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Aldo Calò Gabrieli, CIÒ CHE RESTA

Posted on: 22/08/2014

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Aldo Calò Gabrieli, CIÒ CHE RESTA

FaLvision, Bari 2012.

 

 

di Daniele Maria Pegorari

 

Ancorché non sia il libro d’esordio (il ventiseienne autore barese aveva, infatti, già pubblicato altri due libri per le edizioni Wip, nel 2006 e nel 2008), Ciò che resta ha tutti i caratteri della raccolta ordinatrice di un mondo interiore giovanile e della dizione strenuamente cercata per esprimerlo compiutamente, all’atto di prendere congedo dalla ‘prima’ e dalla ‘seconda’ adolescenza. Di quel mondo Calò Gabrieli cerca, infatti, di mettere a sintesi tutte le forme attraverso le quali durante la sua crescita e le sue esperienze formative (il teatro, praticato come attore e come organizzatore, poi gli studi filosofici egregiamente compiuti nell’Università della sua città) ha dato corpo e comunicabilità ai suoi fantasmi e alle sue volizioni, a partire dai disegni che accompagnano i testi e la cui più lontana origine è forse già nella propensione infantile per i fumetti, di cui, certo non a caso, si scorge una traccia nei versi incipitari di questo libro: «Vedo chiuso nell’angolo / un fanciullo ora in castigo […] / Stanco del reale, disegna eroi» (p. 13).

E poi c’è la consuetudine con le performance in cui la voce si accompagna alla musica, ed ecco che, allora, il libro ‘di carta’ non basta più e deve cercare una virtuosa integrazione con un cd contenente animazioni grafiche e musiche originali, composte ed eseguite dal Maestro fagottista Riccardo Rinaldi, dal polistrumentista Claudio Ciaccioli e dal tastierista Andrea Casale, appositamente concepite per accompagnare la lettura dei testi: dunque non si tratta di un audiolibro (che renderebbe forse superfluo il libro), ma di un sussidio che può rendere ogni ‘sessione’ di lettura domestica un’esperienza unica e transmediale (il che motiva più di ogni altra cosa questa segnalazione ai lettori di «incroci», sempre così curiosi nei confronti delle contaminazioni fra linguaggi diversi).

Di quella sorta di bilancio esistenziale di cui si diceva in principio, il giovane poeta non nasconde nulla, ma anzi bada bene a ‘scolpire’ ogni momento del suo diario intimo, chiudendo ciascun testo con il luogo e la data di composizione (lungo un arco di tempo che va dal 2008 al 2010), dimostrando una preoccupazione che sembra dettata in primis dal desiderio di tenere sotto controllo il diagramma delle proprie altalenanti emozioni e solo dopo dal desiderio di tenere informato il lettore. A volte, ad esempio, prevale l’esclamazione un tantino rétro («O me infelice», p. 14; «Ora sì che è disincanto!», pp. 20-21), altre volte la sentenziosità da aforisma ([…] «la vera prigionia / è il non essere liberi di amare», p. 15; «Perdersi nel presente / intralcia la nostalgia di ieri», p. 23), altre volte ancora l’esibizione di un certo sostrato di studi («L’istinto codardo rende celibe / e trascurata la Ratio, che / l’uomo spesso distacca dalla esercitata / furia del piccolo Eros», p. 20), oppure più sottili epifanie misteriose e simboliche (e sono le situazioni a mio avviso più foriere di risultati e futuri sviluppi, come in questi due versi: «Danza intanto una farfalla, / gioconda sulle sponde del sale…», p. 16). Il tratto che prevale su tutti e conferisce una certa coerenza a questi frammenti dell’anima riguarda il piano stilistico e mi pare di poterlo identificare in una netta predilezione per le forme altisonanti, ora confusamente barocche ora nitidamente classiche, forse per un tentativo di dare nobiltà o quanto meno accettabilità ai frantumi di una giovinezza dolente, ciò che resta, appunto, di un tempo che si avverte mal speso o traumatico e che il poeta vorrebbe riscattare almeno attraverso l’altezza dei versi e la loro musica naturale. L’intera seconda sezione del libro, “Scrittoio”, funziona addiritura come ampia dichiarazione di poetica nella direzione ora descritta, a partire da questi versi della sua prima poesia: «Quel che il tempo toglie / lo si tenta, da parte mia, di rinnovare / con strofe e accenti» (p. 29).

Il rischio che Calò Gabrieli corre è, invero, quello di apparire freddo, cerebrale, incline a un falsetto ben confezionato e accademico, ma così non è: il giovane autore è alla ricerca della sua vena più autentica e della sua cifra stilistica più personale e di certo si potrà giovare di una frequentazione maggiore con la migliore lirica di fine Novecento e contemporanea. Al momento gli accenti più consentanei li trova forse nelle metafore drammaturgiche («Nevrosi da scrittoio se non da palco», p. 44; «non sarà così sempre strutturato / di risate il varietà di un uomo», p. 47; «È il restare il mio nello spettacolo? // Mi inchino sul palco per fare miei / gli applausi», p. 51), quelle che riguardano la sempre ritornante questione del conflitto fra realtà e finzione e, soprattutto, fra illusione e menzogna. Da questo vasto complesso allegorico il poeta cava fuori le immagini più ricche per dire il suo disagio ed è naturale che rimanga impigliata nella sua rete qualche tentazione declamatoria.

Ciò non gli impedisce mai, però, di scrivere autentiche pagine di passione, a testimonianza perenne che la poesia serve, ab origine, ‘per dire d’amore’.

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