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Giovanni Turra, Con fatica dire fame

Posted on: 24/12/2014

Giovanni Turra, Con fatica dire fame

Milano, La Vita Felice, 2014

 

 

di Paolo Leoncini

 

È difficile imbattersi in una raccolta poetica così intensa, per la trasparenza di una ascetica del sensibile, del tattile, del materico, del corporeo (Nei piedi mi risento / lo scalpiccio dei nani, / l’inutile rincorsa / di chi non ha polmoni, p.38), innervata in un tempo essenziale, interiore: Sfondare con il pugno il muro / di gesso / del tempo. Farne di poi scacchiera / con i pezzi – o collare orrido / di viti / tipo invalido del Grosz, p.47: un tempo dis-continuo, a-storico, frammentato, ri-composto per istanti irrelati; un’ascetica derivante da uno «sguardo» povero, su un quotidiano dimesso, infinitesimale, dove l’apparenza insignificante diventa sostanza esistenziale.

Stefano Raimondi, nel risvolto di copertina, rileva un’«esposizione linguistica millimetrica, portatrice di un punto di vista originale ed etico sulle cose»: più che di un’etica, si tratta di un’ascesi che implica una sedimentazione percettivo-metamorfica, che, «precede» la dimensione del letterario, forma una parola aurorale, originaria, sottesa da un’interiorità Zen: Essere altrove vorresti / riposare sull’erba umida, / al mormorio di ghiaia fine / e irrorata / di un giardino Zen (p.20). La vita rinasce dall’essenzializzazione percettiva, dall’impegno di vivere in un quotidiano ordinario:…Ne viene alla vita una lena / che piace. Tant’è: / si affinano i dolori, / la gioia giubila di più. (p.13): nei cui confronti si colgono le difformità, gli artifici dell’esistenza: E spinge a tal punto il proprio zelo / da procurarsi da sè i suoi dolori: / un’unghia divorata fino in fondo, / punte confitte di matita, / il caffè lo prende amaro, / è magra e fa la dieta. / E sempre fingere nel mentre: estasi, / felicità .(p.15).

Il testo di Turra si articola secondo segmentazioni sincroniche: le superfici tattili e gli spazi interni; il tempo «sospeso», infranto; la vanificazione del dolore: Da tempo in confidenza col dolore / altrui, hai facile gioco / dei tuoi pari. Ne penetri nell’intimo / i pensieri, le paure, / usandone con fare disinvolto / e trascurata grazia. // Come con i propri passeggeri / lo scafista che salpa da Durazzo: / pronto a disfarsene per sempre, / in qualsiasi momento.(p.51); la crisi della comunicazione linguistica e della conoscenza: Che cos’è là? Chi c’è / là? Là, laggiù, / che manda vampe. Vien su / tutta in una volta / una gran voglia di saperlo. // Ma sul serio a saperlo veramente: / Ne smani e hai paura. (p.54). Ma insieme tende, diacronicamente, ad una ibridazione antropologica, regressiva, meccanico-zoomorfica. La vita Zen, che ri-nasce dall’ascesi, rimane sommersa, non ha dimensione reale esterna, non ha potenzialità comunicative, conosce un’insignificanza derelitta: Ha la bocca sconciata dal morso / madido. Gli zoccoli son fessi / e mezzo aperti. Non nitrisce, / raglia. Gli si rompono i ginocchi / per la fatica del basto (p.81); Non parlano, tu dici, gli animali. / Una lingua e non il cibo / indicibilmente ci divide: noi / e loro. Parlano invece (p.83). Tra i due testi citati, si colloca il testo dal titolo omonimo della raccolta: Issata sopra molle è la mia testa / e balla a ogni alzata di spalle / e crolla giù. E se faccio no col capo, / mi si rovescia l’occhio nell’occhiaia. / Non ho equilibrio come vedi / né sostegno alcuno. E calzo / spaiati due trentotto, entrambi / destri. / E non posso portar pesi. / Neppure la sportina con il miglio / e la foglia di lattuga. / E quando con fatica dico fame, / mi accennano con gridi dalla strada, / non mi lasciano frinire (p.82): dove il meccanico-materico e lo zoomorfico si contaminano in un dolore regressivamente subumano, nel cinico, crudele abbandono sociale, che non permette il linguaggio.

Colta la frattura tra la «vita Zen», dove l’ascesi si tramuta in gioia, ed esistenza «realmente» esterna, abbandonata, nell’opacità collettiva, «all’addiaccio» (Durante le manovre per l’addiaccio, / nello slargo gremito del parcheggio, / «ha le gambe forti di puerpera», / commentano i soccorsi, / «giovani e lisce. / La inforcheremo volentieri» (p.67), ci si può riferire alle valenze propriamente linguistiche di Turra: spiccate, innovative, nell’interno lavoro stilistico, nell’etica diventata stile: Domenica. / Indugia nelle scale / con i fumi  dell’arrosto / un odore di canile. // Siamo noi:  / casalinghi / e ferocissimi. (p.41). L’icasticità amara si alterna alla sottigliezza sensoriale: E scricchiola la soglia / trita, sua brevissima eco. // E la rauca ruggine delfiato. (p.57); e all’impatto con una percezione estensiva, ri-generante del corporeo, che si estende all’universo: La notte, / quando siamo per dormire, / noi si volge il capo ad est, / nel disordine sparso / dei nuovi quartieri. /…/ E v’è stupore nel sangue, / ammirazione, quasi ci fosse vicino / il mare. (p.75).

E si può giungere, infine, alla cadenza risolta, al ritmo «letterariamente» unitario di Quattro A.M.: Càlati in un sasso, dormi. / Inoltrati in un sonno senza / sogni; Fresco dev’esserci / li’ dentro, e una penombra / d’acquario. Sono le quattro, / dormi. Ti attraversano correnti / contrarie, fredde bolle / sgorgano. ‘Arco’ per ‘ocra’ / hai compitato, ‘eruppe’ / per ‘eppure’. Sono le sette, / dormi? Prima non c’eri, / e invece: eccoti qui. (p.68): dove emerge il ri-esistere, in cui si permeano istanza ri-generante e incanto poetico, al di là, o al di qua, dell’estraneità del mondo al dolore.

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