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Viaggi al buio / 2

Posted on: 08/03/2015

di Antonio Giampietro

Una serie di luoghi sorprendentemente raccontati da qualcuno che il mondo non rinuncia a percorrerlo anche se non può vederlo. Viaggi da un microcosmo intimo a una geografia reale: reale e dura.

 

 

Da Parigi a Mosca: l’odore del comunismo

Mio padre mi portava spesso a vedere gli aerei decollare e atterrare, durante la mia infanzia e la mia adolescenza. Abitavamo non troppo lontano dall’aeroporto; li sentivo sempre passare sulla mia testa e, dal terrazzo del mio palazzo, la pista dove i velivoli prendevano la rincorsa verso il cielo sembrava fosse possibile toccarla allungando il braccio.

Nel 1982 eravamo in Calabria, era estate, ed io correvo sulla sabbia che rifletteva il sole. I miei genitori bisbigliavano fra loro, non capivano: perché quel bambino incespicava anche se non c’era alcun ostacolo? Cosa vedeva nell’aria di fronte a sé, tanto forte da impedirne la corsa libera e da costringerlo a tastare l’aria per procedere verso il mare? Non capivano, le giornate passavano e credevano di esser pazzi, che il proprio figlio avesse delle visioni.

Forse il sole “gli dava alla testa”? Forse la sabbia gli “accecava gli occhi”? Accecava gli occhi… Sì, forse… La vista, gli occhi lanciati verso un orizzonte perduto.

È pomeriggio, siamo sulla strada, su di un Vespone bianco, il nostro mezzo di viaggio, il vento è caldo, ma piacevole. Io sono stretto nella morsa d’amore tra mio padre, che guida, e mia madre, che ci tiene entrambi. Torniamo a Bari, la vacanza è finita. È finita in anticipo, mio padre e mia madre hanno deciso di rientrare per portarmi in ospedale, hanno bisogno di far guardare i miei occhi a qualcuno che possa loro spiegare, possa loro dire che strane visioni possono mai avere quegli occhi ‘normali’, aperti sul mondo, curiosi, eppure straniati da esso. È una corsa più rapida del solito quel rientro, dritti dritti verso casa: “e domani sapremo”…

Il medico mi vede, getta il suo sguardo in fondo al mio e sentenzia: «è cieco».

«Come cieco?», stupiti e in coro i miei.

«Sì, si vede senza far alcuna verifica strumentale, è proprio evidente».

«Ma, dottore, l’avete visitato voi quando è nato!», sbotta mio padre.

«Impossibile», ribatte il medico perentorio e sprezzante, «me ne sarei sicuramente accorto, è proprio evidente, non c’è dubbio. Vi sbagliate, ricordate male».

Non si può sopportare tale menzogna, davanti agli sguardi persi dei miei genitori riappare l’immagine di me neonato e quel dottore, proprio lui, che mi visita e dice a mia madre: «È sano come un pesce! Complimenti signora!»

Antonio non vede, Antonio è cieco, e la vita di due giovani è ad un tratto sconvolta, rivoluzionata. Tutto va ripensato, tutto va rivalutato. Punizione? Senso di sconfitta? Disastro? Non ci sono parole per descrivere i momenti della scoperta, non ci sono pensieri fluidi, non c’è razionalità nella reazione di una famiglia toccata dalla dura realtà.

Non ci si arrende, però, ci può essere qualcosa che non si conosce per risolvere questo problema, ci sarà una cura, un metodo! E i pensieri fluidi scorrono, si scontrano, si rincorrono, nella mente di due giovani inconsapevoli del mondo e ora trovatisi immersi in qualcosa per loro imprevista, incomprensibile.

«Al nord, bisogna andare al nord, dove ci sono i migliori specialisti, dove la scienza corre molto più veloce che qui, in questo lembo di terra, in questo sud arretrato, in questa periferia della periferia. Oppure, ancora meglio, all’estero, sì, proprio all’estero, dove la tecnologia e la scienza fanno passi da gigante, pochi anni fa siamo stati sulla luna e ora vuoi che non ci sia una soluzione per chi ha una stupida malattia che gli impedisce di vedere? E poi, qual è la vera diagnosi? Quale la causa? Questi medici di Bari non capiscono niente, bisogna andare dove hanno una consapevolezza più precisa, dove ne vedono tanti di questi casi. Gli Stati Uniti, sì, in America c’è un mondo diverso, dove tutto è più efficiente che qui».

Si corre da un consulto all’altro, USL, medici vari: «Mosca. A Mosca ci sarà una soluzione. Sì, nella potenza comunista, attenta come si sa al sociale, più che gli Stati Uniti, dove si pensa più al consumo di massa, sì a Mosca c’è un ospedale super specializzato, dove sicuramente ci sapranno dire di più… E dove ti trattano sicuramente con più umanità che qui o anche in quei lontani Stati Uniti».

Sono i primi ricordi che serbo: avevo tre anni ed ero su di un aereo, in viaggio, prima Roma-Parigi, per poi imbarcarmi, qualche giorno dopo, dalla Ville Lumière per Mosca. La mente non mi aiuta molto a schiarire quei giorni, restano solo delle sensazioni, degli odori e qualche immagine strappata qua e là.

Un bambino piccolo che scopre il mondo, che, per andare incontro a una visita che si spera possa dargli una speranza di vista, si trova a conoscere l’Europa. E così mi rivedo, spaventato e curioso, conscio del viaggio e allo stesso tempo incredulo della novità che mi aspettava: le scale mobili dell’aeroporto Charles de Gaulle, il rumore continuo degli ingranaggi che mi stregava l’animo e quel profumo di grasso, di nuovo. Qualche anno più tardi avrei ricondotto quell’odore, come in un gioco di sinestesie profonde, all’odore della modernità che costruisce e modella il mondo, ciò che ti affascina, ti strega e allo stesso tempo ti può uccidere.

Di Parigi non ricordo un gran che, solo un negozio di giocattoli in aeroporto e l’acquisto di un camion, credo arancione, di plastica striata, uno di quei camion che portano i pacchi; mi ricordo che aveva due aperture a scorrimento laterali sul rimorchio e una motrice opaca, non liscia, come la plastica del rimorchio. Quel camion sarebbe stato per anni il mio ricordo della Francia, e il suo colore, appena percepito, quell’arancione tenue, per me sarebbe stata la tenue tinta da assegnare nella mente a quel Paese che io ho continuato a tracciare per molti anni senza troppa precisione sulle cartine dell’Europa che mi costruivo in testa. Parigi è stata anche la città della Tour Eiffel, qualcosa di imponente, che mi spaventava, soffrivo di vertigini, ma allora non sapevo tradurre concretamente quella sensazione e ai miei genitori non rimaneva altro che sentirmi sbraitare per tutto il tempo, soprattutto quando mi avvicinavo alle balaustre da dove si percepivano il vuoto e l’altezza.

Parigi era la città dei profumi: gli odori delle tante persone che fluivano in quel cosmo luminoso, delle donne che erano sempre straprofumate, degli uomini amanti di quelle fragranze forti, acerbe; ma per me, bambino pestifero, era la città della ‘puzza’, probabilmente quella dei formaggi che dominano la cucina francese, e che sconfiggevano il mio senso vorace di amore per il cibo. Questo è tutto ciò che mi è rimasto di quel periodo parigino. Non so quanto sia durato, forse solo due o tre giorni, ma so di certo che per anni ha segnato la mia concezione della Francia e dell’Europa.

Fu il giorno del volo tra Parigi e Mosca che compii tre anni. Un volo incredibilmente turbolento, una canzone felice di auguri ancora giunge alle mie orecchie, seppure sopita dal tempo e dalla storia che ha accompagnato il mio crescere. Mosca era enorme. Percepivo di essere in un mondo diverso da quello in cui ero nato e, almeno un po’, cresciuto.

Mosca era una metropoli e i suoi accenti totalmente sconosciuti mi affascinavano: in fondo ero in Unione Sovietica e solo molti anni dopo avrei capito cosa questo significasse e che, allora, stavo vivendo, forse più che nella ‘geografia’, nella ‘storia’. Anche di Mosca non ricordo molto: forse ho immagini più concrete rispetto a quelle parigine, comunque più legate ad alcune sensazioni che agli episodi.

E mi rivedo in un posto affollato con mia madre – e mio padre che si allontanava per andare a cercare qualcosa da mangiare – e la sensazione di attesa un po’ ansiosa che ci prendeva. Mi ricordo una piazza enorme, dove forse c’era una panchina e del verde: era la Piazza Rossa. E nelle scanalature del tempo sento ancora i sussurri possenti di Lora, la nostra guida e amica russa, che fu il nostro Virgilio in quel viaggio, permettendoci di superare la difficoltà della lingua e degli spostamenti in una città di una dimensione diversissima da quella di Bari. Lora è rimasta per anni quasi un mito per me, era la corrispondente da un paese lontano, era stata la donna della seppur labile speranza a cui avevo potuto accedere per ‘guarire’ dalla mia malattia, e l’affetto e il fascino mistico di questa donna sovietica dalla voce profonda e flautata si sarebbero trasferiti tutti su di un oggetto che mi aveva donato: un pesciolino di plastica gonfiabile che ho conservato per tantissimi anni.

Ricordo perfettamente quel pesciolino, la pancia rossa, leggermente ruvida, il dorso bianco con delle striature – à pois – blu; per quanti anni l’ho portato con me a mare e con quanta gioia l’ho gonfiato e stretto al cuore nelle nuotate senza meta né ordine dell’infanzia… Quel pesce era diventato la stessa Lora, rappresentava per me la luce, il segno ineffabile di una speranza. Sarà anche per questo, forse, che ho cominciato, sin d’allora, ad amare il colore rosso, ad associarlo a qualcosa di bello, di gioioso, e allo stesso tempo di mistico.

Per tanti anni attraverso quell’oggetto ho percepito il vero odore del comunismo.

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8 Risposte to "Viaggi al buio / 2"

Grazie a tutte e tutti!!! Nel frattempo è uscito il mio nuovo racconto!!!

https://incrocionline.wordpress.com/2015/04/28/viaggi-al-buio-3/#more-2318

Andatelo a leggere se volete proseguire il viaggio al buio con me!!!

Di Antonio mi ha sempre sorpreso il grande coraggio del viaggiatore, in qualunque condizione e qualunque fosse la distanza da coprire. Quando nemmeno immaginavo che un non vedente potesse desiderare viaggiare, lui mi ha insegnato che non solo per lui l’esperienza era più esaltante che per me, ma anche che con lui non mi sarei mai perso… Ma di questi suoi racconti non importa solo la sua testimonianza esistenziale: mi piace come queste pagine sono scritte, mi piace la delicatezza con cui dà forme e colori ai luoghi e alle persone incontrate. Le sue immagini sono perfette perché sono essenziali nei loro contorni: forse povere di particolari, è vero, ma in compenso Antonio recupera in profondità, in investigazioni, in nostalgia sentimentale. Non vedo l’ora di leggere le successive ‘puntate’!

struggente racconto di un bambino che ha bisogno di illuminare il mondo : tutti noi siamo quel bambino

Sono contento che il mio narrare vi riesca a condurre nel vivo del mio mondo!!!

Grazie per i commenti che mi aiutano a riflettere!!!

Difficile commentare, ancor più difficile esprimere parole riguardo a questo vissuto. Una cosa sento di poter dire, la tua anima raggiunge mete che i nostri occhi non possono.

Racconto stupendo, di straordinaria bellezza, da cui colgo piuttosto distintamente un importante discernimento tra visione e percezione quando si è di fronte ad un oggetto. Il dono della vista non è certo un’ovvietà e comprendo a fondo quanto si possa desiderare, ove lo si perda o non lo si abbia ricevuto. Tuttavia, non è nemmeno un’ovvietà l’atteggiamento che si tende a perdere nel tempo, di percepire la specialità di ciò che ci circonda; come pure il semplicissimo sentirsi investiti mille profumi e dalle luci della città, in una serata amena di fine inverno.

Bellissimo!!! Bravissimo Antonio

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