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Guido Oldani, IL REALISMO TERMINALE

Posted on: 26/10/2013

 


Guido Oldani, IL REALISMO TERMINALE

Mursia, Milano 2010.

di Massimo Silvotti

Già prima di avere il privilegio di conoscerlo personalmente, nutrivo per la poesia di Guido Oldani una curiosa forma di rispetto che in genere affiora quando intuisco, ma non afferro del tutto, il valore grandemente innovatore di un artista e della sua opera. Premetto ciò per rendere chiaro come, nel mio caso, la conoscenza diretta di Oldani abbia avuto un ruolo decisivo, da un lato per stimolare ulteriormente un interesse che già sentivo intimamente di dover soddisfare, dall’altro per cogliere appieno il significato potenzialmente deflagrante della sua intuizione poetica nel saggio Il realismo terminale. E prima di approfondire nel merito la sostanza di un’idea che, credo, non potrà che affermarsi lasciando un solco profondissimo nel panorama artistico (e non solo letterario), ritengo davvero indispensabile soffermarmi a tratteggiare quella che non esito a definire una personalità sorprendente, pur se ammantata di assoluta normalità. Basti ricordare la perentoria risolutezza delle sue idee, unite a una mitezza di pensiero difficilmente eguagliabile. E, per considerare più direttamente la sua poesia, si osservi l’apparente dicotomia tra una poesia di pensiero che non fa sconti nel giudizio sulla contemporaneità e uno stile edificato sull’ironia, in punta di fioretto.

Venendo al Realismo terminale, siamo di fronte a un tema che inevitabilmente travalicherà i confini dell’ambito artistico; la materia è prettamente e strutturalmente sociologica (e politica) e, nonostante a un poeta non spetti di dover indicare una strada, una discussione non edulcorata di culturalismo, si dovrà valutare tutto l’impatto sistemico di una tale questione. A me Il realismo terminale pare una sorta di appello, l’esortazione di chi registra una realtà tanto allarmante quanto inconfutabile, una fotografia del mondo di oggi, il cui focus è indirizzato a un incipiente futuro: una preponderanza quali/quantitativa degli oggetti sugli uomini, ai quali rimane soltanto un ruolo di comparsa, che potremmo definire oggettual-residuale.

Il progresso, che il Marinetti visionario aveva saputo definire come la notte insonne dei pionieri e che lo stesso aveva incardinato, tra le altre, alle tematiche espressive dell’attivismo e del vitalismo dell’uomo ‘rinato’, oggi ci restituisce un uomo che si consegna alla storia ‘desogettivizzato’, ovvero totalmente in balia di una realtà dalla quale è stato detronizzato. Questi oggetti senz’anima, che nulla hanno più in comune con l’idea novecentesca di poetica degli oggetti, poiché spogliati e deprivati della loro natura di manufatti, nel giudizio di Oldani vivrebbero una sorta di disposizione alla dicotomia: da un lato antropizzati e dall’altro, ogni istante di più, «antropicamente artifiziali». Se Cervantes, attraverso il suo Don Chisciotte, aveva voluto sottolineare il primato degli ideali nei confronti di una realtà che annulla la forza dell’immaginazione e del sogno, Oldani, con l’arma dell’ironia, che socraticamente mette in discussione mode e dogmi, ci ammonisce circa il futuro intrapreso che strozza le relazioni tra gli uomini, a favore di un’enfatizzazione sorda del superfluo. Tutto ciò evoca implicitamente la figura di Odisseo, di fronte al canto irresistibile delle sirene, un Ulisse che riesca a resistere, grazie alla sua arguzia, al fascino di una ‘via breve’, al consegnarsi ebbro a una felicità effimera.

Ma tornando al nostro tema, cos’hanno di tanto attrattivo questi oggetti che – condivido – hanno una predominanza asfissiante nel mondo della postmodernità? E qual è stata, se vi è stata, la causa scatenante che ha determinato questa deriva ‘oggettivistica’, la quale oggi si rende così drammaticamente palese? A me pare, francamente, che l’uomo contemporaneo si sia progressivamente un po’ rintanato, che abbia scelto, più o meno consapevolmente, di vivere a regimi ridotti, ponendosi come in disparte di fronte alla vita, ma anche sentendosi maggiormente al riparo di fronte all’eventualità di possibili fallimenti. Un essere umano spaventato dall’imprevedibilità della propria esistenza e, quindi, portato naturalmente a relegare le proprie esigenze di realizzazione a elementi esterni, acutizzando cioè il concetto di futilità, accrescendone ed enfatizzandone a dismisura l’incidenza nella vita di tutti i giorni.

Si è trattato di un processo che in un primo tempo è partito in sordina, per poi subire un’accelerata quasi esplosiva che solo ora cominciamo a vedere in tutta la sua tragicità. Abbiamo lasciato il campo da gioco a queste ‘cose’, le quali, però, non hanno saputo che farsene del giocare. Eppure, a ben vedere, è a questo nostro onirico bisogno che debbono tutto, se solo sapessero che in genere il nostro giocare è mosso dalla necessità di dimenticare. Loro che pervadono tutto, trasformando il gioco in oblio.

E allora, forse, gli oggetti, nel loro incedere quantitativo, svolgono inconsapevolmente una funzione, e non sarà un caso se il loro sfrenato sviluppo avviene a partire dalla seconda metà del secolo breve. Leopardi pensava al poeta come a un adulto rimasto imbrigliato nella dimensione onirica e fantastica della fanciullezza; il poeta che affida al valore dell’illusione il proprio abbeverarsi, la propria fonte d’ispirazione. Ma di quale fantasia si ciba l’essere umano del terzo millennio, dopo che la storia degli uomini lo ha reso partecipe dell’indicibile? Non possiamo trascurare la sentenza di Adorno sulla morte della poesia, dopo Auschwitz.

Oldani, per la verità, non si sofferma sui moventi scatenanti un tale scenario da incubo, e certamente non si può banalizzare un processo che ha enormi dimensioni e concause. Oldani, da poeta, si limita a ridefinire il proprio spazio di pensiero e lo fa non prescindendo da un’indole artistica, dalla quale affiora, al netto di un’ironia a tratti convertita in sarcasmo, un accorato suggerimento verso una via resiliente che restituisca speranza. Sta in questa bipartizione, che va esplorata con meticolosità, l’enorme incidenza della sua poesia.

Il carattere distintivo sta in queste metafore e similitudini rovesciate utilizzate con inesauribile fantasia; è in esse, infatti, che si registra, e si formalizza, quel capovolgimento dell’oggetto che si fa soggetto ed è ancora lì, in quel rovesciamento di senso, che si condensa tutto il nostro agglomerarsi di coesive esistenze, sottoposte agli oggetti. Diceva Niva Lorenzini, in riferimento alla lirica di Antonio Porta: «il linguaggio della tradizione lirica […] di fronte alla prova del reale rischiava la paralisi della affabulazione incessante o del silenzio […]. Occorreva rimettere in gioco il linguaggio, adeguarlo al mutato orizzonte percettivo». Mi sembra un’affermazione ritagliata a misura per la poesia di Guido Oldani, il quale non solo non si sottrae a questa rivoluzione copernicana del Realismo terminale ma, su di essa, costruisce un vero e proprio sovvertimento del linguaggio che mi consta non avere precedenti in questa misura e intenzionalità. Difendersi non sembra più possibile e questa voragine valoriale che appare inarrestabile, riporta alla memoria un quadro visionario e premonitore di Boccioni, La città che sale, in cui il cavallo (il progresso) è inutilmente trattenuto dagli uomini che si aggrappano alle sue briglie. Oggi gli oggetti-soggetti di cui ci parla Oldani si sarebbero totalmente svincolati dalle redini che li relegavano a utensili nobili della poesia e di ciò, dal punto di vista del linguaggio poetico, non rimane che prenderne atto, in modo formale.

Il realismo terminale prefigura e annuncia, dal punto di vista della poesia, la strada che verrà intrapresa, ma esso, in un’ottica più complessiva, pone sul tavolo delle domande di senso alle quali non dovremmo e non potremo sottrarci. Quest’uomo del terzo millennio che sembra ormai ‘beotizzato’, avviato a impregnarsi di cose futili, ha una sola possibilità di salvezza: ridefinire al più presto la propria dialettica desiderativa che appare, ogni giorno di più, sclerotizzata nell’alternanza aspirazione-realizzazione-nuova aspirazione.

E forse non sarà un caso che il Realismo terminale si concluda parlando delle stelle di cui, per via della distanza, vediamo una luce che cela una realtà solo illusoria. I desideri sono «natura delle stelle», come l’etimologia ci aiuta a comprendere, e di questo nostro atavico sentire la mancanza dovremo tener conto se ambiamo a orientare la nostra vita verso un nuovo chiarore di senso e verità: l’urgenza della luce, come ci ricorda il titolo di uno splendido libro dedicato alla poesia di Christine Koschel.

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