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FRESCHI DI STAMPA/ a cura di Antonio Lillo

Posted on: 07/12/2014

rotativa1

di Antonio Lillo

 

Giuseppe Samperi, DIALETTUTUTTU, Edizioni Cofine, Roma 2014

 

Dialettututtu è l’opera riuscita del poeta catanese Giuseppe Samperi, con la quale si è aggiudicato la il premio Città di Ischitella-Pietro Giannone 2014 per la poesia dialettale.

A dispetto del titolo a suo modo giocoso, la raccolta ha in sé una forte carica drammatica, centellinata in versi dedicati alla figlia, che si intuisce ancora bambina: «Nô sacciu su cci a fazzu/ a purtariti a n’autra banna/ o m’aju a sentiri diri/ cchi sbintura stu paisi,/ pirchi ‘n ti nni jisti, pa’/ mi cunnannnasti…». [Non so se ce la faccio/ a portarti in un altro posto/ o debbo sentirmi dire/ che sventura questo paese,/ perché non te ne sei andato, pà/ mi hai condannato…].

In realtà, vista l’assenza di titoli e la compattezza d’insieme dei testi, si potrebbe pensare a una suite dall’intento fortemente confessionale, rivolta al futuro, in cui l’autore cerca di mettere a fuoco i motivi del proprio fallimento (in primis lavorativo) e di giustificare alla figlia, e per estensione alla posterità, le scelte spesso sofferte, la disillusione, la difficoltà del vivere in una Sicilia descritta in bianco e nero, per chiaroscuri contrastati e insistito espressionismo linguistico, e non solo per via dell’uso del dialetto, ma proprio per la ricerca di un linguaggio confacente alle terra aspra e nera del catanese in cui l’autore ha cercato rifugio, Castel di Iudica per la precisione: «Cc’è na lingua mmulata ’i friscu,/ quannu sciuscia ventu e tempuscura/ ammogghia filastrocchi e carzarati.// Ccà, ham’a rristari ccà!» [C’è una lingua affilata di fresco,/ quando soffia vento e temposcura/ avvolge filastrocche ai carcerati.// Qua, dobbiamo restare qua!]. Talvolta, questo piccolo affresco di una terra travolta dal buio assume di necessità atmosfere oniriche e, per certi versi, una dimensione purgatoriale: quasi che quelle di Samperi si potessero considerare delle lettere dalla tomba, come sembrano confermare i testi finali dedicati alla morte dell’amico Vitu, a cui fa da sigillo l’intenso commiato «Nun cci aju cchiù nenti di dirti…» [Non ho più niente da dirti…] con i versi «Aspettu rrisposta, stajo fermu/ mutu e sodu» [Aspetto risposta, sto fermo/ muto e sodo], fermo e muto come stanno i morti, ma sodo, non ancora in disfacimento.

 

 

Annamaria Ferramosca, CICLICA, La vita felice, Milano 2014

 

È la stessa autrice a fornirci la traccia, o meglio il sentimento che guida questa sua raccolta tanto matura nella costruzione del verso quanto stratificata nei suoi significati, al punto da farsi talvolta – e forse suo malgrado – poesia astratta, pur volendo rimanere, almeno in radice, strettamente legata a motivi concreti, reali. Questo scrive in nota la Ferramosca: «Queste poesie nascono con l’impronta chiara di una insofferenza che chiede d’essere placata, una necessità lancinante di catturare, diradando ogni nebbia che disorienta, anche minimi brandelli di senso della nostra vita dell’oggi». Gli esiti di questa ricerca, almeno sul piano formale, sono altissimi: una scrittura colta, densa e magmatica, muscolare e fortemente ritmica, capace di generare versi di indubbio fascino e potenza espressiva: «mi manca la lingua  mi manca/ quella timidezza di vocali aperte/ di zeta dolce nel grazie/ un incurvarsi della voce in gola/ come a piegarla fossero le pietre/ salentine del ricordo o forse/ una malinconia residua della nascita/ ingorgo che resiste/ allo sperpero del vivere». Di contro, è talmente carico il flusso di idee-parola che si tende, invece, a perdere la nitidezza a cui l’autrice dichiara di ambire, con esiti che piuttosto richiamano l’evocativo sperimentalismo linguistico di certa scuola neo-orfica di fine ‘900 (alla De Angelis, per intendersi). Di particolare interesse la prima sezione, Techne, tutta virata sul rapporto fra scrittura e linguaggio informatico, ma senza gli imbarazzi che spesso si riscontrano nella nostra poesia quando affronta codici lontani dalla tradizione: «per chi ancora resistere durare ancora/ di dura fine/ fine hard disk».

 

 

AA.VV. NEON-AVANGUARDIE, deComporre Edizioni, Gaeta 2014

 

La collana Puzzle della deComporre Edizioni ha una struttura molto rigida: apre tutti i volumi il medesimo testo programmatico di Ivan Pozzoni, curatore della collana, poi viene un brevissimo saggio introduttivo di un ospite che cambia di volta in volta, infine si dà spazio ai testi degli autori, circa una trentina per volume, rappresentati da un paio di poesie a testa e dalla nota biografica in chiusura. I brani hanno quasi tutti lo stesso livello: non ci sono cadute ma allo stesso tempo non ci sono mai dei veri picchi, tanto che quasi nessuno degli autori proposti riesce a sollevarsi dalla media: nello specifico, in NeoN-Avanguardie ci riesce Antonio Spagnuolo, poeta di mestiere, in altri volumi nessuno. Non è questo, del resto, lo scopo della collana, come ci avverte Pozzoni nella sua introduzione, piuttosto contorta: «il nuovo artista marginale, il nuovo moralista, il nuovo democratico mirerà, mediante atti di auto-«vaporizzazione», ad acquisire i tratti artistico/esistenziali del a) amorfismo, del b) a-volumetricità e del c) inerzia, in nome dell’urgenza di creare «neon»-avanguardie idonee a resistere ad ogni liquidazione dell’umanità», ovvero: farsi corpo collettivo in grado di resistere e opporsi ai tempi. Da qui la totale mancanza di regole che contraddistingue la scelta degli autori, diversi sia sotto il punto di vista generazionale che esperienziale che stilistico, indiscriminatamente gettati nel calderone libresco. Un’operazione, insomma, senza orientamento ricognitivo, che sulla carta potrebbe anche funzionare, ma nel concreto rischia la piattezza, riducendosi a un omogeneizzato di nomi dove l’unico corpo a emergere è proprio quello di Pozzoni, in virtù del suo ingombrante lavoro teorico.

 

 

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3 Risposte to "FRESCHI DI STAMPA/ a cura di Antonio Lillo"

Un denso grazie, Antonio Lillo, per la sua lettura e l’apprezzamento della mia scrittura, ahimè soprattutto sul versante formale. Ogni parere è di sicuro legittimo in poesia, ma mi resta qualche perplessità sul contrasto, forse suo malgrado non percepito, nel suo evidenziare una “stratificazione dei significati” e poi ancora un “flusso carico di idee-parola”, e di contro nel dare alla scrittura l’attributo di “poesia astratta”, addirittura con influenze neo-orfiche e deangelisiane (che davvero non sento appartenermi). Il mio è ovviamente solo un parere dell’autrice, che vale come quello di qualunque altro lettore, eppure credo che si possa far luce su di una scrittura anche attraverso la ricerca di confronto con altri sguardi critici, soprattutto quando l’autore ha pubblicato negli anni numerose raccolte ed è stato tradotto e antologizzato. Comprendo però ogni difficoltà, che conosco, di tempo e di approfondimento, nel dover stilare note di lettura su riviste. Un cordiale saluto,
annamaria ferramosca

giuseppe samperi, per ragioni di ‘misura editoriale’ mi sono tenuto basso nei toni, ma ho adorato il suo libro, e spero davvero di leggerne altri.

Ringrazio Antonio Lillo (che non ho il piacere di conoscere) per la recensione attenta e inaspettata. L’ho molto gradita, in particolar modo nella sua ultima parte: mi ci ritrovo appieno nella chiusa che parla di lettere dalla tomba …
Un caro saluto

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