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CARLO CIPPARRONE, IL POETA È UN CLANDESTINO

Posted on: 18/10/2013

 

Carlo Cipparrone, Il poeta è un clandestino

Di Felice, Martinsicuro 2013  

di Giorgio Linguaglossa

L’idea di poesia vive come in una caverna tra ciò che essa pretende di essere e quel che essa è; tale idea viene mantenuta in vita dal poeta che riflette sulla poesia come oggetto e sulla riflessione quale pensiero del soggetto sull’oggetto. È da sempre l’utopia del pensiero estetico che ricorre alla metapoesia per pensare la poesia, al non identico per pensare l’identico; e che le parole siano libere di esprimere ciò che esse non possono più esprimere perché attratte dall’identico di ciò che identico non è e mai lo sarà. Così la metapoesia di Carlo Cipparrone si presenta come un discorso sull’identità di ciò che identico non è; è poesia che riflette la crisi di identico e non identico; è poesia della crisi, è una versione, estrema, della crisi della soggettività che si sa relegata in una periferia, è poesia di periferia che vuole esibire la tessera alimentare della propria malcerta sopravvivenza; è poesia della soggettività che vuole attingere la singolarità come se non sapesse che quella soggettività è altrettanto «falsa» tal quale l’idea dell’universale che quell’idea postula e presuppone e finanzia.È l’idea, pur nobile, di poesia come «resistenza», atto «clandestino», solitario di libertà nel mondo amministrato della illibertà dominante; è la coscienza della disillusione per quest’atto irrisorio di libertà. Le parole non sono né vuoto suono, nè choris ma segno negativo che non indica la cosa ma un linguaggio inerte in un vuoto circolo ermeneutico tautologico; le parole non abitano alcun demanio, alcuna dimora, alcuna residenza alberghiera e non godono di alcuna ristorazione, questo sembra dirci la poesia di Cipparrone; ed è il suo biglietto da visita, il certificato di residenza di un intellettuale non organico se non alla periferia e al «disordine delle parole» cui è irrisoria panacea volerle riordinare dalla superficie o «dal profondo» come titola una sua poesia:

 

Anche il più greve di noi

è leggero, alato,

poiché il poeta è uccello liberato

dalla gabbia della prosa:

è il suo pregio-difetto.

 

Ma mi ficcarono il piombo

nelle tasche, nelle scarpe, nel cappello;

non riuscendo più a volare

finii per imitare la fuga della talpa,

fui preso da un cieco

sotterraneo furore di scavare.

 

Ora non posso più guardare

dall’alto la vita,

ma la sento dal profondo.

Sono l’uccello più triste

e la talpa più felice del mondo.

 

E sarebbe anche un atto ingenuo e, al contempo, una hybris voler sfidare il mondo della totalità delle scritture letterarie con quest’atto di una soggettività posta nell’estrema periferia calabra, e Cipparrone ben lo sa, ma non può fare altro che denunciare

 

L’abile uso della parola,

il sapiente dosaggio del dire e non dire,

l’ambigua liturgia di metafore, allegorie;

lirichette, poesiole,

rose, gardenie e violette,

fiori gentili, delicati,

innaffiati ogni sera sul balcone.

 

Cipparrone, dunque, dall’alto della saggezza dei suoi anni, può chiamare la malattia con il suo vero nome: «il cadavere del significato», come nella omonima poesia che così comincia:

 

Sono tanti i poeti perversi

che, ritenendosi di palato fine,

ostentano snobismo e alterigia.

Odiano semplicità e trasparenza,

amano la pagina esangue,

la frase asfittica, zeppa d’oscure

metafore, d’ermetiche allegorie.

Torcono il naso di fronte

agli onesti poemi,

ostinandosi a uccidere il senso

nei propri versi.

Io sono del parere che una soluzione estetica è una soluzione estetica: una soluzione estetica la si ha soltanto nella sua formalizzazione in una «forma», la «forma» è un discrimine assolutamente necessario alla poesia, in sua assenza, quello che ne deriva è soltanto un composto irregolare e disarticolato di «cose» linguistiche. Ma il problema di trovare una soluzione estetica non ci esime dal dire che essa per esserci deve fare i conti con quella cosa che chiamiamo «tradizione»; voglio dire che non si dà alcuna «forma» in assenza di una «tradizione» e in assenza di quell’altra cosa che chiamiamo eufemisticamente «storia».
A me sembra però che in molti autori di poesia di oggi risalti proprio il loro voler essere fuori dalla storia e dalla tradizione, molti autori vogliono liquidare la questione, posta in termini forse un po’ troppo frontali da Ennio Abate, del rapporto che lega la poesia alla storia e quindi al Politico. Essi fanno poesia in modo irriflesso, riducono la «tradizione» ad un campionario di oggetti retorici da saccheggiare, costoro non si accorgono di indossare un abito manieristico, fanno del manierismo un bell’abito da indossare, si vestono a festa, vogliono ingannare il lettore mostrandogli i dettagli dell’abito, le sue qualità, le sue (false) profondità, le sue quintessenze, le sue insostanziali qualità auratiche e spirituali: in proposito mi viene in mente la poesia di un de Signoribus, che è la tipica poesia di chi vuole prendere le distanze da tutto, che vuole eccedere in zelo, nello zelo profumato del manierismo e dell’eufuismo. C’è molto profumo in questo tipo di poesia. Con il che questa poesia corre il rischio di diventare un esercizio di stile, magari ben cucito e confezionato ma di stile. È una nuova forma di retorica che qui ha luogo, con tutto l’appannaggio di retorismi e di preziosismi e di inversioni sintattiche e semantiche. La poesia diventa così una particolare confezione di retorismi e di barocchismi.

Se c’è una cosa che manca invece alla poesia di Carlo Cipparrone è l’assenza di profumo, l’assenza completa di manierismo e di eufuismo, il suo vestito di parole è un saio ruvido, scabro, opaco, da figlio illegittimo:

 

Poesia, sono un tuo figlio,

spurio, illegittimo, indesiderato

che tuttavia esiste

e invano cerchi di nascondere;

sono la tua vergogna,

la prova del tuo giovanile peccato.

Perdonami se ho sporcato

di nero inchiostro

le tue pagine immacolate,

d’urina e di cacca le bianche

lenzuola della tua reputazione.

Scaturito dal tuo grembo, anch’io

sono sangue del tuo sangue;

vuoi o non vuoi, anch’io t’appartengo.

 

Di recente, ha scritto Giuseppina Di Leo a proposito della tesi secondo cui la poesia vada verso una estrema periferia: «il poeta esodante sa che la realtà sfugge alla forma. Sa che la forma (e la forma in generale, non solo la “bella forma”) è in sé già distanziamento (problematico), se non repulsione (problematica) della realtà»;  è implicito, prosegue la Di Leo, «sapere di non sapere», risultano per me davvero incomprensibili i distinguo rivolti «a chi trova poetico soltanto ciò che «attinge a ben altre radici (sogno, inconscio, Altro)» vuole essere una contrapposizione ai liquidatori estremi della ragione».

Concordo con la precisazione della Di Leo: sfuggire alla forma equivale al voler sfuggire al problema, fuori della forma non si dà letteratura per il semplice fatto che quando si infrange una forma si precipita inconsapevolmente in un’altra forma, non c’è via di uscita da questa regola della dialettica delle forme. Ed è il succo della critica che Pasolini muoveva alla«forma» desublimata e alto borghese della poesia di Montale il quale voleva sfuggire al problema della storia e dei conflitti che in essa insorgono con il semplice appannaggio della forma poetica. Era una via di fuga quella apprestata da Montale, qui non c’è ombra di dubbio che Pasolini avesse intravisto un problema reale, ed era un appunto molto acuto Pasolini quando indicava, a proposito della poesia di Fortini, che essa nascesse da «un momento di sosta della lotta»:

«Tutte le poesie di Fortini hanno l’aria di essere scritte durante una “sosta della lotta”. (Cosa che del resto in sostanza risponde a verità). Scende la notte, le sparatorie si diradano, i guerrieri accendono il fuoco, e chi canta sulla chitarra, chi scrive lettere a casa, e chi si raccoglie in un angolo buio, dove stenta giunge la luna, e sul vecchio quadernetto scrive i suoi amari versi. Ma è chiaro tuttavia che per lui la metastoricità dell’atto poetico (che necessariamente avviene appunto in una «sosta», in un angolo fuori dell’azione, in una piega segreta della storia) in tanto vale in quanto è ancora ripensamento della lotta, attraverso un semplice mutamento di registro».

Direi che tutte le poesie di Cipparrone sembrano scritte durante una pausa della sua personale, privata resistenza alla invasione della volgarizzazione della poesia oggi di moda, tracce, marche di una personale lotta di resistenza e di liberazione dal conformismo delle ombelicali scritture neutralizzate.

 

 

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1 Response to "CARLO CIPPARRONE, IL POETA È UN CLANDESTINO"

Non conoscevo la poesia di Cipparone, del quale leggo adesso i campioni che ci offre Linguaglossa. Oggi è questa la realtà, che càpiti ad un appassionato di poesia di non conoscere poeti non secondari; e di essere dunque grato al critico che gliene propone le testualità, e più in generale il mondo mentale e poetico.
Condivido in pieno il giudizio di L. che la poesia non si possa dare al di fuori di strutture formali, così come non è musica senza altezza e durata dei suoni, è non vi è pittura senza colori e linee. E non è forma se non vi è consapevolezza storica della tradizione linguistica di appartenenza. La verità della poesia è la ragione civile della sua forza politica dirompente: è verità di forma, di storia, di tradizione intesa quale valore salvifico della parola e dunque del pensiero.
Linguaglossa serra le fila degli argomenti in difesa della poesia che non si accontenta di farsi bella, in arcana ostensione di frasi.
Cipparone mi pare poeta più che degno.

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