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Viaggi al buio / 3

Posted on: 28/04/2015

di Antonio Giampietro

Una serie di luoghi sorprendentemente raccontati da qualcuno che il mondo non rinuncia a percorrerlo anche se non può vederlo. Viaggi da un microcosmo intimo a una geografia reale: reale e dura.

 

 

 

Il Trentino: la vertigine dell’essere

Il giallo e il verde sono i colori che riempiono la memoria quando penso al Trentino. Sono i colori della bellezza e della ricchezza di quella terra, i colori degli odori che gonfiano il cuore, i ricordi, le lunghe passeggiate, i tuffi freddi nei laghi, le corse nei boschi, nei prati, lungo i fiumi o i vecchi binari di treni che forse non passano più. Il Trentino ha la consistenza della plastica dura di un camion giocattolo, di quelli che raccolgono le pietre, un camion giallo con la cabina liscia, senza vetri, di cui si possono toccare i sedili, il volante e le marce; col rimorchio, attaccato rigidamente alla motrice, e il porta-pietre mobile di una plastica liscia ma a righe in rilievo, che si solleva posteriormente per permettere di svuotare il carico. Le mie mani affondano nel ricordo del Trentino attraverso la vertigine che mi prende quando mi rivedo ad accarezzare quella plastica, ad annusarla, quasi fosse una droga benefica, a perdermi nel suo odore pulito, vergine, di plastica appena forgiata, pura nella sua artificialità immacolata.

Il Trentino è la terra che, assieme alla Puglia, ha segnato più la mia infanzia e adolescenza, una terra dove ho passato molte estati, non saprei dire quante, ma sicuramente tante, se paragonate ad altri posti che ho visto molto più di rado. Questo accadeva perché mio nonno paterno era ammalato, aveva una tosse cronica, dicevano l’avesse presa quando, in un periodo che non ho mai vissuto, andava a lavorare alla Fibronit, una fabbrica barese che trattava l’eternit e seminava malattie e morte. Dopo che gli era stata riconosciuta una certa percentuale di invalidità su lavoro, mio nonno aveva avuto diritto, oltre che a una pensione, a un periodo estivo da trascorrere presso le terme di un paese montano. Lui si era messo d’accordo con un’albergatrice, una signora che non so per quale strano motivo aveva conosciuto in giro da qualche parte in Italia, e invece di godere dei tre mesi che gli spettavano – che poi divennero due, in seguito –, si faceva ospitare insieme con mia nonna gratuitamente per uno e mezzo.

Uno stratagemma per fare le vacanze gratis insieme, che lasciava felice anche l’albergatrice, visto che invece di avere la stanza impegnata per tre mesi, l’aveva solo per uno e mezzo e le veniva pagata per tutto il periodo. Mio nonno, un uomo rude e veramente ostile alla vita, pur nella sua completa ignoranza, aveva una scaltrezza e un’intelligenza finissime per le cose che gli potevano portare benefici: mi ricordo un sacco di episodi semicomici che procurava con i suoi stratagemmi, come quello di rivendere a Bari il vino che prendeva da Cassano delle Murge, paese dove era nato, allungandolo col chinotto per aumentarne la quantità e modificare il sapore «per renderlo più di pregio»…

I vantaggi di quelle vacanze non erano solo per i miei nonni e per l’albergatrice, ma anche per mio cugino e me, i nipoti più grandi, che ad anni alterni potevamo andare con loro a godere di quella meravigliosa e fresca terra. Ricordo che ero già stato qualche anno prima in Trentino, e che c’era anche mio padre con me, giocavo con il camion delle pietre accanto a un muretto che dava in un campo pieno di mele: che odori invincibili… Ma la vacanza che mi è rimasta più impressa e che mi ha ‘iniziato alla vita’ è quella dell’estate 1989.

Quell’anno i miei nonni avevano deciso di portare me con loro, e io non ne vedevo l’ora; ero eccitato e contento. Mi attendevano nuove esperienze e amicizie, lunghe passeggiate, sapori sconosciuti, segni da interrogare. Sono sempre stato un bambino curioso, al limite della sopportazione, perché ponevo tantissime domande e volevo le risposte giuste, vale a dire esaurienti, non mi accontentavo di un “è così”, o “è grande e rosso”. I particolari sono ciò che fa la differenza e io li volevo conoscere tutti: la vita, in fondo, è fatta di infinite cose, mi dicevo, e seppure non potrò mai conoscerle tutte e sapere come sono fatte, voglio almeno conoscerne abbastanza per ritenermi soddisfatto… Non sapevo allora che la soddisfazione non giunge mai quando un uomo è pervaso dalla fame di conoscenza, questo l’ho appreso, almeno penso di averlo appreso, solo molti anni dopo, anche se la nuova convinzione non ha sconfitto la mia innata voracità.

La prima avventura sarebbe stata quella di affrontare un superviaggio in treno: Bari-Venezia, poi Venezia-Trento e infine Trento-San Cristoforo. Chissà quanti posti avremmo attraversato a bordo di quel treno, quanti luoghi, quante città, quante campagne, quanti territori diversi – coste, pianure, fiumi, montagne – per giungere sul mare, a Venezia, città che si regge sull’acqua – ma come fa? –, e poi da lì, via verso le montagne, prima con un treno fino a Trento e poi con un trenino che attraversa tanti posti semi-isolati tra le valli e i pendii delle Dolomiti…

Ero così eccitato e contento quando arrivò la sera della partenza e salii assieme ai miei nonni a bordo del treno Bari-Venezia: avremmo viaggiato di notte, ma io, nonostante vedessi soltanto luci e ombre, sarei stato sveglio per tutto il tempo per cogliere tutte le inflessioni luminose che avremmo incontrato, per ascoltare ogni minimo battito che quel treno avrebbe fatto sulle rotaie, attraverso quella lunghissima strada, quelle interminabili ore. E i profumi di quelle valigie, impregnate di pulito – la roba che portavamo con noi – e di grappa: o almeno io pensavo fosse grappa quell’odore di alcol che veniva dai bagagli di mio nonno.

Era un sogno che si avverava, la prima volta lontano da casa senza i miei genitori; già pregustavo la libertà che mi sarebbe toccata lontano dagli occhi permissivi, ma sempre vigilissimi, dei miei, sotto la custodia attenta, ma sempre un po’ più concessiva dei nonni. Mia nonna era sempre attenta e vogliosa di soddisfare le mie domande, mentre mio nonno era alquanto silenzioso e capace di comunicare solo a gesti.

Nonostante l’eccitazione, quella notte non rimasi sveglio per tutto il viaggio, a tratti mi addormentavo, a tratti tentavo di godere fino in fondo delle emozioni che mi scorrevano accanto, nell’aria, e dentro, nel sangue. Non c’era aria condizionata all’epoca, e gli scompartimenti erano pieni, con le porte socchiuse e i finestrini in alcuni momenti aperti sia negli stessi scompartimenti sia nel corridoio.

Così i suoni penetravano più vividi in quei tratti e, insieme alle luci che io cercavo di cogliere attaccato al finestrino, si trasformavano nella mia mente in una galleria infinita di immagini e figure uniche, nuove. E poi, quando si giungeva in una nuova stazione, il treno rallentava, i finestrini si spalancavano, si percepiva il rumore più accoccolante delle ruote che più calme danzavano sulle rotaie, poi un leggero sibilo e un odore acre nell’aria, quello dei freni che bruciavano e donavano al vento i loro miasmi dolci-amari, che sbalzavano gli animi e li facevano dondolare come pendoli tra passato e futuro. Tutto questo fu quel viaggio di notte, un miscuglio fantastico di visioni notturne e odori sconosciuti ma riconoscibili, un viaggio reale, ma anche di cuore e di immaginazione.

Alle sette si giungeva ormai alla meta, Venezia; bisognava prepararsi per scender dal treno con i bagagli e trasbordare sull’altro. Allora, prima il passaggio in bagno, per fare pipì e lavarsi i denti (quanto amavo entrare nei bagni del treno al mattino, quando l’inciviltà era meno marcata, e sentire quel fortissimo odore di dopobarba che lasciavano tutti coloro che usavano profumarsi in quel modo dopo un lungo viaggio notturno!), poi il recupero delle valigie e il tentativo di mettersi più avanti possibile nel corridoio per scendere per primi, quasi col timore che non si facesse in tempo e il treno ripartisse, imprigionando a bordo chi avesse perso l’attimo. Una paura, devo confessare, che mi è rimasta un po’, e infatti mi alzo sempre troppo presto quando devo scendere da un treno e resto, spesso, molti minuti ad attendere che si fermi. A Venezia l’aria era fresca, quasi fredda, i miei nonni misero i bagagli su un carrello e, aiutati da un facchino, ci dirigemmo verso l’altro treno. Non so quanto tempo ci fermammo nella stazione, io ricordo solo il cielo completamente azzurro, chiaro, e l’odore di disinfettante del treno su cui salimmo dopo quella sosta di passaggio.

A Trento ci attese invece il trenino, i cui sedili erano in pelle, appena quattro vagoni; e già assaporavo, appena salito, la cavalcata affascinante che avremmo fatto tra le montagne per giungere alla meta di San Cristoforo. Il viaggio sul trenino si rivelò ancora più bello e affascinante di quello che avevo sognato. Era stupendo inerpicarsi tra le montagne su di un mezzo così piccolo, che profumava di storia, di un’epoca ormai passata da un pezzo.

Essere sballottati a destra e sinistra sui tornanti era piacevole, mi dava il senso della montagna, e poi era meraviglioso poter affondare il mio povero sguardo nel cielo infinito dei precipizi e fissare il vuoto; un po’ lo temevo, ma era troppo emozionante volare fino all’ombra della sagoma montana che potevo vedere in lontananza o perdermi negli spazi tra le cime inabissate nell’azzurro!

Era quasi ora di pranzo quando giungemmo a San Cristoforo e finalmente potemmo sistemare le valigie in quella che per un mese e mezzo sarebbe stata la nostra casa-stanza. Scendemmo, dunque, a mangiare: tante volte ho ripensato al ristorante di quell’albergo, a quei piatti dal sapore fino ad allora sconosciuto. Quante volte avrei cercato, dopo quell’estate, di riassaporare una polenta come quella che potei assaggiare quella volta! Forse era la gioia per la novità, forse era il senso invincibile del viaggio che mi faceva assegnare a quel piatto un gusto unico, che non sono più riuscito a ritrovare, nonostante in Trentino ci sia tornato più volte.

Avevo qualche raro ricordo di San Cristoforo, risalente al viaggio di qualche anno prima, ma erano ricordi labili, che avrei poi rivissuto pienamente solo in questa nuova visita. San Cristoforo al Lago è un paesino molto piccolo, basti pensare che un censimento del 2005 gli attribuisce appena 164 abitanti; è, però, o quanto meno all’epoca lo era, un’ambita meta turistica, essendo la frazione di Pergine Valsugana sulla riva settentrionale del lago di Caldonazzo. Il paesino ha una storia molto curiosa e intrigante, in quanto l’insediamento originale consisteva in una chiesetta del Duecento, dedicata al santo che gli dà il nome, e forse qualche casetta su di un isolotto in mezzo a una zona paludosa del lago, collegata alla terraferma attraverso un ponticello di legno.

San Cristoforo la si può dividere sostanzialmente in due parti: una superiore, verso la chiesetta, con una salita tagliata a metà dalla ferrovia, dove già all’epoca passavano pochissimi treni, e una pianeggiante, più vicina al lago, divisa dall’altra da una strada longitudinale che tagliava tutto il centro abitato, una zona che, tra distese di alberi di mele, un minigolf e prati, portava fino al lago. L’albergo in cui eravamo era proprio sulla strada centrale di San Cristoforo, con l’entrata rivolta al lago, che però non si vedeva, essendo qualche centinaio di metri al di là degli alberi, mentre la chiesetta si trovava alle nostre spalle.

Davanti all’hotel c’era un patio con delle sedie e qualche sparuto tavolino; sulla sinistra dell’entrata vi era, invece, un dondolo e, più in là, un giardino che costeggiava il palazzo, il cui limite nella parte posteriore era costituito dalla massicciata con la ferrovia, con un muretto non più alto di un metro, montando sul quale ci si ritrovava quasi sulle rotaie. Ripensandoci non era propriamente un posto sicurissimo, soprattutto se si lasciavano i bambini liberi di giocare proprio in questo giardino, come infatti accadeva, ma la bassissima frequenza dei treni – e la fortuna – evitarono, almeno per quell’estate, incidenti.

Dell’hotel non saprei riproporre uno schema preciso, mi ricordo solo le stanze, non troppo grandi, ma pulite, e diversi ambienti, come il bar che era situato subito dopo la hall, il ristorante, che era sulla sinistra dell’entrata e occupava tutta la parte inferiore dell’hotel, le cui porte si aprivano a destra e a sinistra del dondolo, e poi una zona al di là del bar, dove c’erano i bagni alla turca, un particolare che mi è rimasto impresso, visto che era la prima volta che li vedevo. In verità durante quella vacanza scoprii anche altre parti dell’hotel, accessibili solo alla servitù, ma a cui io riuscivo ad avere accesso, perché feci amicizia con il figlio della proprietaria, Mattia, e questo mi diede modo di scorrazzare liberamente – e direi anche imprudentemente – un po’ dappertutto: una stanza in particolare mi è rimasta impressa, la lavanderia, dove c’erano enormi cesti di biancheria che odorava di pulito, e dove amavamo giocare a nascondino dietro le lavatrici o immersi nel bucato (che, dopo, ma lo comprendo solo ora, non doveva essere più tanto pulito!). Mattia fu il compagno di mille e più giochi durante quel mese e mezzo che passai presso il suo hotel.

Ma le più fascinose avventure erano quelle che ogni giorno credevo di affrontare con i miei nonni, in giro per la provincia e nelle città raggiungibili in treno, da Bassano del Grappa, di cui ricordo un bellissimo ponte sul fiume, sul quale passavo stupito dalla bellezza che può avere un semplice particolare, come quell’acqua che sotto di te scorre forte, o quegli archi che tagliano a pezzi il panorama; alle lunghe passeggiate di cinque chilometri per andare al mercato, ogni mercoledì o venerdì, non ricordo più bene, a Pergine, per vedere cosa poteva offrirci quel luogo tra vestiti e chincaglierie da portare giù in Puglia, da regalare come souvenir o semplicemente da tenere per la stagione successiva. Già, chissà com’è, noi pensiamo che le spese fatte fuori siano sempre più convenienti e, se l’evidenza dimostra il contrario, con un costo uguale o superiore, allora vuol dire che la qualità sarà superiore che giù da noi…. E poi ancora si poteva andare al mercato di altri paesi, più grandi e più lontani, ‘mitici’ luoghi dove inabissarsi alla ricerca di oggetti unici da portare ai miei genitori (“questi sì che saranno regali davvero straordinari!”): un portacassette giallo con apertura a scatto per mio padre, una bilancia per mia madre… Da allora in poi ho sempre amato portare regali, dai luoghi che ho visitato, ai miei famigliari e ai miei amici più stretti. Infine c’erano i viaggi fatti con mio nonno per andare in posti sperduti a contrattare l’acquisto di grappa e vini unici, chilometri e chilometri di passeggiata per giungere a una simil-fattoria di montagna, dove ricordo di essermi divertito un mondo a giocare con un cane, un pastore tedesco enorme, o almeno a me bambino così pareva, a cui mettevo le mani in bocca e che rincorrevo attraversando come una scheggia impazzita i prati attorno al rustico della casa, tra l’odore e i suoni vicini delle galline e dei conigli.

Un giorno, però, il mio stupore raggiunse l’apice, quando mio nonno ci annunciò che saremmo andati a cena da un ricco industriale – non ho la più pallida idea di come e dove avesse potuto incontrarlo – che mi voleva conoscere, sì, proprio me, e che ci avrebbe fatto dono di vini a volontà. Non ho mai capito come facemmo a riportare in un solo viaggio in treno tutte quelle bottiglie di vino e di grappa che comprammo in quell’estate, oltre ai tanti regali e vestiti con cui tornammo dieci volte più carichi…

Quel giorno, dunque, comunicammo alla “padrona”, così chiamavamo l’albergatrice, che non avremmo cenato lì, e ci dirigemmo, in un’auto guidata dal nuovo amico di mio nonno che ci avrebbe ospitato, verso un paese a un’oretta di distanza da Pergine, un paese di cui non mi sovviene più il nome, ma che ricordo abbastanza trafficato. Ci fermammo a prendere un giornale a un chioschetto presso il cimitero e, se il particolare mi è rimasto impresso dopo tanti anni, vuol dire che devo aver posto tantissime domande sulla stramba particolarità che questo si trovasse proprio nel centro del paese. Poi, dopo qualche piccolo acquisto, forse per prender qualcosa che mancava per la cena, proseguimmo verso la periferia, su per una strada che ci condusse a una grande casa. Era praticamente un palazzo isolato su di un dirupo, dislocato su tre piani, con stanze non amplissime, ma numerose, e la scala che conduceva su era di forma tondeggiante, quasi a chiocciola. Cenammo sul terrazzo, un grande terrazzo che si affacciava sulla valle di sotto, con tantissime montagne tutt’attorno. Fu la prima volta nella vita che ebbi coscienza reale di soffrire di vertigini e capii perfettamente cosa questo significasse.

I padroni di casa mi condussero, infatti, a vedere il panorama, certo non era molto quello che potevo cogliere, ma era affascinante lanciare gli occhi verso le ombre delle montagne e perdersi nel vuoto che a me, nell’ora del tramonto, pareva immenso e popolato da informi creature, vacue, lontane, vacillanti. La testa mi girava e con essa girava tutto il terrazzo, il tavolo, la casa, non riuscii fino alla fine della serata ad alzarmi da quel tavolo, dovevo fissare il piatto e tenermi fermo con le mani sui braccioli della sedia per non cadere… La serata, però, fu piacevole, perché i nostri due ospiti, forse sulla quarantina, avevano due figlie, due ragazze un po’ più grandi di me. L’idea di poter passare tanto tempo con due ragazzine mi rendeva felice e già immaginavo stratagemmi per poterle stupire, chissà, farle innamorare di me, bambino curioso e spesso distratto, che osservava il mondo e parlava dell’infinito, dell’universo, delle stelle, delle avventure spaziali che un giorno avremmo vissuto, che faceva tante e tante domande a tutti!

Le ragazzine, soprattutto la più grande delle due – doveva avere quindici anni – mi davano retta ed erano gentili con me, e io ne ero contento. Ora che sono trascorsi tanti anni, non so dire se fossero gentili con me perché interessate alla mia persona o al fatto che non vedessi e per questo rappresentassi per loro una novità. Ma non importava allora e non importa oggi. La cosa, però, che mi ha lasciato quel momento è un senso di appagamento cordiale, quasi la sensazione di un innamoramento, non tanto di una delle due ragazze – quella più grande, bionda, magra, alta (relativamente alta, visto che io ero un ragazzino di nove anni), con quell’accento nordico tanto diverso dal mio, di famiglia ricca – quanto della ‘ragazza in sé’: ero perso dietro il sogno di un innamoramento. Quando poi andammo via e lei, quell’angelo biondo, mi aiutò a indossare il giubbottino, mi accompagnò sotto braccio fin giù e mi salutò con un bacio sulle guance, io fui certo di essermi innamorato di quel sogno. Naturalmente quelle ragazze e la loro famiglia non le ho più viste da allora, non le ho, invero, nemmeno cercate, però a distanza di tanti anni la sensazione di vertigine e lo spaesamento del primo innamoramento sognante restano ancora.

Mio nonno possedeva un radiolone dotato anche di un lettore di cassette e mi ricordo che ogni mattina ci svegliavamo con un po’ di musica nell’aria, forse Casadei, musica romagnola o delle montagne, non ricordo più, ma era stupendo sul presto spalancare la finestra, uscire sul balcone nell’aria frizzante e stare lì a godere del fresco e della natura che sorgeva per qualche minuto infinito, prima di rientrare in stanza e trovare la radio a volume abbastanza alto, sentire l’odore del dopobarba e ricevere, prima di scendere a fare colazione, una caramella alla menta che mio nonno, col pretesto della tosse, aveva sempre a volontà e si procurava facendo tappa fissa nei negozietti di dolciumi che incontravamo in ogni paesino che visitavamo.

I giorni in cui non facevamo escursioni per mercati o in cui i miei nonni andavano a Levico per le terme, io restavo in hotel in compagnia di Mattia. Grazie a lui conquistavo ancora più libertà di quella che già da solo mi prendevo, staccandomi, di tanto in tanto, dalla mano affettuosa di mia nonna. Con lui mi potevo muovere libero in giro per la struttura dell’albergo, un po’ condotto dal suo braccio, un po’ dalla sua voce, e potevo scorrazzare senza legacci lì nei pressi, nei giardini attorno, e qualche volta attraversare anche la strada, facendo attenzione che le auto non giungessero, per andare a raccogliere le mele nel grande parco di fronte, scavalcando il muretto di un metro circa che lo cingeva. Con Mattia, che aveva due anni meno di me, eravamo sempre indaffarati a costruire castelli con le pietre, a immaginare di gestire l’albergo, a saltare sulla massicciata della ferrovia, a correre lungo le rotaie e a raccogliere mele nel parco di fronte all’hotel. Ma la cosa che amavamo sopra ogni altra era fermarci a chiacchierare seduti sul muretto davanti ai binari, lì, a mezzo metro da quei pezzi paralleli di ferro e, mentre parlavamo, io mi perdevo in quello stupendo odore agrodolce che le rotaie dei paesi donano all’aria, l’odore di storie di viaggi a bordo di un trenino, l’odore delle traversine vecchie che possono scaldare un cuore. Nulla mi rendeva più felice che aspirare con tutto me stesso quell’odore e portarlo con me durante la giornata, un profumo che, quando mi capita di ritrovarlo nei pressi di vecchie ferrovie, trasporta il mio animo in altri mondi che dal passato intermittente mi ricordano la bellezza della libertà.

Circa a metà di quella vacanza estiva si aggiunse a noi una nuova amica, Lori, una ragazzina di Genova o Savona, non ricordo più bene, che invero posso considerare la mia prima fidanzatina. Non so più come fosse Lori fisicamente, ma questo poco può importare in quanto, avendo lei undici anni, all’epoca doveva avere un aspetto fisico poco più che da bambina: ricordo, però, che era molto dolce e affettuosa con me.

Era più grande di me, quindi probabilmente aveva una maggiore coscienza del mondo, per quanto questa fosse sempre una coscienza relativa, penso le interessasse conoscere il mio mondo, sapere come si potesse vivere senza vedere o vedendo soltanto a sprazzi, e poi penso che le piacesse la mia curiosità e la mia capacità di memorizzare le cose, i percorsi, i discorsi: capitava spesso che camminassimo sotto braccio per passeggiare vicino all’hotel, nel giardino, o sulla strada frontale che lo collegava al lago, ed ero io che le mostravo il percorso per giungere alla sponda più bella, quella che dava, venendo dall’hotel, sul canneto a sinistra, il bellissimo canneto folto da cui uscivano in fila le nere anatre selvatiche, anatre piccoline e vispe, che io amavo ascoltare starnazzare seduto sulla breccia in riva al lago. In compagnia di Lori e di Mattia passammo lunghe serate a raccontarci favole e storie sul dondolo davanti al ristorante e tanti e tanti bellissimi pomeriggi di giochi.

Lori era sola con sua madre in vacanza, probabilmente lei aveva divorziato da suo padre o forse non erano mai stati sposati, non ebbi né la possibilità, né il coraggio, forse, di chiederglielo. Fatto sta che a sua madre io ero molto simpatico e ogni volta che poteva mi portava con loro. Fu così che un giorno andammo insieme alle giostrine del paese, qualche centinaio di metri a sinistra dell’hotel, su un prato a poche decine di metri dal lago: fu bellissimo spingere Lori e da lei essere spinto sull’altalena, su quella giostra rustica, fatta da due funi di corda intrecciata a cui era appeso un vecchio copertone d’auto; su quella rudimentale giostra dondolavano tutti i miei sogni di bambino felice. Poi le nostre mani s’intrecciavano per far girare all’impazzata il disco volante di ferro e io mi sentivo girare la testa, ma stavolta la vertigine che mi prendeva non era causata né da quel movimento folle, né dall’altezza, bensì dall’ebrezza di essere lì a sfiorare le mani di una bambina che percepivo volermi bene!

E poi ci fu il giorno in cui andammo insieme al lago, sulla bellissima spiaggia di sabbia, forse in realtà più terriccio che sabbia; c’erano uno scivolo ad acqua e un ponticello di pietra che si tendeva verso il lago per permettere a chi volesse di tuffarsi dove l’acqua era più alta. Ci alternammo nella cabina che la madre di Lori aveva preso quel giorno, per indossare i costumi da bagno. Poi andammo insieme verso il lago, prima ci facemmo il bagno entrando dalla spiaggia, poi io volli fare i tuffi e Lori mi accompagnò sul ponticello.

Lei mi attendeva in acqua e io mi tuffavo da quel trampolino di pietra facendo di tutto per farmi notare, esibendomi in piccole acrobazie per farmi ammirare da lei che mi incitava dall’acqua. Poi, per mostrare la mia bravura e la mia capacità di fare cose ‘straordinarie’, cominciai a immergermi per sondare il fondale e le portai su delle grandi cozze, alcune delle quali le regalai come pegno di amore, anche se venimmo a sapere, quando le mostrai orgoglioso a sua madre, che forse era illecito raccoglierle. Lori era impressionata dalla mia voglia di vivere e dalla mia vivacità e capacità di sapermi muovere nonostante non ci vedessi, e questo mi eccitava sempre più. L’unica cosa che non mi permisero di fare, contrariamente a quanto io pretendevo, fu quella di lanciarmi dallo scivolo ad acqua, poiché secondo la madre di Lori era troppo pericoloso che io lo facessi da solo, visto che sua figlia non voleva farlo e quindi non mi avrebbe accompagnato nemmeno su per le scalette dello scivolo. Non protestai molto, in verità, avevo già avuto abbastanza gioia quel giorno e sapevo che avrei potuto rovinare quei momenti, se avessi fatto capricci.

Il pomeriggio passò e tornammo alla cabina per cambiarci. Prima entrò Lori, poi io. Ma avevo appena indossato gli slip puliti e i pantaloncini, che la porta si aprì all’improvviso e Lori entrò. Richiuse la porta dietro di sé e mi si avvicinò:

«Sei felice Antonio?»

«Sì», bisbigliai a metà voce, un po’ sorpreso e un po’ col cuore in gola.

«Mia madre si è allontanata per andare a recuperare l’asciugamano che aveva dimenticato sulla spiaggia e io ho pensato di entrare perché volevo stare con te».

Mi si avvicinò, ci stringemmo in un abbraccio e le sue labbra leggere sfiorarono la mia guancia destra. Poi qualcuno scostò la porta, ci staccammo in fretta e io indossai la maglietta. La madre di Lori era tornata e aveva aperto la porta, non aveva visto nulla di compromettente, solo io che mi infilavo la maglietta, le era sfuggito il nostro abbraccio e i nostri visi che si incontravano timidamente.

A quel pomeriggio seguirono altri giorni felici, io e Lori ci cercavamo entrambi desiderosi di stare insieme, anche soli, io ero il suo «moroso» e, quando eravamo soli, sedevamo l’uno accanto all’altra sul muretto vicino alla ferrovia o in riva al fiume e le nostre mani si sfioravano mentre io le raccontavo storie fantastiche, che narravano di mondi lontani, delle stelle, dell’universo, di regni incantati dove principesse e principi vivevano felici. Oppure ci accoccolavamo sul dondolo, la sera, e ci stringevamo l’uno all’altra in un tenero abbraccio, tenendoci frementi le spalle accostate.

Non durò molto, giacché, pochi giorni dopo la nostra gita al lago, Lori e sua madre partirono. Non fu facile separarsi, una tristezza immensa ci prese la sera prima della sua partenza, mentre eravamo seduti sul dondolo, e tante lacrime scesero. Ci lasciammo con la promessa di scriverci, di rivederci sicuramente l’anno successivo o addirittura, dopo qualche mese, lei sarebbe venuta da me o io sarei andato a trovarla. Non accadde mai, non ci siamo più visti da allora, ma nel mio cuore è rimasto il calco indelebile del nostro primo abbraccio, lì, in quella cabina sulla spiaggia di un lago. E poi sulla pelle del mio viso per tanti anni è rimasta l’impronta delle sue labbra, dolcemente posate sulla mia guancia, un’impronta che non ho osato lavar via. E ancora oggi, quando passo vicino a un lago, se chiudo gli occhi mi ritrovo lì, tra le braccia di Lori, e un fremito mi scuote l’anima, sento ancora il suo profumo, il sapore del suo alito fresco, e un’orma leggera accarezza la mia pelle.

È il sapore sempre vivo di quel momento immortale. E mi perdo in quella vertigine dell’essere.

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