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Viaggi al buio / 1

Posted on: 04/02/2015

di Antonio Giampietro

Una serie di luoghi sorprendentemente raccontati da qualcuno che il mondo non rinuncia a percorrerlo anche se non può vederlo. Viaggi da un microcosmo intimo a una geografia reale: reale e dura.

 

 

 San Paolo: l’idillio e l’inferno

Mi è sempre piaciuto correre, chissà, forse perché mi aiutava a sentirmi libero, a non percepire i miei limiti, anzi a sfidarli. Quattro portoni in un condominio, un porticato diviso in quattro parti da tre coppie di scalini, un giardino di tremila metri quadri, una strada perimetrale di trecento metri: la mia pista di atletica. Il profumo della mia libertà aveva l’aria di quel giardino, la forma di quel giardino, i colori offuscati di quel giardino; sì, offuscati perché li percepivo appena, attraverso la mia visione laterale.

Il mio modo di vedere la realtà, di guardare il mondo attorno a me, è sempre stato diverso, me ne sono reso conto subito: non amavo la compagnia di troppi bambini e loro, del resto, un po’ mi evitavano, anche quelli che mi volevano più bene quando si stava in gruppo tendevano a isolarmi. La mia vita era un sogno, la mia fantasia mi conduceva in mondi lontani… Ero un principe, un re, avevo un regno, ma stranamente il mio regno era abitato solo da pochissime persone, le persone che mi erano accanto, i miei fratelli su tutti.

L’infanzia e l’adolescenza di un non vedente non sono un’esperienza riducibile a poche parole, andrebbe raccontata tutta, nella sua completezza e complessità, per dare un’idea precisa a chi non ha problemi di vista, a chi non è diversamente abile, di cosa significhi essere diversi, ma soprattutto sentirsi diversi. Era l’estate del 1985, un gruppo di amici giocava a calcio su di un campetto di trenta metri per dieci, nel centro di un giardino condominiale nella zona nuova del quartier San Paolo. La superficie del campetto era tutta ricoperta da mattoni rettangolari, grigi, bucherellati, le linee erano tracciate per terra con del gesso bianco. A delimitare il campo stesso vi erano dei cordoli di pietra, che lo dividevano dal terreno circostante.

Da un lato i cordoli erano più alti, da un altro più bassi: dipendeva dal fatto che quel campo era scavato nel terreno e tenuto a una stessa altezza, mentre il terreno circostante saliva di almeno un metro lungo il lato più corto del rettangolo di gioco. Le porte erano delimitate da due pietre: a quei bambini che giocavano, tra i quattro e i dodici anni, sembravano enormi, in realtà erano pesantissime solo per le loro piccole mani.

Questa era la pista, il luogo dove quei ragazzini passavano tutto il tempo del calcio, il tempo del divertimento assoluto, il tempo della non-scuola. “Tutti sulla pista!” E il gioco iniziava: il rumore impazzito di un pallone di cuoio, o un ‘Super Santos’, i cordoli battuti dalla palla tenuta raso terra, lo specchio della porta mai precisamente inquadrato, che portava lunghe discussioni per decidere se la palla fosse entrata oppure no… Le pietre erano in basso e tutto lo specchio della porta era solo immaginato e in alto delimitato da un ramo scelto a caso dall’albero dietro il portiere.

Erano felici quei ragazzi, maschi e femmine, non importava, tutti erano presi dalla passione del calcio, e le femminucce volevano essere parte del gioco, anche se i maschietti non erano sempre d’accordo e facevano di tutto per isolarle e far fare loro altri giochi. Io ero un bambino come loro, ero nel gruppo perché mio padre lo aveva imposto, a me e a loro. Aveva avuto pazienza mio padre: pazienza con me, per farmi capire, senza troppe parole, che la mia vita doveva essere con gli altri, cercando di accettare e far accettare la mia diversità; e pazienza con gli altri, imponendo prima di tutto, sempre col suo modo di fare silenzioso e un po’ rude, la mia presenza tra loro, fossero essi bambini o adulti.

Ero nella pista con i miei amichetti, avevo cinque anni in quell’estate dell’85, e giocavo a calcio con loro. Erano le mie prime partite, le mie prime cadute, le mie prime incursioni nella ‘società’. Quel pomeriggio d’estate il sole d’agosto bruciava l’asfalto grigio delle strade, i mattoni della pista erano roventi. Giocavamo a calcio, come sempre. Per uno strano scherzo del destino, mi era capitata la ventura di stare in porta.

 

Cerco, attraverso un orecchio superteso e quel flebile residuo di vista che mi è stata serbata, di seguire i movimenti della palla, per tentare di non essere sorpreso, di non subire goal. Il mio sguardo laterale, l’unico concessomi dalla mia malattia, la retinite pigmentosa, mi fa tenere la testa sempre inclinata: sembra che guardi sempre dal lato sbagliato e questo dà anche luogo a risolini da parte degli altri, ma imperterrito voglio rivestire fino in fondo il mio ruolo, sono un portiere e voglio prendere la palla, impedire il goal avversario. C’è da dire anche che in quel gruppo di ragazzini sono uno dei più piccoli, quindi i tiri di chi si pone di fronte e cerca di segnare nella mia porta sono di potenza sicuramente superiore a quella che posso avere io.

La partita si mette bene, la palla è sempre nella metà campo opposta alla mia e questo è un vantaggio non indifferente per un non vedente: se proprio devo essere portiere, meglio non essere impegnato troppo costantemente! Vinciamo ormai di due o tre reti e i nostri avversari non sono tanto contenti, soprattutto perché di fronte hanno un portiere cieco e per loro questo dovrebbe rappresentare un’occasione ghiottissima di vittoria e, di contro, un’onta gravissima non riuscire a fare una goleada. Ho scelto la squadra giusta e ne sono contento.

Mi muovo nell’area di rigore, che mi sono fatto descrivere minuziosamente dai miei difensori, come un vero portiere, spostandomi costantemente nella direzione in cui sento muoversi la palla, anche se questa è lontana da me. Sono orgoglioso del mio ruolo, sono contento che i miei amici abbiano scelto me, un cieco, per fare il portiere della loro squadra! Un’azione un po’ più concitata, le squadre, composte da cinque giocatori ognuna, si accalcano tutte nei pressi della mia area di rigore. Un tiro è scagliato tra la calca verso la porta, il mio piede lo intercetta e riesco a rinviare la palla.

Un secondo tiro mi finisce sulla faccia; dolorante esulto, con tutta la mia squadra che si esalta. A questo punto, nonostante il volto tutto rosso per la pallonata ricevuta, prendo un po’ più di coraggio e mi azzardo in un’uscita su di un altro giocatore avversario che sta puntando verso la porta. Non mi rendo conto, però, che un altro giocatore mi è accanto e sta incrociando verso il primo per ricevere il pallone e spingerlo in rete.

Quest’ultimo mi travolge, io finisco di testa su una delle pietre che costituiscono i pali della mia porta. Sono per terra, silenzioso, accecato dal dolore, sanguinante. Mio padre, che segue la partita da bordo campo, mi corre incontro, tutti sono sconvolti, sento gridare attorno a me. Dapprima taccio, non riesco a realizzare quello che mi è accaduto, poi comincio a piangere irrefrenabilmente.

La mia partita si è conclusa, ora sono in casa, un profumo di intonaco fresco, di pittura arancio, i muri rifatti da poco. Sono su di una sedia, in braccio a mia madre che mi tiene del ghiaccio sulla fronte. La partita è finita, ma io sento ancora le urla dei miei amici, lì, nella pista, al di là della mia finestra spalancata. Ora il sole è più basso sull’orizzonte, percepisco una luce più scialba.

Sento le urla e mi immagino ancora lì, tra quei pali di pietra, mi rivedo nell’atto di disimpegnarmi, io, come un vero portiere. Sento un dolore pulsante sulla fronte, la botta è stata forte: tornerò a giocare? Sì, ho deciso, lo farò, non posso farmi sconfiggere da una caduta, sono un combattente, sono un ragazzo diverso ma come tutti gli altri, devo farlo!

Non è passato un giorno e con grande apprensione da parte di mia madre sono di nuovo in pista, a correre con i miei amici, a cadere con loro, a cercare di ritagliarmi un ruolo in campo. Quando si è piccoli non si riesce a percepire fino in fondo i propri limiti, piuttosto li si sfida continuamente e li si conosce solo con il tempo, con l’esperienza. Ho sempre avuto un animo sportivo, come tutti i bambini sani ho sempre amato giocare: dopo il calcio, la bici. Ma come mettere nelle mani di un non vedente una bicicletta?

Solo il coraggio sfrontato di mio padre, conscio del fatto che conoscevo bene quel percorso, il mio giardino, che avevo perlustrato da bambino curioso in lungo e in largo, poteva osare tanto. Un pomeriggio di quella stessa estate, sono per strada, su una bici. Ho sempre utilizzato le rotelle per stare in equilibrio, non vi so andare senza. Solo che da un po’ di tempo, anziché averne due laterali, ne ho una sola a sorreggermi nei miei giri spericolati, mentre mio padre mi corre accanto, ma non mi basta.

Voglio osare, voglio che mio padre mi tolga la seconda rotella, voglio andare senza rotelle: la follia non è mai solitaria, così mio padre decide di accontentarmi e mi toglie l’altra rotella. Un altro pomeriggio, stessa estate, stesso profumo di sempreverdi, qualche pigna per terra e le cicale, quelle cicale che quasi coprono i suoni del quartiere vivo. Sono le sei del pomeriggio e tutto è in fermento.

Sono pronto, salgo sulla bici e vado, esito, poi accelero, corro! Sono felice, sto conquistando la libertà, la libertà assoluta. Non tornerò più indietro, ho conquistato la bici, l’essere libero sulla bici, da quel momento sono un ciclista, anche io come gli altri. Il mio giardino, il mio pezzo di libertà, il recinto che mi accoglie, mi permette di essere libero nel chiuso di quei tremila metri quadri.

Fuori c’è il mondo, che io posso immaginare, posso ascoltare, vicino a quelle sbarre, ma che per il momento tengo a distanza per godermi la mia libertà. Presto avrò bisogno di violare anche quel limite, quelle sbarre, e comincerò a scavalcare quella ringhiera, per conquistare sempre di più, sempre più fortemente, uno spazio nuovo, uno spazio più grande, una libertà più grande. Non è facile il quartiere, non accetta le diversità, ne è pieno ma non le accetta. Ci sono le bande, ci sono i gruppi, le divisioni territoriali, le demarcazioni, le terre di conquista, ci sono i capi, ci sono coloro che prendono le decisioni, che combattono, che invadono il territorio degli altri, che impediscono agli altri di giocare, ci sono le guerre con le pietre lanciate da un recinto all’altro, come bombe da una trincea. E ci sono gli agguati, le urla, gli insulti, le alleanze tra recinti, gli odi indotti.

Tutto è come in un Risiko, si conquista e si perde territorio, tutto con la forza. Ma noi siamo bambini, in questo combattimento vediamo solo un gioco, e vogliamo fare come i grandi. Questo è San Paolo, un quartiere di periferia, dove si cresce imparando la dura legge della vita, dove un fuoco acceso per bruciare la paglia ti dà la sensazione di poter possedere il mondo, dove l’odore delle stoppie arse, del fumo che gonfia il vento, ti riempie i polmoni e ti segna il cuore, il sangue.

Si cresce in questo luogo portando con sé la sensazione che sia un paradiso dove puoi fare quello che vuoi, dominare il mondo, ma è anche un inferno, perché quello non è il mondo, ma solo un microscopico Eden dove è già presente il male, il male che si finge gioco, che ti porta a credere che tutto sia un gioco, anche il tuo dolore. E in quel mondo, tra la polvere e i profumi della periferia, c’è un cieco in bicicletta, piegato quasi per terra, sul selciato, che prende una curva a piena velocità, sfiorando le siepi accanto alla strada, senza vedere dove va, ma sapendo che, per uscire da quella condizione di inferiorità, deve correre, sempre correre…

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8 Risposte to "Viaggi al buio / 1"

Suscita un interesse questo racconto, questa cronaca reale, spietata,allegra, adolescenziale che quasi vien voglia di sorreggerlo,
condividerlo visivamente. Questo mi sono immaginato; una striscia
fumettistica, un romanzo a fumetti per ragazzi, un regalo di noi padri
senza più memoria.

Complimenti Antonio,
il tuo racconto appassionato e’ ricco di emozioni e sentimenti che fanno bene al cuore!!!

Bravissimo ! Molto interessante, banalmente noi vedenti non possiamo descrivere questo tipo di mondo pieno di cose incredibili a noi sconosciuto.

Grazie, Antonio !
ci fai vedere meglio ed apprezzare un mondo nuovo: quello che la nostra comune superficialità ci nasconde.
Mario

Grazie a tutte voi per i commenti e per le belle parole che avete utilizzato.

Sono contento di aver suscitato nei vostri animi delle emozioni e di avervi, in un certo senso, condotto a “vedere” le periferie dei nostri mondi.

Il percorso di conoscenza, la penetrazione negli interstizi invisibili dell’universo umano, il viaggio continuerà!!! E spero voi continuiate a seguirmi!!!

Le parole che hai usato nel tuo racconto mi hanno quasi fatto “vedere” e quasi vivere quegli anni lontani della tua fanciullezza. Grazie per l’arricchimento che doni a chi ti legge. Pertanto attendo con trepidazione il tuo prossimo racconto. Un caro saluto.

Grande Antonio!
Mi ricordo la nostra partita nel collegio Dell’Andro. Giocavi molto meglio di me. Il pallone non lo vedevo io..di sicuro non tu!
ps. Non vedo l’ora di leggere un altro racconto.

Caro Antonio, come sai sono stata tra le prime a leggere il tuo racconto ma non ti ho ancora detto che mi hai davvero emozionata perché con la forza delle parole sei riuscito a farmi ‘vedere’ quel pezzetto di mondo – che non è solo la ‘tua’ periferia, ma quella di ognuno di noi consumata tra polvere e sogni, tra l’infanzia e l’adolescenza – attraverso il tuo ‘sguardo diverso’ ma così potente e prezioso per chiunque lo incroci…Bravo!

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