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A PROPOSITO DI POST-DIGITAL PRINT

Posted on: 27/10/2014

Alessandro Ludovico, Post-digital print. La mutazione dell’editoria dal 1894

CaratteriMobili, Bari 2014

 

 

di Daniele Maria Pegorari

 

Dopo un’edizione olandese nel 2012, è da poco uscito in Italia per Caratterimobili Post-digital print. La mutazione dell’editoria dal 1894, un libro di circa duecentocinquanta pagine scritto da Alessandro Ludovico, studioso dei media formatosi nei centri di ricerca di Rotterdam e Cambridge. Se letto a confronto col pur recente Libro di Gian Arturo Ferrari (Bollati Boringhieri, Torino 2014), questo nuovo contributo al dibattito sul presente e sul futuro dei linguaggi e delle tecnologie editoriali rivela grande originalità e complementarità rispetto al saggio del presidente del Centro per il libro e la lettura; quanto quest’ultimo pare storicisticamente orientato a dimostrare la continuità fra il libro elettronico e le precedenti fasi della scrittura, della conservazione e della distribuzione della cultura testuale, quasi giustificando idealisticamente l’ineluttabilità della transizione verso la cultura immateriale, tanto il fondatore di «Neural» e del network elettronico Mag.net redige, sì, una storia dell’editoria dei secoli XX e XXI, ma consegnandoci un disegno molto più inquieto e conflittuale, fatto di precoci profezie circa la morte della carta (addirittura già nel 1894, col racconto francese La fin des livres di Octave Uzanne e Albert Robida) e di clamorose smentite determinate da più fattori che concorrono alla resistenza della carta, a cominciare dalla consuetudine millenaria con la lettura e la conservazione di supporti fisici (cosa che non si può dire delle modifiche dei media audio-video, a cui spesso pretestuosamente vengono associate le rivoluzioni tecnologiche che stanno interessando il libro), per passare alla radicata convinzione che la stabilità del testo sia direttamente proporzionale alla sua affidabilità, per concludere con l’attribuzione alla stampa di un valore rivoluzionario (in senso politico e in senso contro-culturale) che le deriverebbe da una lunga tradizione e che non evaporerebbe nemmeno di fronte alla capacità della rete di creare grandi e veloci movimenti di massa (cfr. cap. i, pp. 20-43).

Facendo scoprire al lettore the dark side dell’universo editoriale, quello della galassia cyberpunk, delle transavanguardie, dei nerd e soprattutto delle numerose esperienze di riviste e sodalizi underground fioriti nel mondo industrializzato dell’ultimo trentennio (cfr. cap. ii, pp. 44-75), l’autore offre un’altra versione delle spinte che muovono le trasformazioni attualmente in corso, meno trionfale di quella raccontata dai futurologi, ma nondimeno convinta della resa delle funzioni editoriali e autoriali di fronte all’avanzata del web, che parrebbe realizzare una sorta di città utopica in cui i contenuti sono infinitamente condivisi e in continua espansione (capp. iii-iv, pp. 76-169).

Non si può non concordare con Ludovico circa l’orizzonte di inestricabilità fra edizione cartacea ed edizione elettronica e, ancor più, fra staticità della lettura e globalità della comunicazione (cfr. cap. vi, pp. 200-218): e concedo che l’originalità della trattazione, che a volte fa dimenticare al lettore l’argomento centrale – quello enunciato didascalicamente nel sottotitolo –, sposta il dibattito sul futuro del libro in territori inusuali per il lettore italiano. Tuttavia ci sono almeno un paio di passaggi che lasciano perplessi.

Primo: dovrà pur venire il giorno in cui i massmediologi (com’è accaduto ai filosofi, ai critici letterari, ai glottologi, agli economisti, agli psicanalisti, ai medici, ai fisici nucleari e persino ai teologi) prendano il coraggio a quattro mani e valutino l’opportunità di elaborare modelli interpretativi correttivi rispetto alle ipotesi che parecchi decenni prima aveva elaborato il fondatore della loro disciplina, altrimenti il maestro si trasforma in un guru e questo non è sano per il dibattito scientifico. Possibile che non si possa evitare di esprimere accordo con McLuhan ogni cinque pagine, neanche quando di costui si ricorda l’assunto secondo il quale il libro non sarebbe «più adeguato a questa nuova era della velocità e dell’elettricità» (p. 33)? Eppure questa sarebbe stata un’occasione molto ghiotta per uscire dai luoghi comuni e dirsi, una buona volta, che l’unica «velocità» che – ahimé – abbiamo conosciuto è quella che riguarda il flusso delle informazioni, ma a questo non ha corrisposto né una crescita dell’esperienza individuale (al contrario: gli individui si sono disabituati allo ‘spostamento’ come conoscenza del nuovo), né uno sviluppo delle competenze linguistiche (al contrario: tutti gli studi documentano una restrizione dei domini verbali e della capacità di comprensione di testi scritti e orali), né un’emancipazione civile globale (al contrario: in Italia inventiamo nuove forme di mafia, anziché rovesciarle, e in Iran hanno appena impiccato una donna che si era difesa dal suo stupratore), né un aumento delle relazioni col diverso (al contrario: all’immobilità della bedroom generation ha corrisposto perfettamente una crescita delle intolleranze e dell’aggressività), né una produzione di senso critico (al contrario: vengono favorite le produzioni di contenuti linguistici non verificati e placidamente creduti). La nostra, allora, non è l’epoca della velocità, bensì quella della superficialità e dell’inesperienza: in tal senso il libro, inteso come testo strutturato, concluso e statico, è, sì, ‘fuori gioco’, ma proprio per questo andrebbe difeso come un valore autenticamente rivoluzionario.

Secondo: Ludovico ricorda la provocazione multimediale dello scrittore di fantascienza William Gibson che nel 1992 produsse «una costosa edizione limitata» del suo poema Agrippa, costituita da un floppy e da un libro, entrambi contenenti l’intero testo. Il software con cui era stato «disegnato» il dischetto aveva la caratteristica sorprendente di far sparire definitivamente le pagine una volta girate «sullo schermo tramite il click del mouse»; ma anche «il libro stampato era trattato con sostanze chimiche fotosensibili, in modo che le parole e le immagini si sarebbero scolorite» gradualmente fino a cancellarsi del tutto. Secondo il nostro autore «questo lavoro può essere interpretato anche come una riflessione sulla nostra fede nella carta» (pp. 70-71), mentre io credo che esso apra tutta un’altra questione.

La curiosa produzione artistica non dice che la scrittura è deperibile e virtuale, dice che ciò può essere previsto, voluto o almeno accettato dall’autore: ma è solo un paradosso egoistico, provocatorio e anche allusivo a un comportamento autoritario. Infatti a rimanere privo del libro, alla fine, è solo il malcapitato lettore, mentre l’autore è, prevedibilmente, sempre in possesso del suo originale.

Ciò accade sistematicamente nell’odierno sistema web: le informazioni sono volatili e perennemente in movimento, la stessa impressionante sitografia menzionata nel libro di Ludovico potrebbe non essere più attualmente consultabile e verificabile dai successivi lettori (vanificando uno dei principi fondamentali della ricerca scientifica: la sua ripetibilità) e questo è a tutto discapito del destinatario, mentre il produttore (autore ed editore), ammesso che sia a conoscenza di un’informazione e non se la sia inventata di sana pianta, può decidere di condividerla o di occultarla. Proprio come ogni editore può decidere da un istante all’altro di rendere illeggibile un libro elettronico che abbiamo regolarmente acquistato e scaricato sul nostro tablet o e-reader. È già successo – parola di Ludovico (pp. 125-128) – e non c’è salvataggio sul cloud che tenga.

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2 Risposte to "A PROPOSITO DI POST-DIGITAL PRINT"

Raramente capita di avere analisi attente dei propri testi, e questa è una di quelle fortunate volte, per cui vorrei ringraziare l’autore per il suo lungo testo. Vorrei fare una serie di precisazioni: “che le deriverebbe da una lunga tradizione e che non evaporerebbe nemmeno di fronte alla capacità della rete di creare grandi e veloci movimenti di massa”, in realtà cerco di sostenere che questa capacità dovrebbe essere integrata nell’uso contemporaneo nella stampa, ripensandola come medium con nuove possibilità (appunto in connubio con le reti) rispetto a quelle tradizionali; “che parrebbe realizzare una sorta di città utopica in cui i contenuti sono infinitamente condivisi e in continua espansione” non esattamente, per certi ambiti l’infinita condivisione può essere positiva (aiuta la conservazione di medium digitali), ma d’altra parte resta effimera se non viene letta, consumata, preservata e resa accessibile e reperibile, il che accade in un’amplissima casistica, quindi non proprio utopica, ma in evoluzione con un grosso potenziale nell’orizzontalità della condivisione. Mi perdoni, poi, ma il termine “transavanguardie” riporta ad un movimento artistico specifico (la transavanguardia), nato in Italia e su cui sono calati nel tempo notevoli sospetti sulla sua reale consistenza culturale (invece che fare da sponda a speculazioni economiche). Nel libro si citano avanguardie storiche dell’arte e quelle che a tutti gli effetti sono state avanguardie artistiche nei decenni successivi. Quello che scherzosamente potremmo definire come complesso di Edipo dei mass-mediologi nei confronti di McLuhan è in realtà, per quanto mi riguarda, un omaggio mirato ad intuizioni folgoranti che possono essere sorprendentemente applicate nella contemporaneità. Il che non significa celebrare in toto il lavoro di McLuhan, che per gran parte dev’essere inquadrato nel suo proprio periodo storico per non sembrare antiquato o fuori luogo. La questione specifica della velocità, non è, nemmeno questa, usata in senso celebrativo, ma come dato di partenza. Le attuali generazioni native delle tecnologie a volte parlano con un senso che richiama i futurologi degli anni cinquanta e sessanta. E la attuale velocità di distribuzione dell’informazione è qualcosa da cui non si può prescindere. Ma nella mia analisi cerco di delineare e spingere la presa di coscienza di una contrapposizione fra i giganti del web che sguazzano nello sfruttare come un invisibile giogo questa velocità e le reti mediatiche e non che si potrebbero creare a partire da singoli individui, in cui la velocità viene usata a proprio vantaggio. C’è un’amplissima letteratura sulle notevoli ricadute sociali di approcci paritari (peer-to-peer) ai vari settori dell’esistenza e della società, sfruttando le reti per rendere eccellenti tali progetti. Vorrei garbatamente dissentire anche sull’analisi del libro di Gibson. É ovviamente provocatorio, e infatti è pensato come un’opera d’arte, una performance, non come un classico testo (non per niente è in edizione limitata) e quindi in tal direzione andrebbe analizzato. L’arte ci dovrebbe servire per riflettere, dando uno strattone alle nostre certezze, e infatti è proprio quello che Gibson fa, magistralmente, vanificando tecnicamente quella che ultimamente ho cercato di definire come la “validazione” della stampa. Un’ultima nota sulla sitografia. Il dibattito accademico in corso è acceso a tal proposito, ed è troppo ampio per essere trattato in poche righe, ma nel mio caso specifico ho preferito dare spazio a informazioni che non erano rappresentate sulla carta stampata pur essendo molto rilevanti. Conservo i file dei diversi documenti (e online ci sono sistemi che ne garantiscono, almeno per una parte la reperibilità anche se dovessero essere cancellati), ma ironicamente è proprio quello che Cramer sottolinea alla fine della postfazione, invitando a “completare” il libro “con le proprie successive scoperte”, cominciando a condividere il libro (cosa che nella versione inglese è stata fatta ben 15 giorni prima della pubblicazione). Ma anche qui il discorso è complesso, web e stampa sono media profondamente diversi e quindi vanno appropriatamente analizzati ciascuno per sè.

Caro Ludovico, la ringrazio di aver così rapidamente letto la mia recensione. In verità ci sarebbero molti punti del suo libro che non sono riuscito a toccare nella corta misura di un post e forse su una rivista avrei potuto discuterne molto più diffusamente: tuttavia, data l’urgenza dei temi da lei affrontati, ho pensato che il blog di “incroci” fosse lo spazio giusto. Mi limito qui a dire alcune cose, allora, solo in risposta alle sue obiezioni.
Ha fatto benissimo a sottolineare l’improprietà del termine “transavanguardie” da me adoperato, in quanto utilizzando questo termine ho corso il rischio di ingenerare confusioni: ma non è un caso che io l’abbia scritto al plurale (mentre lei poi lo riprende al singolare), poiché consapevolmente (ma non meno rischiosamente, lo ammetto) ho usato il termine in maniera traslata e senza riferimento a una singola corrente. Mi riferivo alla natura dell’epigonismo/manierismo (così, allora, lo definirei con maggiore precisione di giudizio, oltre che di storicizzazione) proprio delle avanguardie degli anni Ottanta, caratterizzate dalla contaminazione di più modelli sperimentali già praticati nei decenni passati. Comunque ha fatto bene a puntualizzare: qualora dovessi ripubblicare il mio post, correggerei quel termine per evitare l’equivoco.
Quanto all’opera artistica di Gibson, concordo pure con lei che riflettere sui significati dell’arte (letteraria nel mio caso), sia lo scopo cui tende ogni artista, tant’è che io ne ho fatto il mio mestiere. Nel caso in ispecie, un libro che si autocancella (come il suo corrispondente floppy) “mi fa pensare” non alla labilità della stampa in sé, bensì alla vulnerabilità del reale e al potenziale killeraggio della realtà di cui è capace la tecnologia digitale.
Infine, da filologo, mi permetta di tornare sulla questione delle fonti, che ovviamente non riguarda il suo libro in ispecie (non dubito affatto dell’onestà del suo utilizzo dei materiali web e se avessi considerato il suo libro meno che serio, non gli avrei assolutamente dedicato il mio tempo). Ne faccio una questione di riflessione epistemologica generale: guai se facessimo passare l’idea che l’autore di un’argomentazione possa costituirsi anche come conservatore dei documenti che gli sono serviti per elaborare il suo discorso. Questo ci costringerebbe a mettere in conto che i documenti posseduti da questo soggetto possano anche essere stati inventati o manipolati per calzare a pennello alla tesi che viene elaborata. La statuto scientifico di una bibliografia o di un qualunque elenco di fonti consiste nella sua terzietà.
Se io citassi una velina della questura e fossi in grado di indicare ai miei lettori la sua presenza presso un Archivio di Stato, ciò mi consentirebbe di offrire un contributo alla conoscenza della realtà: ma se io citassi un documento dal web, dicendo “non preoccupatevi se fra un anno o cinquant’anni l’indirizzo URL da me segnalato non è più attivo, perché tanto io ho conservato copie di quei documenti digitali e potrei esibirle a richiesta”, la qualità etica e il rigore epistemologico della mia ricerca andrebbero a farsi benedire. Se si dura fatica ad accertare l’autenticità di un papiro, immaginiamoci come sarebbe difficile smascherare la falsificazione di un file.

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