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Anna Ventura, Tu Quoque. Antologia

Posted on: 08/04/2014

anaventura copy

Anna Ventura,  Tu Quoque. Antologia (poesie 1978-2013)

EdiLet, Roma, 2013

di Antonio Sagredo


 

A una prima impressione della lettura delle poesie di Anna Ventura, non so perché associo tre pittori tra loro differenti in tantissimi tratti, eppure vincolati similarmente dal come trattano le cose e gli ambienti: l’olandese Vermeer, Utrillo e Morandi. Di certo ce ne sono altri di pittori che potrebbero riferirsi non tanto ai versi della Ventura, quanto al lindore del verso stesso, che è semplice, pulito  e questo si addice, anzi si appiccica alla domesticità, alla cameretta: non c’è bisogno di specchi per definire un tale pulitezza, anzi lo specchio ne uscirebbe sporcato a causa di tale lindezza, suo malgrado! Mi inquieta questo risparmio dei mezzi lessicali e stilistici, ma bisogna considerare che Anna Ventura si è formata in anni in cui le parole d’ordine oscillavano tra la Parola innamorata (dall’omonima antologia del 1978) alla «poesia degli oggetti», tra la scoperta del «privato» di una Patrizia Cavalli e il minimalismo ai suoi albori; la Ventura non vuole  rischiare che la sua poesia venga ad essere equivocata per un ritorno al privato o per una poesia dei luoghi familiari, si attiene alle cose, agli oggetti, agli spigoli degli oggetti, parte di lì. Non che i suoi strumenti stilistici siano minimi, molto spesso di indubbia qualità, è massima la sua attenzione al risparmio degli strumenti lessicali e stilistici, è questa la strada che percorrerà Anna Ventura dagli esordi alle poesie inedite di questi ultimi anni.

Il rischio di non volere o dovere avvertire la crisi di una certa visione delle cose poetiche, la spinge invece ad una osservazione e perlustrazione degli oggetti: a trarre una lezione dagli oggetti. Tutto è osservabile, ergo raccontabile; e osservando questo e quello e tant’altro ha l’illusione di incidere sulle cose. Una sorta di Biedermeier, in fin dei conti, da consumare nella poesia Tea Room, dove non a caso dice di «Mitteleuropa che duri»!

Non rischiano nulla i luoghi comuni di cui ci parla sono i nostri luoghi comuni, quelli della nostra civiltà del mondo deindustrializzato che va sotto il nomignolo di post-moderno, e questi luoghi comuni è pure la parola che li esprime! L’occhio è monocorde, direi mono-ottico, appare come occhio superiore, che osserva ma non è osservato.

Si dirà che se lo fosse avremmo una poesia con un altro pentagramma tonale, dove i suoi quadretti di quiete genererebbero sì, non altre immagini osservate, ma visioni indotte. Pure, questa poesia si oppone (come dice il prefatore nella sua umiltà), che irrita perché disarma, alla poesia della sua epoca (anni ’80 e ’90), e a quella dei nostri giorni,  infarcita di sperimentalismi linguistici: significati e significanti,  contenuti strozzati e forme usate e abusate senza senso. È la rivincita della poesia della provincia italiana.

La poesia della Ventura è in contro tendenza ma in linea di continuità con la tradizione della poesia italiana del Novecento, la sua non è mai una descrizione asettica, ma asettica è la epoché con cui sospende il giudizio sugli eventi poi che allude sempre a un non-detto, a un non-scritto, c’è una morigerata educazione parnassiana in quel nominare le cose con economia e riguardo, e terrà questo passo fino alle ultime poesie inedite… certo con strategia stilistica diversa, più attuale, ma resterà la povertà di parole che rispecchia fedelmente il vuoto degli oggetti, la loro insignificanza, per questo tanto più significativi; il non volere o dover pigiare troppo sulla parola, che la si vuole intatta e non deformata. I luoghi comuni non sono soltanto gli ambienti, le cose, le creature viventi e morte (nature morte e vive!), ma lo stesso modo di esprimersi in versi è comune, come per esempio nella poesia  La pagina bianca:

«seduta davanti alla finestra/della casa di campagna, la vista/aperta su un paesaggio/di colline innevate».

Tutta la poesia della Ventura ha questo tratto comune: sono bandite le visioni, qualsiasi lavoro sulla parola che attenti al suo significato da tutti accettato. La parola è questa e non altro: non altro non deve essere affatto! E poi il verso citato nella prefazione di Giorgio Linguaglossa «Le cose vogliono un grande silenzio prima di prendere la parola», si allontana dall’osservazione o descrizione che sia, per divenire riflessione, indotta di certo,  che lascia al lettore il compito di continuare per proprio conto. Intanto quel «prima di prendere la parola» è roba da tribunale; che «le cose vogliono un grande silenzio» è un Morandi azzittito, quando ogni oggetto del pittore è un urlo, non qualsiasi, ma ben circostanziato al suo mondo.

Ma il punto è nel verbo usato: «vogliono»; come se le cose debbano possedere di necessità una volontà, come nella poesia La parola alle cose:

Altissima sui sugheri,

cammino per le stanze.

È estate.

Sposto un calamaio pesante,

raddrizzo un fiore

nella polla d’acqua

di un vaso di cristallo.

In questi stessi spazi,

ampliati da un ordine chirurgico,

ieri,

uno sciame di vespe mi seguiva.

Oggi tocco la realtà e le cose:

angoli e superfici tonde,

la  lucentezza degli specchi,

la scarna ruvidezza del coccio,

la porcellana bianca

del bricchetto del latte,

il tegamino d’alluminio

dei tempi della guerra

– oro e rame alla patria-. Ora

mi pare di capire

perché Morandi dipingeva da recluso,

trincerato oltre una fila

lunghissima di stanze: le cose

vogliono un grande silenzio

prima di prendere la parola. 

 

Ma sicuramente è questa la poetica della Ventura: fermarsi un attimo in silenzio prima che le cose inizino a parlare, dire ciò che si deve dire nel modo più semplice e naturale possibile, come per esempio nella poesia  Le statue, il penultimo verso: «aveva trovato il coraggio di partire», lo può dire chiunque senza che faccia affatto poesia, è una locuzione della lingua naturale.

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