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Lecce e la memoria di Bodini

Posted on: 02/02/2014

 

di Salvatore F. Lattarulo

 

Restituire la memoria del leccese Vittorio Bodini a Lecce è una di quelle tautologie provincialotte da cui bisogna pure che ci si curi una buona volta. Come si fa con certe fastidiose malattie che, a furia di trascurarle, diventano croniche e, alla fine, irreversibili. Giorni fa è apparsa sull’edizione di Lecce del “Nuovo Quotidiano di Puglia”, giornale di punta del Salento, un’intervista a Valentina Bodini. Il succo era questo: la figlia del poeta che vive e lavora a Roma può essere una eccellente testimonial delle celebrazioni del centenario bodiniano in programma a Lecce e dintorni. Un auspicio che però capovolge i termini del problema. Che c’è ed è bene guardarlo da vicino, come appunto fa il bravo medico con il suo paziente. La cosiddetta questione bodiniana, cioè la discussione sulle ragioni che ne hanno oscurato la fama letteraria oltre gli stretti confini della sua terra, nasce proprio dall’attitudine a non volerne espiantare le radici storiche e culturali, quasi fosse solo un elemento del nostro paesaggio. Il rischio che si nasconde dietro il campetto di casa è di trasformare con questo centenario il celebrato in una sorta di ulivo secolare. Alla diretta discendente del maestro bisognerebbe invece guardare da Sud come a un possibile seme per farne rifiorire lì la pianta, nella Roma dove Bodini visse gli ultimi dieci anni della sua vita e dove scrisse la sua ultima e più emblematica raccolta, “Metamor”, diario della crisi esistenziale dell’uomo novecentesco strangolato nella morsa dell’Italietta degli anni del boom economico. Un’opera che dimostra che la disperazione nera messa a dimora sotto la luna inquietante del Salento va ben al di là di un orizzonte borbonico. Di qui la necessità di reinserire Bodini in un panorama letterario più ampio di quello regionale e meridionale. E invece? Nella già citata intervista s’avanza il pronostico che questo anniversario può essere la leva per sollevare Lecce verso l’atteso ― e beninteso meritato! ― traguardo di capitale europea della cultura per il 2019. Strumentalizzare questo appuntamento per rivendicare pur legittime aspirazioni localistiche di primato vorrebbe dire sovrapporre politiche di miope sponsorizzazione del territorio a politiche di lungimirante promozione del patrimonio culturale in chiave davvero nazionale e continentale. Nello spirito di quanto lo stesso Bodini scriveva: “Il Sud ci fu padre e nostra madre l’Europa”. A Valentina Bodini bisogna, dunque, che gli stessi leccesi affidino ben altro mandato di testimonianza: attivarsi perché a partire dalla capitale, dal cuore pulsante del Paese, non muoia del tutto l’eredità ideale di uno dei più grandi figli di Puglia. Una prova? Mentre la stampa pugliese ha dedicato lenzuolate all’inaugurazione dell’anno bodiniano che si è svolta a Castelnuovo di Porto, nei pressi di Roma, “Il Messaggero”, lo storico giornale capitolino, non ha destinato all’evento nemmeno una riga. Tanto più che non basta aver aperto le celebrazioni del centenario a pochi chilometri dal Campidoglio. Che altre iniziative a tema siano battezzate nelle acque del Tevere! Ecco l’augurio che con il nuovo anno sarebbe bene formulassero proprio i leccesi. Si è voluto che la salma del poeta fosse traslata, in occasione dei quarant’anni dalla morte, dal Verano di Roma nel cimitero della sua città. Bene! Benissimo! Ma quanto questo ha davvero giovato alla fortuna complessiva di Bodini? A Castellaneta si battono da tempo perché le spoglie del loro “genius loci”, Rodolfo Valentino, tornino a casa dall’America. Storie di periferia, di bassa periferia! La tomba del poeta londinese Keats è a Roma e non mi risulta che i suoi connazionali la rivogliano indietro. Anche le ceneri di Gramsci sono custodite in quello stesso celebre camposanto del Testaccio. I sardi hanno mai sottoscritto una petizione per riprendersi le ossa del grande martire del fascismo? Se delocalizzare l’economia nuoce gravemente alla salute occupazionale di un territorio, delocalizzare la cultura non può che sanarne un antico e oscuro male. 

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9 Risposte to "Lecce e la memoria di Bodini"

Cari Salentini, poeti e non poeti, lettori, amatori della poesia, ai così detti “poeti maledetti” salentini: una presunzione funebre (questi si uccisero, gli originali francesi non ci pensavano nemmeno ad ammazzarsi!), ecc. – dovete sapere che c’è un poeta della Vostra terra, Antonio Sagredo, che ha posto la parola fine, e la parola inizio alla Vostra poesia… vi ha tutti assorbiti e superati, ha sprovincializzato i Vostri versi chiusi e racchiusi in se stessi: ha dato un nuovo respiro. Vi invio, ma Sagredo non lo sa, quattro sue poesie (per restare a Voi):

———————————————————–
Lecce, la verde maliarda!

Lo spartito di una gorgiera sfogliavo di sghimbescio
dalla periferia del mio sangue ai sobborghi della tua carne.
Con la smorfiosa latrina del tuo cuore petulante giocavo
per una manciata di ceri, di letanie – e di rosari!

Era di magenta il tuo clitoride, come una reliquia notturna
che sotto l’occhio di bue brillava più di un’armilla di corallo!
Era un preludio di Sibelius questa scissura di note biforcute,
il pulsare di un orgasmo invernale che ciondolava dai balconi.

E la città, maliarda gesuita, sproloquiava da pulpiti d’avorio:
legni incarnati, svolazzi di palpebre, labbra dei confessionali!
Canti di cartapesta sgualciti dall’insonnia eretica!
Nicchie indiscrete delle giravolte!

Pietra dei respiri! Alito di cariatidi mefitiche!
La taranta dilata le narici della lingua!
Nella notte messapica stiletti di orbite lupesche:
un addio ad ogni crocicchio, un arrivederci ad ogni trivio!

antonio sagredo

Vermicino, 11-15 gennaio 2007
————————————————————————-
con un gelato di corvi in mano

a vittorio, a carmelo e a me stesso

regressione salentina

Con un gelato di corvi in mano
torchiavo con le dita il grumo dolciastro di un mosto,
sul capo mi ronzava una corona di gerani spennacchiati.
Crollavano lacrime di cartapesta dai balconi-cipolle,
giù, come vischiosi incensi.

Squamata da luci antelucane l’ombra asfittica
piombata come una bara, scantonava
per la città falsa e cortese su un carro funebre.

Nella calura la nera lingua colava gelida pece!

Schioccavano i nastri viola un grecoro di squillanti: EHI! EHI!
come un applauso spagnolo!

Ma dai padiglioni tracimava il tuo pus epatico, bavoso…
risonava un verde rossastro strisciante di ramarro,
le bende, come banderuole scosse dal favonio, tra quei letti infetti…

e brillava… l’afa!

Scampanava al capezzale delle mie Legioni
quel verbo cristiano e scellerato che in esilio,
invano, affossò – il Canto!

Ma noi brindavamo – io, tu e l’attore – con un nero primitivo,
i calici svuotati come dopo ogni risurrezione,
perché la morte fosse onorata dal suo delirio!

aAntonio sagredo

Vermicino, 11 marzo – 4 aprile 2008
———————————————————————-
Ho amato questa città verde
d’urina di larve gattesche,
acque feniche di senili teologie:
estive pornografie dei chiostri
giravolte di sesso.

Maddalena,
ingoia l’estasi!
succhia l’argento patrizio!

Il tramonto è invalido
dalle sacrestie ai pisciatoi –
processioni, incensi.

ah, poesia: natale pornografia!

Tufacee rughe
le belanti ossa dei martiri.

Molo di coiti cicaleschi,
surrogati dell’0rbita Vuota!

Piaghe della mia ombra!
Grida di cartapestate acque!

Via della Dissipazione Meridionale!

Antonio Sagredo

Lecce, ottobre 2004
——————————————————————-
Requiem per Carmelo Bene

Mi nutrirono di lacrime i nitriti dopo il crepuscolo
quando l’Immortalità si fermò alla stazione del Nulla,
nella notte che una maschera e la gloria uscirono di senno
si mutò in rantolo di carne, come il Verbo, il tuo sguardo.

Fu l’abbecedario di una malattia moresca
a tradurre la lucciola libertina in notte eretica,
i nerastri cantici dei tuoi occhi in raccapricci di cera,
il pianto equino di una bambino nella cripta.

Smoccola il cielo, ossa!

Ti sei bardato della Grazia del vischio,
come pelle di Magenta è la tua Voce.
La gorgiera del tempo si sfarina…
Nei padiglioni il tuo furore tracima cenere,
come se la morte fosse altrove…
dove i dèmoni hanno smarrito l’anima!
dove gli dei hanno ceduto il corpo!

antonio sagredo

Vermicino, 19 marzo 2002

Leggendo e rileggendo i versi di Vittorio Bodini si rimane folgorati dall’altissima liricità delle composizioni , dalla raffinatezza e dalla profondità delle sue intuizioni sull’analisi della condizione umana , mirabilmente raccontata e cantata nelle sue raccolte . Su tutte emerge l’elevazione a dignità superiore delle cose semplici e della quotidianità,nella quale si muovono i protagonisti di un universo minimo , ma animato dalle essenze e dalle peculiarità della mediterraneità . La Poesia di Bodini , perciò , va annoverata in quell’ampio panorama culturale e letterario transregionale e transnazionale riservato agli autori di spicco della letteratura del secolo scorso . A tale particolare riguardo occorrerà indirizzare e coordinare tutti gli sforzi e le iniziative utili a ” sprovincializzare ” e a ” sdoganare ” la Poesia e la figura artistica di Bodini per affrancarle dagli angusti confini di una ” meridionalità ” nella quale certa critica interessata e di parte ha volutamente e acriticamente relegarne l’opera e la personalità . Una proposta , fra le altre , potrebbe essere quella di promuovere sinergie divulgative dell’opera di Bodini mediante anche l’accostamento al fenomeno antropologico del tarantismo e della musica esorcizzante della taranta , unitamente alle suggestioni paesaggistiche e folcloriche salentine , che negli ultimi tempi hanno travalicato i limiti di un localismo nostalgico e di maniera , per diffondersi in ambiti culturali internazionali e per accordare e restituire a Vittorio Bodini la connotazione universale che ha animato l’intera sua opera . Fortunato Buttiglione

Il problema non mi sembra di delocalizzare la cultura. Un autore che non ha un centro geografico finisce per non esistere, appena viene meno la generazione di critici e studiosi amici, Tra i due estremi di Lecce e Roma (o l’Europa…) c’è in mezzo la possibilità di allargare le maglie della conoscenza e della stima di Bodini dalla Puglia verso il mondo. Di certo, però, e su questo Lattarulo e Pegorari hanno ragione da vendere, non è facendo liti di campanile, nè vedendo inesistenti tentativi di “scippo” che si attengono risultati concreti… La messe è tanta e gli operai sono pochi, come sempre avviene, dunque non è il caso di dividersi…

Sono senza se o ma solidale con Lattarulo, la sua analisi, dettagliata e chiara, del caso Vittorio Bodini non fa una grinza. Complimenti.

PS una proposta concreta per celebrare l’anniversario potrebbe essere quella di recuperare e valorizzare il materiale audiovisivo sul poeta. Ricordo ad esempio che il primo programma in assoluto della sede Rai pugliese il 18 dicembre 1979 terminò con la recitazione de “La luna dei Borboni” da parte di Riccardo Cucciolla (vd. Per una storia di Rai tre).

Secondo un aneddoto Vittorio Bodini, ricevuta una stroncatura da un giornalista di Milano, prese il treno da Lecce e raggiunse sotto casa il recensore per schiaffeggiarlo e insultarlo, facendo anche tappa a Roma dove avvisò Caproni delle sue intenzioni.
Con la stessa forza e con lo stesso anticonformismo bisognerebbe festeggiare il centenario bodiniano: procedendo dal capoluogo salentino verso un’Europa che oggi vede l’Italia come il sud del continente.

Molto bene. Se facessimo una lezione anche a Urbino per ricordare (ma il verbo dice poco…) Bodini?

Condivido toto corde! Mentre faticosamente cerchiamo di far sì che la cultura pugliese venga avvertita come una componente paritaria del più ampio panorama italiano ed europeo, veniamo ricacciati in una prospettiva localistica che sa tanto di campanilismo (l’odiosa contrapposizione biunivoca e ridicola fra salentini e pugliesi), aggravato da una logica di promozione turistica che ormai sembra decisa più negli uffici della pro-loco che non fra i cultori delle Lettere (con tutto il rispetto per le pro-loco che talvolta svolgono attività molto meritorie). Bodini è stato il migliore dei nostri poeti del Novecento e per la conservazione della sua memoria molto dobbiamo ai nostri cugini leccesi che hanno con continuità nel tempo promosso convegni e iniziative editoriali, come quella attuale dell’ottimo prof. Giannone per i tipi di Besa. Ma non vorrei che la “salentinizzazione” di Bodini si ritorcesse contro quel poeta che negli anni Trenta aveva denunciato gli orizzonti strettissimi della sua città d’origine. Sarebbe invece il caso che tutti coloro che hanno a cuore Bodini non cadessero nella tentazione di divenire suoi “vestali”, con atteggiamenti che talvolta sconfinano nelle angustie di un protezionismo letterario-politico-editoriale.

Alda Merini scriveva che la casa della poesia non ha porte!
Forse, per aderire alle condivisibili riflessioni finora lette, potrei aggiungere che non è importante il ‘dove’ sia la casa del Poeta, ammesso che ne abbia una (di questi tempi…) ma che l’universalità della sua voce arrivi in ogni casa, in ogni dove.
(L’anagramma di dove non è forse il presente indicativo del verbo “vedere”?)

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