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VINCENZO MASTROPIRRO, POÉSÌA SPARSE E SPARPAGGHIOTE

Posted on: 15/11/2013

 

Vincenzo Mastropirro, Poésìa sparse e sparpagghiote

CFR, 2013

di Antonio Lillo

Vincenzo Mastropirro, classe 1960, è probabilmente molto più conosciuto come musicista che come poeta. Chi scrive, perlomeno, confessa che Poésìa sparse e sparpagghiote : Poesia sparsa e sparpagliata (CFR, 2013) è il primo libro di Mastropirro che legge, anche se è il terzo da lui pubblicato.

Mastropirro scrive nel dialetto materno di Ruvo e la prima domanda che viene sempre di fronte a una tale scelta è se ci sia ancora l’opportunità editoriale, se non l’esigenza personale, per una tale scelta.

Lo stesso poeta ne è consapevole, visto che risponde in prima persona ai dubbi del suo ipotetico lettore nella lirica che chiude il libro:

 

…me disse:

“la poesia dialettale non la sopporto, non è niente.”

 

Pote iésse, ma nan che crède,

la poésèi è tutte e nudde

inde a totte re lingue du munne

e pure cu la maje, chère de Riuve

ma spécialmède chère de mamme

ca stè chiandote ‘ncorpe

avvetote cume nu pirne

stritte, affunne ed etìerne.

 

…mi disse:/ “la poesia dialettale non la sopporto, non è niente.”// Può essere, ma non ci credo,/ la poesia è tutto e niente/ in tutte le lingue del mondo/ e pure con la mia, quella di Ruvo/ ma specialmente quella di mamma/ che è piantata in testa/ avvitata come un perno/ stretto, profondo ed eterno.

 

Al di là della facile moda che tende alla riscoperta del dialetto, più come colore folcloristico che come viva essenza, riscontrabile in molti poeti più giovani le cui composizioni possono tranquillamente definirsi intercambiabili fra versione dialettale e versione italiana, o perché pensate in italiano e poi trasportate nel dialetto, o perché pensate come ibrido fra le due lingue – nulla di più facile –, le poesie di Mastropirro hanno il pregio di rimarcare un’assoluta e autentica inestricabilità fra lingua e contenuto. Molte composizioni qui raccolte, infatti, sono inimmaginabili in italiano, non hanno senso: sarebbero, come la traduzione a piè di pagina dimostra, poca cosa senza l’apporto linguistico del dialetto, che fa la differenza.

E questo, non solo a livello puramente immaginifico, ma anche, e qui parliamo di linguaggio, nelle sfumature tipiche del genere, sia sul fronte di una schietta e “popolare” ironia, che non rifiuta il termine basso, persino volgare, né lo accoglie criticamente, ma lo incorpora già a priori perché a differenza che nell’italiano non vi è stata mai una vera epurazione nel vocabolario dialettale. Mastropirro, anzi, com’è giusto per un poeta di buon livello qual è, lo utilizza con esiti di indubbia potenza comico-espressiva, e senza mai scadere nei tranelli del vernacolo, come nella potente U ‘mbirne (L’inferno) dove gli ultimi versi richiamano il canto XXI dell’Inferno dantesco.

 

[…] Acchessèje re préghìre nuoste

se pèrdene inde all’arie

cume pitete de curpe sfatte

chine de mìerde e zezzaminde.

 

[…] Così le nostre preghiere/ si perdono nell’aria/ come peti di corpi disfatti/ pieni di merda e di sporcizia.

 

D’altro canto quello che manca a volte a Mastropirro per definire la sua poesia autenticamente dialettale – in senso antropologico, intendo – è la mancanza di una totale aderenza al dato oggettivo del realismo. Lì dove i grandi poeti dialettali non fanno altro che enunciare il tema e aspettare che sia lo stesso tema a dispiegare la propria carica poetica, le poesie di Mastropirro mancano talvolta di tale pudore, e possiedono già in sé la risposta: una forte carica simbolica viene sì applicata al quotidiano, ma servita già pronta al lettore come metafora dell’esistenza.

Dal mio punto di vista questo può essere un errore, lì dove la poesia rischia di diventare didascalica, ovvero di non prendere mai completamente il volo, dove non si fa scoperta ma lezione o motto, o dove non è adeguatamente supportata dalla suddetta carica autoironica.

Altre volte, invece – e lì è la poesia di Mastropirro – trova i suoi esiti più alti e i suoi versi si venano di uno svagato surrealismo tutto venato di sarcasmo, pena o divertita dolcezza: il poeta dimentica di essere vate e pensa esclusivamente a divertirsi, come in U capebanne (Il capobanda) che ricorda certe atmosfere del primo Tonino Guerra, o nella stupenda Pertiuse e bettiune (Asole e bottoni).

  

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