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FRESCHI DI STAMPA/ a cura di Antonio Lillo

Posted on: 03/03/2015

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di Antonio Lillo

 

L’AREA DI BROCA E GAZEBO EDIZIONI

 

 

Mariella Bettarini, classe 1942, è da circa quarant’anni, cioè da tutta la vita, un’instancabile e tenace animatrice culturale del nostro Paese. Questo non solo attraverso la propria produzione poetica ma anche con la creazione e direzione di una rivista, Salvo imprevisti, fondata nel 1973, e significativamente sottotitolata «quadrimestrale di poesia e altro materiale di lotta» che ben identifica il senso del suo lavoro. Nel 1993 Salvo imprevisti modifica in parte la propria forma ma non l’essenza, e diventa L’area di Broca, «semestrale di letteratura e conoscenza», il cui nome deriva dall’area del cervello preposta all’elaborazione e comprensione del linguaggio.

La rivista, dall’impaginazione piuttosto scarna, che quasi nulla concede all’occhio, si muove per numeri monografici che permettono di discernere varie interpretazioni di un macrotema, con un taglio che raccoglie contributi di vari autori e mischia senza problemi i più diversi linguaggi: poesia, racconto, illustrazione, facezia, intervento critico. Il gruppo di redattori dell’Area di Broca è di livello mediamente alto, ma non rigido, in modo da rendere al meglio il pluralismo che è alla base della sua linea editoriale.

Oltre alla rivista, insieme a Gabriella Maleti, Mariella Bettarini è curatrice delle Edizioni Gazebo, di Firenze, di cui segnaliamo qui due volumi. 

 

 

Gabriella Maleti, PRIMA O POI, Gazebo (Firenze 2014)

 

Quella contenuta in Prima o poi, undicesima raccolta di versi di Gabriella Maleti, è una poesia di forte impianto narrativo, meglio ancora teatrale, a tratti prosastica ma espressa con voce chiara e fluida, dalla timbrica accentuata, che fa largo uso dell’enjambement, creando dei versi impetuosi e di grande potenza espressiva, mossi dall’evidente volontà di raccontarsi attraverso una sorta di poesia-monologo di cui ogni sezione della raccolta costituisce un atto.

«“È morto giovane”, diceva lui./ 72, ma ancora con molti capelli neri. È morto di cioccolato./ Una sera diversa, sensitiva, con paura./ Abbandonato il capo all’indietro, su una seggiola./ Restò così ore. Cioccolato dietro le ante, nei cassetti.» La raccolta è suddivisa dunque in tre atti dai titoli piuttosto esplicativi: «Prima», «Poi», «O», quest’ultimo vero cuore dell’opera. Proprio come nel gioco di smontaggio e ricollocamento allusivo delle parti del titolo, l’autrice tende a smontare i tempi della propria storia e analizzarli, partendo da un prima di sé per arriva a un oltre sé, con uno sguardo costantemente interno ed esterno alla stessa e con una forte rilevanza data all’elemento mortuario, quasi che il senso più intimo dell’intera silloge fosse proprio la necessità di affrontare la presenza/paura della morte, anche attraverso le sue possibili alternative che oscillano, nel capitolo finale, fra distacco oggettivo o commosso, e anelito trascendentale verso una realtà altra, che non appare comunque risolutiva: «Restano pasto i morti ingiustamente sulla terra,/ per ogni sorta d’animale,/ per ogni polvere./ Non sappiamo che fare» conclude.

 

 

Maria Grazia Cabras, BAMBINE MERIDIANE, Gazebo (Firenze 2014)

 

«da dove giunge il non detto?» Comincia così questo libricino di Maria Grazia Cabras, raccolta di versi sulla parola, dal forte sapore ermetico, tutto incentrato sulla ricerca di una lirica pura, fortemente musicale, in cui il silenzio ha quasi più peso della parola stessa. E se talvolta rimanda chiaramente alla lezione del miglior Ungaretti, ad esempio: «l’apparire dell’attesa/ è fulcro d’ombra// trascorso mutamento del sasso/ intimo commiato», altre volte il suo dettato si fa più nitido, concentrato, portandola all’estremo opposto, a una semplicità carica di senso e di sapori orientali: «parvenza d’ombra/ l’inverno/ soglia di foglie». Non una raccolta “nuova” dunque, ma piena di belle intuizioni, e molto ben fatta. Discorso a parte merita la lunga poesia finale, Limba de focu e radichinas, Lingua di fuoco e radici, scritta nella lingua sarda di Nuoro, città originaria dell’autrice, e impaginata in modo da far notare quanto le due forme linguistiche qui presenti, il nuorese – lingua arcaica di forte suggestione fonica, e quindi vero apice di questa ricerca – e l’italiano appunto, che l’incrocia e traduce, non siano una corollario dall’altra, ma per certi versi inestricabilmente connesse fra loro, tanto da rimpallarsi suggestioni, come se la poesia fosse stata pensata, fin dal principio, a doppia voce: «arbéschia luche de preda e framas/ rosa àrbore fémina arborea/ s’ant a pesare san Janas, artas in sa notte// luce aurorale di pietra e fiamme/ rosa albero donna arborea/ si leveranno le Janas, alte nella notte».

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1 Response to "FRESCHI DI STAMPA/ a cura di Antonio Lillo"

Caro Antonio Lillo,

La ringrazio di cuore per la segnalazione; mi tocca in particolare la Sua attenzione per la sezione in sardo-nuorese che è parte essenziale nella mia scrittura e appartiene alle regioni più profonde della mia interiorità.
Confermo la mia fascinazione nei confronti della luminosa fulminante espressività dello haiku.

I miei saluti e Auguri più cordiali, Maria Grazia Cabras

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