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SCRITTURA, EDUCAZIONE E LIBERTÀ

Posted on: 17/02/2014

  • In: riflessioni
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di Daniele Maria Pegorari

logo incrociGentili e meno gentili lettori del blog di «incroci»,

è forse opportuno ricordare che questo è un blog moderato, non nel senso politico del termine, ma nel suo senso tecnico e filosofico. Tecnicamente moderato, perché appartiene a quella categoria di blog in cui gli interventi (come avviene nelle ‘lettere al direttore’ della carta stampata), prima di essere pubblicati, vengono filtrati da un redattore, il quale non ha il mandato di giudicare i contenuti culturali o la pertinenza con l’argomento del forum o la qualità dell’articolazione concettuale, bensì quello di verificare se il commento risponde al galateo che si conviene a delle donne e a degli uomini di lettere. Filosoficamente moderato, perché, come ci ricorda Mario Perniola nello splendido saggio einaudiano Contro la comunicazione, è proprio del filosofo mettere da parte ogni aggressività, non limitarsi a riconoscere il diverso, ma riuscire a comprendere l’irriducibilmente differente. Con ogni evidenza, un lit-blog, un blog letterario come il nostro non può che essere un luogo in cui le opinioni sui fatti culturali si possono esprimere entro questi precisi limiti alla libertà.

Lo ripeto perché ci ho pensato per ore e non vorrei che qualcuno pensasse che io mi sia espresso in maniera imponderata: precisi-limiti-alla-libertà. Già qualche settimana fa abbiamo con tristezza dovuto escludere dalla pubblicazione un pezzo che attaccava la nostra rivista perché il suo autore male interpretava la locandina di una mostra da noi promossa, la retrospettiva di un artista prematuramente scomparso, sicché, anziché apprezzare l’omaggio che gli dedicavamo, venivamo chissà perché ingiuriati come esempio di incapacità di comprendere il genio artistico. Il motivo per cui ho chiesto di escludere quel pezzullo era che l’autore del commento non si firmava, il che mi pare davvero ingiusto, poiché questo comportamento determina una strana condizione di diseguaglianza che, comunque la si voglia leggere, cela l’insidia di un timore, anzi di un ‘terrore’ (questa volta proprio nel senso politico del termine): ha paura forse di qualcosa il nostro potenziale interlocutore, nel momento in cui non si firma, teme di essere giudicato, perseguitato dal presunto potere di qualcuno di noi? O forse dobbiamo temere noi, redattori di «incroci», nel momento in cui, pur essendo arcinote le nostre identità e offrendo da anni (qualcuno da decenni) il frutto delle nostre riflessioni con dovizia di articolazioni e con sforzo formale (magari non sempre riuscito), rischiamo di diventare bersagli inermi di aggressioni verbali pronunciate al riparo di questo passamontagna del XXI secolo che è l’anonimato web?

Il caso si è ripetuto, purtroppo, dopo il post di Salvatore Francesco Lattarulo su Bodini, allorché il nostro webmaster mi ha chiesto come comportarsi nei confronti di un commento molto velenoso che era in attesa di moderazione. Prima ancora di leggere il post ‘incriminato’, sono andato in fondo e ho notato che era anonimo, decidendo così di inviare al nostro redattore, la seguente risposta, interamente incentrata sul metodo e assolutamente indipendente da una valutazione dei contenuti culturali del pezzo.

“Chi non si firma non merita di essere pubblicato, indipendentemente dalla qualità delle sue osservazioni. Io (o Francesco o Lino o tu, se un giorno volessi intervenire) posso sbagliare o scrivere delle opinioni discutibili o provinciali o autoreferenziali, etc., però firmo! Dietro le mie parole c’è il mio nome completo, il mio cognome, il mio ruolo di codirettore, la mia professione universitaria (il che significa che posso subire anche rappresaglie di tipo istituzionale o giocarmi quanto di più serio ho costruito nella mia vita), c’è pure qualche mia fotografia rintracciabile con Google e comunque pubblicata nella mia pagina personale del sito universitario. Insomma ci metto la faccia, sono facilmente rintracciabili tutti i miei recapiti e se qualcuno mi vuole fare la pelle (metaforicamente e, perché escluderlo, anche fattualmente) trova in due secondi me e la mia famiglia. Ebbene, se qualcuno vuole interloquire con me, deve mettersi alla pari con me, deve farlo integralmente.

Non importa che solo una minoranza di blog attualmente impongano regole di trasparenza e buona educazione, mentre il web generalmente è il Bengodi degli anarchici della domenica e dei pirati da poltrona. Per le strade che attraversiamo abitualmente non esiste il divieto assoluto di sputare per terra, eppure sappiamo di non essere eleganti se veniamo colti nell’atto di farlo. Attraversiamo pure, allora, lo spazio rizomatico e post-reale del web, dobbiamo farlo, perché, ci piaccia o no, è lì che si è spostata gran parte della nostra vita reale. Abitiamolo, questo spazio, se riteniamo di doverlo conoscere, ma non rinunciamo a quella differenza che dev’essere propria della costituzione ideale della ‘repubblica delle lettere’.

La parità di condizione fra il critico e il criticato è un principio non negoziabile nel confronto culturale. Nelle riviste scientifiche se i referee sono anonimi, deve esserlo anche l’autore che si sottopone a giudizio, ma se il nome dell’autore è noto, dev’essere noto anche l’organigramma del comitato scientifico; lo stesso vale nelle procedure di abilitazione.

Chiunque voglia scrivere sul blog di «incroci» troverà le nostre porte spalancate, ma deve attenersi a queste elementari norme di buona educazione: deve rendersi ben individuabile, affinché io possa riconoscere la sua identità che è principio di differenza. È un problema di diritto, un problema di filosofia ed è un problema di buona educazione. Negli anni Settanta e Ottanta, ai bei tempi in cui non c’era il telefono cellulare, mia madre – che Dio l’abbia in gloria – rispondeva molto male a chi al telefono chiedeva di me o dei miei fratelli senza voler rivelare il proprio nome, magari celandosi dietro un molto omertoso «Sono un amico»… Mia madre era un’insegnante e dunque aveva la vocazione a insegnare la buona educazione a tempo pieno: niente nome? allora niente comunicazione con mio figlio. E giù la cornetta.

E, badi l’internauta, non si tratta di censura, perché noi non abbiamo alcun obbligo di tutela dell’opinione pubblica. Esistono milioni di luoghi in cui si può esprimere la propria opinione al giorno d’oggi. Una società democratica è tale perché garantisce che ci siano spazi per tutti, ma non è detto che in ogni spazio debbano esserci tutti. Per questo continuo con vigore a manifestare (sia pure solo a titolo personale e non come posizione della redazione) forti perplessità nei confronti di Facebook, in cui questi strumenti di filtraggio delle maniere d’espressione (come fatto di stile e come fatto etico) non sono possibili.

Come codirettore di «incroci» non ho il dovere di offrire un luogo in cui chiunque possa scrivere quello che vuole, sono invece interessato a mettere a disposizione il nostro spazio per riflessioni culturali a chi voglia farlo. Gli autori e i lettori di «incroci» devono essere custodi attenti e gelosi della differenza che trascorre fra chi e chiunque. Discutiamo di qualunque cosa, ma solo a viso scoperto. Presentare il web come uno strumento in sé democratico è fuorviante, lo ha scritto una volta per tutte Perniola e poi Eco e altri ancora.

Se ti firmi, cioè se assumi un’identità pari alla mia, il che forse ti indurrà a ponderare bene quello che scrivi e come lo scrivi, io ti prendo molto sul serio e parlo con te, come faccio da più di vent’anni in aula e nei dibattiti pubblici in cui mi cimento quasi settimanalmente. Se, invece, sei anonimo, io non ti censuro, semplicemente non ti faccio esistere, perché per me sei un fake, e ho deciso di condurre la mia resistenza contro il falso, l’anonimo, il torbido e l’indecente. La letteratura (l’estetica, secondo Perniola) è l’antidoto contro l’aggressività propria della comunicazione. Il blog di «incroci» vuole appartenere al campo della letteratura, non a quello della comunicazione web, pertanto abbiamo la facoltà di rilasciare il diritto di cittadinanza a chi vogliamo, ma non abuseremo del nostro diritto di ospitalità selettiva.

Qui siamo tutti molto democratici: il diritto di cittadinanza (e di parola) è rilasciato a tutti coloro che acquisiscono un’identità (che passano, cioè, dal chiunque al chi). Altrimenti io collaboro alla creazione di un dislivello di garanzie fra gli interlocutori, e questo è, a nostro parere, inaccettabile. È una questione di sicurezza.

Il web sta già facendo troppi danni alla società del nostro tempo perché il blog di «incroci» ci metta anche del suo. Pertanto, o «incroci» riuscirà a veicolare una discussione letteraria onesta e civile, oppure chiudiamo il blog perché non ci serve: esso non ha mai voluto essere una vetrina per la visibilità dei redattori di «incroci», ma nemmeno per il narcisismo aggressivo e incolto dei nostri lettori.”

Questa è stata, pressappoco, la mia risposta di metodo fornita al nostro redattore webmaster. Solo dopo ho letto il commento dell’aspirante interlocutore e ho trovato conferma ai miei timori, poiché alcune sue riflessioni, pur legittime, vi appaiono ‘condite’, in apertura e in chiusura, da disgustosi e del tutto gratuiti attacchi personali. Non ripeterò le allusioni di questo ‘mascherato’ così poco ‘cavaliere’, sia perché non voglio incorrere nell’errore di fare da cassa di risonanza di ciò che non ne merita affatto, sia perché vorremmo offrire all’autore l’opportunità di reinviarci le osservazioni contenute in quell’intervento, ripulite da ogni inutile insolenza e messe al servizio di un civile dibattito intorno alla cultura della nostra regione. Nessuno potrà, così, identificarlo come l’autore del commento cassato e la polemica sarà chiusa, ma a due condizioni: che si firmi, naturalmente, e che, in via del tutto privata, come si conviene fra galantuomini, mi scriva le sue scuse.

Basterà mezza riga: intelligenti pauca.

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