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Nicola Gliosca e la lingua croata molisana

Posted on: 10/01/2015

Invito Tezor do Brihandi finale LoRes

Nicola Gliosca, Sep aš  Mena (Giuseppe e Filomena), Tipolitografia Copyart, Termoli 2009.

Id., Hiža do Templari (La casa dei Templari), Palladino Editore, 2010.

Id., Tezor do Brihandi (Il tesoro dei briganti), Fotolitografia Fotolampo, Campobasso, 2011. 

 

 

 

 

di Carmine Tedeschi

 

Paese di minoranze linguistiche, l’Italia. Il che, ovviamente, rimanda a minoranze etniche originate da innumerevoli migrazioni in un passato storico di cui, insieme con la lingua, si va perdendo inesorabilmente memoria. Ma c’è sempre qualcuno che a quella memoria, a quella lingua, resta allacciato, ne riconosce la vitalità in quanto radice culturale e la coltiva con passione, remando contro l’onnipotenza del presente che tutto travolge.

     E’ il caso di Nicola Gliosca di Acquaviva Collecroce, uno dei minuscoli paesi dell’entroterra molisano, non troppo distante da quella costa e da quel mare che vide arrivare, verso la fine del XV secolo, profughi dalle coste illiriche in fuga dall’invasore turco. Quei profughi – e forse non solo quelli – si stanziarono in diverse piccole comunità e continuarono a parlare la loro lingua, tramandandola allo stadio in cui si trovava al momento del loro arrivo. Uno stadio che oggi si direbbe “arcaico”, se per ipotesi assurda si fosse mantenuto “puro”, senza in seguito contaminarsi per forza di cose col dialetto molisano, oltre che, naturalmente, con l’italiano. Ne è risultato il “croato-molisano”, ossia il na-našu, lingua certamente distante  dal croato attuale, il quale tuttavia resta del tutto riconoscibile come matrice, sia nella fonetica che nella grammatica e nel lessico.

     È banale dirlo, ma l’humus di una lingua è l’uso che se ne fa, parlandola e scrivendola. Il croato-molisano, già definito nella seconda metà dell’Ottocento da un preoccupato poeta compaesano di Gliosca «lingua… languida e fioca», si è ristretto alla parlata di tre soli paesi, dei sette che un tempo lo parlavano: oltre ad Acquaviva Collecroce (Kruč), anche Montemitro (Mundimitar) e San Felice del Molise, o degli Slavi, (Filič). Per un totale di tremila abitanti scarsi. In passato si parlava anche a Palata, Mafalda, Tavenna, San Biase.  L’emorragia migratoria da sud Italia, l’isolamento linguistico, la pressione linguistica dei media, hanno confinato sempre più l’uso del croato-molisano all’interno delle famiglie e a fasce d’età sempre più anziane. Del resto, lo stesso fenomeno regressivo è osservabile a proposito di  altre minoranze linguistiche sparse in territorio italiano, a sud in particolare: le parlate d’origine albanese, provenzale, greca. Per arginare davvero questa regressione non appaiono seriamente sufficienti – benché necessari – neppure i tentativi di insegnare nelle scuole le lingue minoritarie, percepite con mal posto complesso d’inferiorità, soprattutto dalle nuove generazioni, come dialetti marginali e curiosità folcloriche. Per bene che vada.         

     Effetto opposto (e tuttavia pur esso insufficiente) può sortire la scrittura letteraria in lingua nativa, quella che tenta il Gliosca in questi tre testi narrativi di una certa consistenza.

Il primo, Sep aš Mena,  riporta uno dei tanti fatti tramandati dai racconti paesani, spesso truculenti e grondanti d’emozioni, trasformati in leggenda dalla fantasia popolare. Nel secondo, Hiža do Templari,  gli stessi caratteri sono arricchiti dall’introduzione di tratti esoterici, non nuovi in verità riguardo ai leggendari cavalieri. Il terzo infine, Tezor do Brihandi, la cui costruzione fabulante appare più scaltrita e complessa, si muove fra storia e immaginazione al tempo dell’unificazione d’Italia nel 1861.

     I testi sono stati scritti tutti, come ci informa l’autore, originariamente in croato-molisano e poi tradotti in italiano. Non viceversa.  In questo modo la versione italiana a fronte acquista in presa diretta, per così dire, il sapore autentico della parlata paesana che impregna lo stile, restituisce il tono e la cadenza del racconto orale, arricchisce e colora i fatti con gli intervalli riflessivi di sapienza popolare.  È la stessa lingua a portare automaticamente in sé i tratti distintivi di una specifica antropologia: «Egli pensava che tutti i re erano uguali, volevano solo comandare e prendere i soldi alla gente per stare meglio loro degli altri, come se quando nasciamo, non nasciamo tutti allo stesso modo, o come se uno quando nasce è meglio di un altro».

     Al di là della qualità letteraria, dunque, il messaggio interessante che l’operazione restituisce è quello del valore intrinseco di una lingua, di una qualunque lingua, a prescindere dalla sua fortuna storica.

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