuno da combattere, nessun polo opposto che legittimi il conflitto – e la consunzione dei rapporti affettivi e di solidarietà confinano i lavoratori in un limbo di solitudine, costretti a continuare la propria lotta a titolo individuale.
L’intento di questi giovani scrittori è proprio quello di «aggrapparsi alla realtà», di risarcirla ricomponendo il senso, un senso che è tuttavia sfuggente, sempre più nascosto e, spesso, volontariamente rimosso. E la realtà risulta difficile da afferrare per l’atrocità delle morti bianche, per l’impossibilità di individuarne i responsabili – la definizione di «morte bianca» misconosce la possibilità di cercarne le colpe, cedendo il senso dell’evento a un’accidentalità, a un destino di morte fatalmente scritto ed ereditato di generazione in generazione – ma anche per la «catastrofe della fine del posto fisso», per un lavoro che diventa sempre più smembrato, immateriale e invisibile.
Ed è interessante che proprio la letteratura, così nascosta nella società smaterializzata di oggi, diventi il luogo della ricerca di una consistenza identitaria meno effimera, che si sostanzi proprio nella denuncia, nella narrazione del proprio disagio, nel ripiegamento di sé – penso a quanto questo sia evidente nel recente «monologo metalmeccanico» dell’operaio tarantino Giuse Alemanno (Io e l’Ilva, Lupo, 2013).
Nonostante si tratti di parabole negative di lavoratori e di fabbriche, che non lasciano trasparire alternative di emancipazione reale, queste storie sono il sintomo dell’urgenza di realtà, anzi soprattutto dell’urgenza di letteratura di realtà che risvegli la coscienza critica, svincoli dall’ottundimento televisivo mistificante e insegni a dare i giusti nomi alle cose. Coloro che raccontano sono il controcanto emotivo di un crudele, inarrestabile processo di spersonalizzazione e, realizzando un luogo di condivisione di storie personali, sono l’espressione più “reale” di un potente bisogno di comunità.

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