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Gian Luigi Beccaria, LE ORME DELLA PAROLA

Posted on: 21/03/2014

 da Incroci 28, sezione ‘Schede’

Gian Luigi Beccaria, LE ORME DELLA PAROLA         

Rizzoli, Milano 2013.


di Francesco Giuliani

 

Il Novecento italiano, da poco archiviato, è ancora materia fluida per i critici, com’è giusto che sia, un mare magnum che si presta a diverse interpretazioni e ad infiniti, e spesso suggestivi, percorsi di ricerca. Un esempio in tal senso ce lo offre, nel suo ultimo lavoro Gian Luigi Beccaria, uno studioso che non ha bisogno di troppe presentazioni. Classe 1936, piemontese, Beccaria è diventato noto al grande pubblico per la sua partecipazione al programma televisivo Parola mia, andato in onda negli anni Ottanta e poi nei primi anni del nuovo secolo. In quell’occasione, lo studioso rivelava, accanto alla sua rara competenza, un tratto affabile e cortese, che piaceva ai telespettatori. A un livello più alto, però, Beccaria ha firmato opere imprescindibili nell’ambito linguistico, e anche chi scrive ha da anni a portata di mano il Dizionario di linguistica da lui diretto, edito dall’Einaudi.

Ora più che mai è il tempo della raccolta e nel 2013 Beccaria ha già edito il volume Alti su di me, al quale ora si aggiunge quello di cui ci accingiamo a parlare, Le orme della parola, che, come l’altro, non nasconde le motivazioni personali poste alla base di certi studi, di certi percorsi di ricerca. Proprio da queste, nella premessa, parte l’autore, ricordando nomi come quello di Magris, Bàrberi Squarotti e Sanguineti. Il Novecento di Beccaria, in sostanza, è unito proprio dalla sua varietà, come si legge: «Comunque si siano intessuti i fili personali, poco contano però per la costruzione di un filo storico (o di  scuola) unitario che tenga insieme i diversi autori di cui parlo nel libro: dove, stilisticamente, prevale la difformità, la polarità tra i registri che hanno saputo dare vibrazione ora alle più trite parole (Sbarbaro, o Giudici), ora ai registri alti e ardimentosi, che svariano dall’enfasi barocca tutta sopra il rigo di un isolato Comi, alla vena affilata e brusca, con retorica sotto controllo, di un Meneghello o di un Caproni».

Il secolo breve offre esempi di scritture diverse, e Beccaria segue impeccabilmente le orme di queste parole, per riprendere il titolo del libro, mostrando una volta di più la limpida chiarezza della sua pagina critica e la completezza dello spettro dell’indagine. Una limpidezza, la sua, che da sempre è rara nel mondo delle lettere e che conferma come sia più difficile scrivere chiaro che oscuro.

Nei suoi saggi, possiamo individuare un percorso standard. Sin dall’inizio egli consegna al lettore il succo del discorso con assiomatica evidenza e senza compiacimento, dimostrando, poi, specie con i congeniali sondaggi linguistici, le sue affermazioni; ma a questo punto Beccaria non si accontenta del risultato, preferendo ritornare sul punto focale dell’indagine, con amplificazioni e ulteriori tasselli, che ribadiscono gli assunti. Il risultato è un senso di pienezza critica, l’impressione di un’analisi a tutto tondo, che spazia con sicurezza in vari ambiti.

Il volume, di oltre 300 pagine, è diviso in due sezioni, dedicate rispettivamente alla poesia e alla prosa. I 16 saggi complessivi, in gran parte editi, come viene ricordato nella nota finale, spaziano dai nomi di spicco a quelli meno noti, ma non meno rilevanti. C’è spazio, così, per Sbarbaro e Caproni, Primo Levi e Fenoglio, ad esempio, ma anche, come già anticipato, per Comi, al quale Beccaria dedica un impeccabile studio, mettendone in luce le caratteristiche peculiari, sulla scorta dell’edizione critica pubblicata a suo tempo da Valli. Un debito di conoscenza pagato proprio in apertura: «Sapevo poco di Girolamo Comi… è stato Donato Valli a farmelo riscoprire con la sua edizione critica. Mi è sembrato un caso talmente unico nel Novecento italiano che ho cominciato a leggerlo con attenzione…». Di qui, poi, inizia lo scandaglio sulle peculiarità dei versi di questo poeta dai rari richiami con la letteratura dei suoi tempi, dalla parola sempre alta e atemporale, dalle immagini in cui vibra lo spirito dell’universo.

Un nucleo tematico ragguardevole, nella prima sezione, è rappresentato dai due saggi sul dialetto in poesia, nei quali si sofferma sul paradosso rappresentato dal declino del vernacolo, da un lato, e dall’impetuoso fiorire di poesia dialettale, dall’altro. Quanto più si parla italiano, tanto più si scrive in dialetto, è stato notato a più riprese, e su questo tema senz’altro gravido di conseguenze l’Autore offre il suo contributo di chiarezza, passando in rassegna non pochi autori che si sono distinti in quest’ambito, da Nord a Sud.

L’ultimo saggio, poi, è dedicato a Claudio Magris, un nome ormai giunto anche al grande pubblico grazie alla prova d’Italiano degli esami di Stato di quest’anno. Beccaria era arrivato prima dei burocrati del ministero, spezzando una nuova lancia a favore di un autore che parlando dei luoghi sotto casa riesce a vedere meglio il mondo.

Un libro ricco, insomma, che spiega anche la differenza tra la poesia tradizionale e quella messa in musica dai cantautori come De Andrè. Tanto per non fare confusioni, nel rispetto di tutti. 

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