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VINCENZO LEOTTA, LA COGNIZIONE ELEMENTARE

Posted on: 31/07/2014

VINCENZO LEOTTA, LA COGNIZIONE ELEMENTARE

Interlinea Edizioni, Novara 2013

 

di Maria Rosaria Cesareo

 

Circa cinquanta testi inediti, fusi e in aggiunta per ragioni di omogeneità tematica e stilistica ad altri già pubblicati e nel complesso risalenti agli anni ’70, danno corpo a La Cognizione elementare della novarese Interlinea edizioni, quinta ed ultima raccolta in versi del poeta e saggista siciliano Vincenzo Leotta.

La silloge, che reca un’attenta e acuta presentazione di Giovanna Ioli (dantista, esperta montaliana, raffinata studiosa di letteratura) si articola in due sezioni: Le parole da noi tradite, Paesaggi e immagini care.

Nella prima sezione, che si apre con un “Elogio delle parole”, Leotta rivendica la sacralità del verso senza mai tradire le parole: parole d’essenza, parole dell’anima, scevre da ogni futile ornamento come del resto tutta la poetica del Leotta che, quasi in una sfida col tempo, annulla le cronologie e stravolge le successioni mettendo insieme e ricomponendo – in questa raccolta – i versi del suo esordio poetico (Le parole da noi tradite, Rebellato, Padova 1978). «Le parole a sfiorarle / sono di una malizia / astuta dove tutta / è la loro avvenenza […] hanno varia / andatura, conforme alla loro natura / inquieta […] trascorrono / umilmente dall’uno / all’altro polo, mai si negano a qualcuno […] hanno origine / oscura, oscura fine […] se vecchie  e ormai in disuso, / trovi sempre un illuso / che le riporta in vita» (Elogio delle parole).

Sebbene affascinato dalla – pure eccessiva – abbondanza di parole che affolla e intasa il vocabolario umano, il poeta non si sottrae al gioco di ripescarle, reinventarle e «lavorarle ad arte col bulino» (Il giocoliere) evidenziando un sottile amaro riferimento all’incomunicabilità di cui è affetto il genere umano: «Oggi, del resto, il risultato è quello / di prima che si conoscesse l’uso  / delle corde vocali / se per farsi ascoltare / non c’è che il silenzio» (Difetto di comunicazione).

Poeta di ascendenza classica, Leotta, “sentimentale” ma non “ingenuo” (sottolinea la Ioli evocando Schiller), distante dalle teorie razionaliste, fedele all’istinto, alla verità interiore, pronto a connettersi con se stesso fino alla sublimazione dell’anemos, parola immortale nel linguaggio religioso, evocativa in quello poetico, tanto cara ai greci da tradurla in “aria, vento”, riferito al soffio vitale che Dio imprime all’uomo conferendogli quel principio di coscienza e conoscenza in virtù del quale ogni essere umano vive ed agisce: la cognizione elementare. Leotta rimarca il concetto ricorrendo ad un breve ma incisivo passo del Codice Trivulziano leonardesco che colloca simbolicamente come incipit della prima sezione : Ogni nostra cognizione prencipia da’ sentimenti.

E non fatica l’autore di fronte all’eterno quesito (Pascal) di propendere per l’istinto o per la razionalità, se è meglio agire affidandosi alla ragione o al sentimento; egli si schiera apertamente con quest’ultimo a favore della tesi che può esserci una ratio propria all’istinto e che mente e cuore (esprit de géometrié ed esprit de finesse) non sono inconciliabili, ma complementari e interagenti.

A cinque anni di distanza da Il roveto ardente, ritroviamo ancora una volta il tema della spiritualità, tema imprescindibile in quasi tutta la poetica leottiana, così come costante, spasmodica e dinamica risulta la ricerca di Dio per il cui tramite Leotta “risolve” la sua esigenza espressiva. Non mancano accenti di poetica sociale (In epoca di crisi, Il nemico, La scuola del sospetto) e riflessioni “filosofiche” a cui l’autore si lascia andare quando affronta argomenti di portata universale come le sofferenze che popolano l’umana esistenza, la guerra, la giustizia: «La storia / è scritta dai vincitori, talvolta /anche dai vinti, mai /da chi non si cimenta nella lotta» (Stallo).

Scandita da quotidiani, domestici vissuti è la seconda sezione: Paesaggi e immagini care in cui l’autore si confronta con la natura, col tempo, con l’eternità sul senso dell’essere, sulla morte: «È questo il regno / delle ombre eterne, dell’eterno / sottrarsi all’esistenza e nulla accade / che lasci il segno: l’onda / cancella le orme di chi fa la storia» (Dove il sole si nega).

Particolarmente intensa la misura descrittiva con cui – con ricercato linguaggio – Leotta raffigura gesti e circostanze, comportamenti e particolari stati d’animo degli affetti che animano il suo scenario intimo e privato: figure e momenti che si alternano nella memoria circolare e danno corpo e colore allo scorrere del tempo in un gioco delicato che scivola su un metro di semplicità solo apparente, tale da risultare alla portata di tutti, dosando e usando oggetti e soggetti attraverso il vocabolario della quotidianità condivisa: «Emergemmo insieme, tu e io congiunti / rinascemmo ai primi albori del giorno / e, dopo tanto tempo, amarci / fu la sostanza stessa della vita». (Emergemmo insieme).

Il verso procede per vie sintetiche, travestendosi – a volte – da epigramma, ma sempre discorsivo, accattivante, talvolta arrampicato verso il lirismo, ma per una svolta conclusiva, una battuta che taglia ogni possibile adesione al lirismo tradizionale: «I fili che annodavano il profilo / mutevole degli anni tuoi al mio / vagabondare, si sciolgono in modo / naturale e le impronte non rispondono / più. […] Forse a me, alla prova decisiva, / il coraggio verrà meno». (Assistendo mia madre malata).

E “la prova decisiva”, la morte, è il tema ricorrente della parte conclusiva della silloge. Più di un titolo le dedica Leotta (La partenza, L’arcobaleno, Guàrdati allo specchio, Una notte del ’78), con intuibili riferimenti già nel testo L’ascensore: «L’ombra nera / di un altro spazio, un altro luogo angusto / senza qualcuno che ripari il guasto, / il congegno più si rimetta in moto»; e ancora in Prima della fine: «Che dirti di me? Conosci, certo, / la mia attesa di un evento / che mi riporti all’inizio o alla fine / – tanto è lo stesso – dell’altalena».

Il senso della morte per comprendere la vita, l’incertezza e la provvisorietà dell’essere umano. Ecco come per decodificare la realtà, cogliere l’impossibilità a giungere ai fondamenti dell’esistenza umana, arrivare a decifrarne i temi e gli elementi essenziali non basti l’esprit de geomètrie, ma è necessario il cuore, nulla di romantico o irrazionale, ma il cuore inteso come fulcro per cogliere il senso stesso dell’interiorità dell’uomo. 

L’aldilà

Io m’immagino così l’aldilà,

un mondo vergine ancora

da dissodare, dove

non con astuzie e raggiri

ma secondo la direzione

degli occhi durante la vita

ogni uomo riceve la sua fetta

di terra o di cielo, e s’acquieta.

 

Perdonatemi, se non posso dire

più e meglio di così

ma credo che la misura

sia adeguata all’ampiezza del cuore.

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