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MARCO ONOFRIO, ORA È ALTROVE

Posted on: 05/12/2013

 

Marco Onofrio, Ora è altrove

Lepisma, Roma 2013.

di Giorgio Linguaglossa

Per parlare della poesia di Marco Onofrio dobbiamo ritornare agli inizi del Novecento: concentriamo la nostra attenzione sul movimento simbolista che in Italia non c’è mai stato. Perché?, che cosa ha impedito al simbolismo europeo di attecchire sul corpo della tradizione poetica italiana?, che cosa significa «assenza di un simbolismo italiano»?, che cosa comporterà nel prosieguo del Novecento questa vistosa assenza? Appunto, la poesia italiana del Novecento si apre con un «grande vuoto», una «grande assenza» e con un secondo fenomeno direttamente connesso al primo: la mancanza di una reazione al simbolismo, la mancanza di quei movimenti che, come ad esempio l’acmeismo russo e l’imagismo americano e anglosassone, permetteranno la costruzione della poesia moderna tipicamente novecentesca a partire da Pound, Eliot e Mandel’štam.

Il libro di Marco Onofrio si apre con una citazione di Giorgio Saviane: «l’attimo è chiuso come l’atomo, ma dentro e intorno ha universi di spazi. A percorrerli da un attimo all’altro ci vogliono secoli o decimi di secondo in bilico e il vuoto può succhiarti».

Lo «spazio atopico» entro cui si costruisce questa poesia è uno spazio privo di direzionalità, come nella fisica subatomica, regna sovrana l’indirezione delle particelle elementari, lo scontro di tutte le particelle in tutti i luoghi, la loro disparizione e la loro ricomparsa in altri luoghi e in altri istanti di tempo; il «Tutto» è questa molteplicità di direzioni: l’apparire non indica più una fenomenolgia dell’essere, ma è un segnale semaforico che indica tutte le direzioni possibili e compossibili («la verità resta indecidibile»). L’indirezione regna sovrana, e l’ellissi e il traslato ne sono gli equivalenti nel piano delle retorizzazioni: non c’è metafora che non sia indicata se non attraverso un impianto di fuga. Esattamente l’opposto della metafora che indica il ponte tra due enti. Esattamente l’opposto dell’allegoria che indica un Essere immutabile soggiacente sullo sfondo delle immagini. Il ritmo fondamentale è dato dall’andante con brio; qui il correlativo è liquido, simbolico, simbiotico, non indica un referente che sta nel mondo degli oggetti ma un movimento in tutte le direzioni: è «Morgana», «è terra che svanisce», un mondo che c’è e non c’è, che appare e scompare. La poesia di Onofrio si muove sul piano di un irrealismo magico, di un ipnotismo: la poiesis è gioco di specchi che si illuminano e si accecano a vicenda, la storia è fantasmagoria che si accende e si spegne («l’arciere è ovunque… è una forza cieca, egoistica, insensata / che non significa e non vuole nulla / oltre di sé»; «Nascere vivere, far nascere morire / mutare restando, crescere passare in un deserto limpido fiorito»). Siamo nel mondo privo di volontà e di rappresentazione: «la verità resta indecidibile», ed Euridice «scompare dentro il nulla». Siamo all’interno di una filosofia del «nullismo» (per usare una dizione di Roberto Bertoldo), dove tutti gli enti scompaiono dentro il «nulla», senza dolore, senza storia, senza «reale». L’«istante» (la temporalità) nella poesia di Onofrio è il conduttore della Storia, non si lascia catturare né dallo sguardo immobile né da un occhio in movimento, legata ad un’onda che è al contempo sonora e insonora, trasporta e non porta in alcun luogo; la «trasformazione» non trasforma un bel nulla, la «trasformazione» è il «nulla», «l’arciere è ovunque». La poiesis è strumento di razionalizzazione del «vestimento delle cose» («Cercavo l’asola del tempo»). La forza della razionalizzazione è data  dall’impulso del traslato. Non c’è una datità perché nulla si dà, non c’è più un «oggetto» perché non c’è più un «soggetto» (almeno come lo abbiamo conosciuto), se non liquidiformi; infatti nella poesia di Onofrio le metafore e i simboli liquidi abbondano. Non c’è più un paradigma (metrico, tecnico, stilistico) cui si possa fare riferimento: dietro c’è il «vuoto» e davanti l’«ignoto»: Euridice che «scompare dentro il nulla» ne è l’emblema più eloquente. A monte, non c’è più il complesso di Edipo ma il complesso di Telemaco, il soldato che aspetta su un’isola deserta che il «padre» ritorni per liberarlo dalla solitudine dello «spazio atopico».

Scrive Onofrio: «Musica, musica / ho sete di musica / in ogni fibra dell’anima / vibro d’assenza». È qui chiaro il discrimine di un verso sonoro e cantato che intende sedurre e indurre il lettore a seguire l’autore nei meandri dei suoni e delle sue fantasticherie. C’è qui una chiara presa di distanza dal versante in-sonoro e prosastico di un’altra direzione della poesia contemporanea: è l’idea di seduzione che vuole portare il lettore in un «altrove», che lo vuole dis-togliere dal suo «ora». Il verso musicale di Onofrio vuole colmare la distanza che si apre tra l’«ora» e l’«altrove», in questa accezione il suo è un verso post-simbolistico, che si fa erede della lirica di Mallarmé e Valéry e di un certo D’Annunzio ma senza lo sdoppiamento, senza alcuna duplicazione di mondi e di simboli come avveniva nel simbolismo; in Onofrio la restaurazione lirica va intesa entro la cornice categoriale di una poiesis che si faccia «epifania nel suono», perché «la vita è l’arte dell’addio […] istante dopo istante / un grande addio»; l’addio non è esilio, è separazione consensuale tra due viandanti, perché «è bella di tormento la poesia / del riverbero, dello scomparire / in un tramonto. Come vivere / altrimenti? Quale alternativa?».

Appunto, non c’è alternativa alla seduzione dell’abbandono e all’attesa (ancora una volta ritorna il mito del complesso di Telemaco), e la Storia è il luogo integrale dell’attesa; così l’utopia, così il soggetto e l’oggetto; «il grande silenzio dell’universo» è qualcosa di agghiacciante, di non nostro, solo la «parola» fa dell’universo un universo per noi comprensibile, ma è una parola «senza referente». E qui l’ateismo del poeta romano sconfina con il suo personale «nullismo» filosofico: «L’universo è una parola: / l’unica non vera, / l’unica non nostra».

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