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Dan Opus Lapidus, il mio letto ha tre gambe

Posted on: 18/01/2014

 

Dan Opus Lapidus, il mio letto ha tre gambe  

Gattomerlino/Superstripes, Roma 2013

 

di Antonio Lillo

 

Ci sono libri la cui storia ha di per sé un valore esemplare più importante del loro contenuto. È il caso di il mio letto ha tre gambe di Dan Opus Lapidus, poeta di origine rumena, trasferitosi in Italia a metà anni ‘90 dopo un incarico di responsabilità in patria e finito a Roma a fare l’imbianchino. Durante una serie di lavori in casa di Piera Mattei, direttrice editoriale della Gattomerlino/ Superstripes, fa amicizia con lei che legge alcune sue cose e decide di pubblicarlo. Dando così avvio a una di quelle operazioni di buona prassi editoriale, che sempre vanno sostenute, dove si punta alla promozione degli autori più che al mercato.

La breve raccolta mette insieme ventitré testi di Lapidus (vero nome Danut Dogaru) scritti dopo il 2010, quando si avvicina al buddhismo e alla poesia orientale, e suddivisi in tre capitoli tematici: il primo di natura fortemente esistenziale, il secondo legato al simbolismo dei colori, il terzo di poesie d’amore per la moglie definita, con molta ironia, La foca. Tutti e tre i capitoli sono accomunati da un continuo richiamo al suo universo spirituale e lavorativo.

Da un punto di vista linguistico la caratteristica principale dell’opera di Lapidus sta nel fatto che lui scrive direttamente in italiano, e non in rumeno poi tradotto, quindi in una lingua nuova, che non padroneggia alla perfezione. Questo dà avvio a una serie di piccoli cortocircuiti di senso, talvolta a costruzioni ardite sotto il profilo sintattico, che innervano però i suoi versi di forza espressiva oltreché ritmica.

Va aggiunto, a onor del vero, che se presa nel suo insieme l’opera è ineccepibile, andando ad analizzare le singole poesie, non tutte sono allo stesso livello, o riescono a mantenere inalterata la loro carica dirompente, come spesso succede a chi non abbia un approccio sistematico al linguaggio poetico, dove il mestiere serve a compensare i cali di ispirazione. Dove invece la tensione si mantiene intatta, i risultati sono spesso eccellenti e originali.

Sotto il profilo dei contenuti, sebbene la Mattei lo accosti (per quanto detto sopra) alla Rosselli, appare evidente che Lapidus non abbia piena volontà di iscriversi nel filone di sperimentazione linguistica tracciato dalla poetessa romana. E sembra, invece, inserirsi con più naturalezza nella corrente antimodernista, caratterizzandosi per un romanticismo di stampo fortemente simbolico, a tratti surreale (più vicino a Campana, per intenderci, che alla Rosselli), che pone al centro della sua ricerca, con continua e disperata insistenza, la dicotomia: purezza della poesia/ impurezza del mondo. Niente di nuovo insomma, ma ben scritto.

VITA OCCULTA

profumo di morte e morti

che bussa timido

nella mia finestra.

le braccia inerti di un mattino viscido

che si dimostrano più sofferenti

della mia anima

spensierato comincio

a riflettere… a nulla e

non riesco a uscirne dalla ubriachezza funebre

odore di fango che emerge

dall’incenso incurvato

che si spegne stanco e

addormenta le ultime fibre ribelli

sorgente della sofferenza la solitudine

riesce a svegliare un pessimo

                                        istinto di vivere

e mi alzo in tempo

per guardare le raffiche

di una maledetta pioggia

che sfrecciano ciniche e autoritarie

sul tetto

i destini non sono scritti

e

vagano ciechi

attirando gli esseri aleatori

mi nascondo da sempre

come se

qualche ala di un destino sbagliato

mi potesse toccare

e

resto soltanto un fuggitivo

senza identità

vita che attira la morte

senza stancarsi

vita che profuma di morte

ed equivoco

vita che travolge istinti sani

vita che finisce orgogliosa

per aver impedito

un risveglio!

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