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CARLA SARACINO, IL CHIARORE

Posted on: 08/11/2013

 

Carla Saracino, Il Chiarore

Lietocolle, 2013

di Vito Russo 

“Il chiarore”, la seconda raccolta poetica della pugliese Carla Saracino, si interroga sul significato e sulla percezione della vita e della morte, entità mescolate e insieme presenti nel reale, difficilmente conoscibili come distinte.

In generale, soprattutto nella prima sezione del libro, domina un clima di dissoluzione, di malattia e dissolvenza agrodolce delle cose inanimate (“Sparirà questa stanza, spariranno / i suoi orpelli comprati e mai amati”), nella seconda prevalgono toni di vitalità.

La silloge si apre in uno scenario di perdita, distacco, apparente decadenza: il soggetto non ha alcun potere di intervento sullo status quo e può solo prenderne malinconicamente atto (“E’ quasi l’ora del deserto, / quasi la fine, arida, della superficie”). Ma la natura stessa delle cose apre dei varchi, pur frammentari, e si pone già oltre la morte: “questo dire delle meraviglia / senza continuazione, questo vedere / in un volto l’altro volto potuto, / questo essere nella natura cosa morta / che la natura ha già superato”.

La poesia di Carla Saracino è una poesia perennemente sospesa, fuori dal tempo, assoluta, a-cronicistica, a-cronologica, persino a-storica, tant’è che la prima parte della raccolta è intitolata programmaticamente “Chiudere il tempo”.

In un tempo assente, quindi, la vita coincide con la morte. Ma quando l’io lirico emerge con potenti illuminazioni, il poeta dimentica l’anonimato e le regole dello stare al mondo (come in uno dei passaggi più ispirati del libro: “Niente è migliore del morire / fuorché la speranza di disimparare / a vivere”), che altro non sono che manifestazioni della morte in vita. Il poeta percepisce invece una vita vera e incondizionata, quell’innocenza antimoderna e finanche primordiale che sta al punto di inizio del cosmo. È quindi un vitalismo assoluto che domina e pervade il mondo poetico di Saracino, in un continuo evocare la morte nella vita e la vita nella morte per superarla, nel punto in cui la poesia si fonde ipnoticamente con quella vita autentica, e diviene uno stato esistenziale rivoluzionario, perché scardina le convenzioni sociologiche e relazionali costituite fuori dalla natura.

È quello che accade nella seconda parte del libro, intitolata “Via delle cenate”, una via immaginaria e contemporaneamente vivida di un Sud esistenziale, prima che geografico. Qui la poetessa pugliese rompe gli indugi e si abbandona totalmente alla bellezza, persino all’effimero, alla vanità di quelle cose apparentemente piccole, fino a percepire di non esistere più, di essere sopraffatta dall’amore per la vita.

In una lingua antimoderna, quasi sempre connotata da un istintivo e sacrale lirismo, da un energico ma controllato espressionismo, dominano i luoghi ovattati di una provincia minima, essenziale, dimenticata – appunto – dalla storia, e per questo “eletta” dalla poesia, alla poesia. Il poeta torna a quelle origini antropologiche ed estetiche sconosciute al presente, a quegli alberghi bruciacchiati di riviste, alle case abbandonate del materano, dove è possibile esultare, disobbedire, e finisce per non essere presente a se stesso, in un narcotico stato di torpore, per dimenticare: “Vorrei poter ricordare ma non ho / nessuna attenzione per i nomi e le date”. Eppure nel ritorno al dimenticato è possibile il ritorno all’esistenza pienamente vissuta, così che dalla morte si torna a ”La punta dell’ordine, il chiarore”.

La vita non viene scelta ma subita (“Anch’io una volta dovetti nascere”) e finisce quindi per essere una parte della morte, per essere contenuta nella morte come in un macroinsieme, ma il poeta è quell’individuo capace di trasformare lo stato di costrizione in abbandono a-sensoriale, a-materico, in catarsi (“Ogni giorno la vita progredisce per cancellare”): l’io si fonde nell’altro così come la poesia si fonde nella vita.

Nella morte dunque il poeta si scopre innamorato di quel “dolce rumore della vita”, naturale prigionia che lo accompagna come un filo rosso, fino ad annullarsi in quegli “affetti, accumulati per ossessione / di felicità”. 

 

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