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FRESCHI DI STAMPA/ a cura di Antonio Lillo

Posted on: 17/10/2014

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di Antonio Lillo

 

GATTOMERLINO EDIZIONI E FONDAZIONE BRODSKIJ

 

Le edizioni Gattomerlino sono già da alcuni anni una bella realtà. Casa editrice “di nicchia” fondata a Roma nel 2010 e tesa alla scoperta e promozione di giovani autori del panorama italiano e internazionale, con un occhio particolare all’Europa dell’est. Questo interessamento si è concretizzato l’estate scorsa nell’adesione al progetto di pubblicazione in Italia dei poeti della Fondazione Brodskij: infatti, attraverso l’istituzione di un canale privilegiato, la Gattomerlino pubblicherà nelle sue collane buona parte dei borsisti della Fondazione, traducendoli per la prima volta in italiano, in un prolifico scambio culturale già auspicato dal poeta Brodskij nei suoi ultimi mesi di vita.

A conferma di tale impegno e dell’attenzione della fondatrice Piera Mattei verso i nuovi esponenti della poesia europea, segnaliamo qui tre libri editi dalla Gattomerlino.

 

Kalju Kruusa, LA QUINTA RUOTA DI SCORTA, Gattomerlino, Roma 2012

 

Una forte aderenza alla realtà contraddistingue l’opera di Kalju Kruusa, ottimo poeta estone, poco conosciuto in Italia. Aderenza declinata in chiave di ricerca filosofica, come osservazione del mondo, del suo continuo mutare, per coglierne in parte le leggi che lo regolano o, volendo citare lo stesso poeta, «capire qualcosa d’importante». Scene di vita minuta, ricordi, particolari in-significanti. La sua poesia li esprime in un dettato piano, prosastico, di sapore sapienziale, tipica di molta poesia dell’est Europa. Al centro di tutto spesso ritorna l’Estonia, terra talmente piccola sulle carte geografiche da non avere più confini nell’immaginario: «sulla mappa/ del mio atlante/ stampato in germania/ la minuscola estonia/ rimane/ esattamente/ al centro/ al punto dove la carta geografica/ si piega così che/ il paese non si vede». Ma quello che davvero interessa non è tanto la rivendicazione di un ruolo quanto la sua comprensione, non il ritmo del verso ma la sua chiarezza, la pulizia, l’assoluta luminosità dell’idea. A completare il quadro di questa ricerca ci sono uno sguardo fortemente ironico e la notevole cultura poetica di Kruusa, derivata dalla sua lunga attività di traduttore, attraverso cui, con una facilità all’apparenza estrema, può sollevare le scene di vita famigliare a metafore dell’universo. Notevoli e colte le citazioni rintracciabili nei suoi testi, da Montale alla poesia giapponese. Kruusa cita a piene mani e senza vergogna, con lo stesso spirito di un amanuense: il segno del tempo infonderà nobiltà al testo. La quinta ruota di scorta è dunque la bella scoperta di una poesia giovane, fiera, onesta, che ha molte cose da dire ma senza mai mostrare i denti, l’aggressività tipica di chi deve dimostrare qualcosa, proprio perché cosciente del suo reale valore.

 

Pietro Roversi, VAMOSAVER, Gattomerlino, Roma 2014

 

Vamosaver, come già indica il gioco di parole del titolo, è un libro che nasce dal confronto con l’alterità, specificatamente linguistica, che il suo autore, ricercatore scientifico, si ritrova ad affrontare nei suoi viaggi di lavoro in Europa. Dalle suggestioni derivate dall’incontro/scontro dell’italiano con altre lingue vengono fuori i versi ritmici e fortemente musicali di Roversi: sono poesie spesso giocate su accenti, allitterazioni e assonanze, applicati a testi perlopiù ironici, leggeri, carichi dell’entusiasmo tipico di chi si stia avventurando per nuovi percorsi, e che paradossalmente hanno esiti di stampo primonovecentesco, ben ravvisabile in versi come: «Colleziona/ cicche false, pontifica, si contraddice,/ mi cita sant’Ignazio non Galileo,/ (come dire, preferire/ allo spazio un matroneo), vanta/ en passant grandi scopate/ e non s’avvede che mente/ giustificando il cosmo/ col ruolo dell’uomo. Fa l’anta/ sopraffino, mi lascia/ il suo telefonino “Chiama te”» a continua dimostrazione che il postulato di Lavoisier è applicabile, sempre, anche alla poesia. Sono tre le sezioni del libro: la prima dedicata a ritratti di persone sole «per via della scienza o per la mancanza di scienza nella loro vita»; la seconda sul conflitto fra chiarezza e oscurità della lingua a contatto con altri idiomi; la terza che innesta nei propri versi frammenti e suggestioni del poeta palermitano Giuseppe Caracausi, in funzione di «bersaglio e sorgente» degli stessi. Da intendersi, a suo modo, come un piccolo saggio sperimentale sulle possibilità della nostra lingua spinta oltre i propri limiti e confini.

 

Giancarlo Stoccoro, IL NEGOZIO DEGLI AFFETTI, Gattomerlino, Roma 2014

 

Giancarlo Stoccoro, medico psichiatra, si dimostra in questo volumetto anche poeta di buone letture e di notevole esperienza. Il verso sicuro, privo di asperità, di impianto evidentemente classico disegna un piccolo canzoniere dai sapori crepuscolari: «Mutando i giorni senza pace/ non resta che piegarsi al tempo/ muovere incessantemente la bocca/ come fanno i pesci che non hanno/ mai parlato fuori dall’acquario». Il tutto è indirizzato a un tu che difficilmente non si può identificare col poeta stesso, tanto da porre la raccolta nel topos della ricerca di sé attraverso la parola, in un lungo e intimo dialogo-monologo pieno di dubbi che soffiano leggeri fra i versi, silenzi meditati, soluzioni incerte. Temi anch’essi classici: la memoria e il tempo con le sue «radici lunghissime», la stasi e il movimento, inteso come fuga, la prossimità e la distanza, l’anelito alla salvezza: «Trova forse luogo privilegiato il silenzio che vince il bisogno e accoglie il profumo dei fiori, il sapore aspro dei frutti ancora acerbi prima di vedere la terra salire, rumorosissima, verso l’alto». Un libro, insomma, che non offre particolari novità sul piano formale, ma rimane assai gradevole da leggere proprio grazie suo continuo rispetto per la regola e per la parola intesa come chiave di comprensione del reale, per la perfetta cesellatura del verso e per il calore umano trasfusovi.

 

 

 

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