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Osip Emil’evic Mandel’štam, I LUPI E IL RUMORE DEL TEMPO

Posted on: 02/11/2013

 

Osip Emil’evic Mandel’štam, I LUPI E IL RUMORE DEL TEMPO

Biblioteca dei Leoni, LCE edizioni, 2013

di Giorgio Linguaglossa

È uscita in questi giorni una egregia traduzione dall’inglese ad opera di Paolo Ruffilli delle poesie di quello che, a detta di Brodskij, è stato il più grande poeta russo del Novecento: Osip Emil’evic Mandel’štam (1891-1938); «I lupi e il rumore del tempo», (Biblioteca dei Leoni, LCE edizioni, 12 euro), questo è il titolo scelto da Ruffilli per l’antologia, che riprende un titolo di una delle più belle raccolte del poeta russo. Non si sottolineerà mai abbastanza l’importanza della poesia di Mandel’štam per la poesia del Novecento, il suo andare «contropelo rispetto al mondo», la sua avversione viscerale, dopo un primo momento di moderato apprezzamento, a quella nuova forma di barbarie rappresentata dal bolscevismo. Nel 1911 aderisce alla «Gilda dei poeti», fondata da Nikolaj Gumilëv e da Sergej Gorodeckij. Tutta la sua battaglia culturale si concentrò nella nascita dell’acmeismo del quale redasse il primo manifesto e nella polemica letteraria e culturale contro la poesia simbolista, di qui le critiche indirizzate al più grande rappresentante della poesia russa del tempo: Aleksandr Blok e a Konstantin Bal’mont, il poeta più colto e prolifico del tempo che possedeva a menadito le letterature di più di dieci lingue europee.

Passeggiando sulle sponde del mar Nero il poeta russo raccoglie delle pietre, ne studia le striature, i differenti colori dei materiali sovrapposti all’interno, riflette sugli insetti conservati per milioni di anni nell’ambra, comprende che la poesia deve in qualche modo riflettere, dentro di sé, nella sua forma-interna, la stratificazione tettonica delle pietre raccolte in riva al mare, giunge così d’un colpo alla concezione di una poesia «tridimensionale». Il nocciolo della novità apportata da Mandel’štam alla poesia del Novecento si può riassumere così: la poesia abita necessariamente il mondo tridimensionale e la chiave per rappresentare questo concetto in poesia è la metafora tridimensionale attraverso la quale gli oggetti vengono ad essere configurati all’interno della curvatura dello spazio e del tempo. Quindi, non più una poesia, come quella simbolista (sostanzialmente bidimensionale), che si basava sulla scissione tra i due «mondi», quello visibile e quello invisibile (simbolico), ma una poesia che fosse interamente terrestre, interamente simbolica perché interamente configurata nello spazio e nel tempo; di qui l’enfasi con cui il poeta russo accennava alla «polvere dei secoli» che secondo la sua concezione la poesia doveva possedere, quella aderenza al significato per cui parlava spesso di «poesia significazionista» da ottenere attraverso una massima organizzazione della proposizione versale e della ottimizzazione delle risorse linguistiche; seppe acutamente intuire l’importanza che hanno la successione e la composizione delle strofe nella poesia moderna. Mandel’štam amava l’Italia, leggeva la Commedia di Dante in italiano (infatti si porterà una copia della Commedia nel lager dove Stalin lo confinò e dove trovò la morte nel 1938), apprezzava le straordinarie qualità musicali dell’ottava ariostesca, la canzonetta napoletana, ma apprezzava anche la poesia del più grande poeta dell’avanguardia del suo tempo Velimir Chlébnikov,  le poesie per bambini, di cui presto uscirà per EdiLet di Roma la traduzione di dieci straordinarie composizioni dedicate ai bambini, apprezzava la poesia di Pasternak, di Anna Achmatova, di Gumilëv, della Zvetaeva di Chodasevich. Insomma, con Mandel’štam siamo davanti a un poeta e un intellettuale tra i più lucidi, complessi e intransigenti della poesia del Novecento che si è battuto con tutte le sue forze per una concezione antropocentrica dell’arte e della poesia in particolare: porre la poesia al vertice della dimensione umana nel cosmo e nella Storia. Ma poi sappiamo come è andata a finire la questione della centralità della poesia del Novecento, diventata sempre più marginale e periferica, tra le attività umane, anzi, una attività, come scrisse Montale nel discorso tenuto per il conferimento del Nobel a Stoccolma nel 1980: «inutile». Non era certo questo il concetto che Mandel’štam aveva della poesia.

 

Odio la luce

 

Odio la luce delle stelle uniformi.

Salve mio vecchio delirio,

slancio di torre gotica al cielo!

 

Pietra, sii come un merletto

e diventa, tu, ragnatela.

Ferisci con un ago sottile

 il petto vuoto del cielo!

Verrà il mio turno, lo so,

e sento aprirsi le ali.

 

Ma dove mirando cadrà

la freccia del vivo pensiero?

Conclusi il tempo e la strada,

potrò ritornare dov’ero:

ma là non riesco ad amare

e qua del mio amore ho timore.

 

(1912)

 

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