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Giorgio Linguaglossa, La filosofia del tè

Posted on: 27/05/2015

Giorgio Linguaglossa, La filosofia del tè Ensemble, Roma 2015

 

 

di Anna Ventura

 

L’ultimo libro di Giorgio Linguaglossa, La filosofia del tè (Ensemble, Roma 2015), così conclude: «Quante domande si pose il filosofo che nessun altro si pone. Domande inutili, anzi, dannose». Il filosofo è Zenone di Elea, che sta per lasciare Atene, dov’è stato per qualche tempo, per tornare a casa sua. Troppi dubbi lo tormentano, gli stessi che affliggono chiunque (anche non filosofo) si interroghi troppo su se stesso o su qualche argomento che direttamente lo riguardi: inutilità delle domande, improbabilità delle risposte. Qual è l’errore di Zenone?

Zenone sembra ruotare intorno a se stesso, ignorando che, mentre lui si arrovella, il mondo cammina per conto suo. È questo il dramma di alcuni filosofi (e non solo): la prigionia dentro se stessi. Non così, fortunatamente, molti altri pensatori, che emergono come i guerrieri dell’esercito di Xian dalla fantasia di Linguaglossa: loro sanno donare disinvoltamente agli altri il tesoro del loro sapere, oppure, se non hanno voglia di parlare (il che accade spesso), esprimono col silenzio, o con piccoli gesti allusivi, il loro pensiero profondo. Sempre, in qualche modo, insegnano, ma lo dissimulano benissimo.

I fini della loro speculazione sono molteplici: capire il nesso tra l’unire e il dividere, trovare la fissità nel movimento e, infine, rendere democratica la bellezza. Questo è il fine più nobile; a distanza di secoli, se ne sono ricordati i Romantici che poi si sono persi, in parte, in sentimentalismi banali, sirene patriottiche, moralismi da Concilio di Trento, realismo insignificante, mentre il meglio del loro pensiero andava a salvarsi nel grande mare del Novecento, dove c’era spazio per tutti. Come i nostri maestri cinesi, appunto, che sfidano i secoli senza scomporsi, che non si chiedono se saranno accettati e compresi, oppure vilipesi e tacciati di menzogna. D’altronde, chiunque si incammini sul sentiero della filosofia e della poesia, sa benissimo che non avrà vita facile e il dubbio lo accompagnerà sempre: “Che faccio? Miglioro il mondo, o perdo tempo? Vado verso la conoscenza, o me ne allontano?”.

Il nostro grande Papa dice che la realtà è più forte del pensiero e ha ragione certamente, ma il pensiero, forse, serve per conoscere meglio la realtà, imparare a conviverci.

Quando l’allievo Tu-I torna a casa, dopo l’invasione dei Tartari, trova la moglie in piedi, in cucina, che lo aspetta con l’imperturbabilità con cui aspettano le donne; a modo suo, lei gli narra di ciò che, in sua assenza, è accaduto (c’è da giurare che abbia fatto una selezione accurata): i morti dei vicini, le uccisioni, gli amori clandestini. Tu-I si rallegra della sua grande fortuna di essere ancora in vita, perché, per i Cinesi, l’essere in vita è il dono più grande, in barba alle insidie della vecchiaia. Non a caso, il pipistrello è un simbolo venerato, perché, pur nella sua deformità, allude alla vita longeva.

E poi c’è la gioia della bellezza, i rami del mandorlo fiorito che escono dal buio ed entrano nella finestra: «così, senza cercare nulla, senza volere nulla». Vorremmo regalare ai nostri ragazzi un’immagine di tanta struggente bellezza, perché, certamente, la capirebbero.

Il maestro Osho è morto

Oh, quanti anni sono che il maestro Osho è morto! Il suo volto azzurro si è decomposto in un brulichio di vermi e una notturna fiera ha preso il luogo del suo sembiante.

Adesso il maestro vive in una grotta dentro il lazzaretto tra i lebbrosi al limine dell’oscuro fogliame del bosco maledetto.

Oh, serbasse un’azzurra fiera memoria dei suoi anni spirituali! Il maestro ha dimenticato tutto. È lacero e mendace come un mentecatto e incita alla vendetta.

Adesso, abita il maestro morto una oscura grotta e di lì maledice gli argentei giacinti del tramonto e scaccia come topi i suoi antichi allievi e chiunque osi avvicinarglisi…

E sempre risuona dal limine dell’oscuro bosco la tosse degli uccelli dal fradicio stagno e il tinnire del canneto.

* * *

Un’azzurra fiera notturna adesso dorme sul guanciale che fu di Osho.

«Nè yin né yang, né Ming né Tao», dice un maestro del pensiero veloce.

Gli allievi del maestro Osho mostrano stupore, oscillano incerti le candide tonsure, alzano le braccia, guardano lassù – verso l’Albero – il loro maestro che ha disertato la terra.

«Nè yin né yang, né Ming né Tao», ripete il maestro del pensiero veloce.

«Mangiate dall’albero di ciliegie e bevete il tè altro al mondo non c’è…».

«Né yin né yang, né Ming né Tao».

 

 

Il maestro Osho è risorto

 

Il maestro Osho è risorto dalla bara dell’albero.

Il maestro Osho ha abbandonato l’albero che adesso stormisce nel silenzio ed è tornato tra gli uomini, ha aperto una bottega di calzolaio e trascorre tutto il tempo ad incollare, col mastice, mezze suole alle scarpe vecchie e poi batte i chiodi, ad uno ad uno, con millimetrica precisione, ai bordi della tomaia.

E incita gli allievi: «così potrete percorrere lo spazio in lungo e in largo finché tiene la tomaia potrete camminare».

Fabbrica scarpe, rozze e solide, le fa calzare ai suoi allievi e li incoraggia: «Andate per i mari e i monti e diffondete la buona novella».

Questo dice il maestro Osho agli allievi sbigottiti.

 «E qual è, maestro, la buona novella?», gli chiese un giorno un allievo maldestro.

 «La buona novella è che non c’è altro mondo che questo. Altro non c’è che un pugno di riso e una tazza di tè. Andate, perché altro non c’è».

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6 Risposte to "Giorgio Linguaglossa, La filosofia del tè"

Tra filosofia e saggezza corre una differenza profonda. Dove il filosofo cerca la verità nella ragione, il saggio la ricerca nella vita. Non ho letto il libro di Linguaglossa, ma nel racconto del maestro Osho, che muore e risorge, mi sembra di scorgere la metafora della fusione inestricabile della vita con la morte, e ciò amplia a dismisura la visione del reale. Dice il Saggio: “La buona novella è che non c’è altro mondo che questo”, ma nessuna semplificazione è ammissibile se il fine della sua speculazione è di “capire il nesso tra l’unire e il dividere, tra la fissità e il movimento”. I Presocratici (che non erano filosofi, ma saggi) parlavano di armonia dei contrari. E Socrate, che ne conclude il pensiero, parlava di “maieutica”: un metodo per insegnare senza insegnare. Complimenti vivissimi.
Franco Campegiani

Un tempo filosofia e poesia erano un’unica cosa. Linguaglossa è uno di quei rari poeti-filosofi che la modernità conosce. E il suo è un pensiero originale, come originalissima è la sua poesia, che deve trovarsi una via mai percorsa – almeno da alcuni secoli – in un mondo che il pensiero lo aborrisce. Non mi è mai successo che, leggendo la sua poesia, non ne sia emersa con una visione ampia delle cose. Ma non inganni il fatto che Linguaglossa sembri parlare di un passato o di personaggi di un lontano passato. Una delle verità che più gli sono chiare è che nella dimensione in cui si muove la poesia – l’anima dell’uomo, che trascende il mondo visibile – non esiste passato, o futuro. Ma un eterno presente.

Trascrivo il Commento giunto alla mia email di Silvana Palazzo:

Caro Giorgio
Avevo scritto questi miei pensieri intorno al tuo libro appena letto ma non avevo avuto l’ardire di proporteli. Fanne quello che vuoi. Fammi poi sapere. Con affetto
Silvana

Le parabole poetiche di
Linguaglossa, regista di parole

La prima impressione che si percepisce, dopo la lettura di questo ultimo libro di Giorgio Linguaglossa, è che l’Autore, in questo lavoro, abbia sostanzialmente dato prova di essere un regista dell’uso delle parole che non si consumano mai.
È semmai il modo di usarle che si consuma.
Personalmente, ho sempre ritenuto che l’attività di regia sia una fra le più onerose oltre che importanti. Perché regista? Perché nel contenuto del libro c’è tutta la maestria di chi, attraverso l’uso delle parole, riesce a creare l’ambientazione, la scenografia, con il testo-sceneggiatura. Per cui il lettore si ritrova, sin dall’inizio del primo rigo, in una società inventata dove il passato, dall’evento delle torri gemelle e dalla catastrofe ambientale, nel futuro, in un 25mo secolo, che è però un ritorno al passato, dell’Epoca T’ang.
Le parabole che compongono il testo racchiudono in sé concetti fondamentali della filosofia cinese. Il regista ha scelto come ambientazione un’epoca antica proiettata nel futuro e inoculato in queste parabole dei racconti-novelle che, come pennellate, riescono a trasferire e donare piccole pillole di saggezza al lettore a cui attingere per la ricerca dell’autenticità.
Perché tanto lavorio? Probabilmente il messaggio o i messaggi che il libro ci rimanda avrebbe, senza questa immaginaria collocazione, perso parte del proprio fascino ma non sarebbe venuto meno all’aspetto didascalico che il libro contiene ed ha in sé.
Non sono sicura che questo sia stato l’intento dell’Autore ma che, di fatto, vi appare e per cui vi si trovano diversi maestri, Me Ti, Osho, Yze etc. che calati nella narrazione ci indicano in quell’epoca la strada giusta per una ricerca che può non avere mai fine o comunque può coinvolgere l’ intera vita.
Non mi inoltro a trattare di chi ha voluto fare paragoni con altri testi pieni di una serie di aforismi lontani dalle pennellate intrise di poesia e immaginifiche dell’Autore.
Linguaglossa diventa così il Maestro che, attraverso i maestri della filosofia orientale, ci insegna quello che altri grandi nell’era contemporanea hanno tentato di fare:
Il ricongiungimento con l’altro da sé teso al raggiungimento della verità di noi stessi quindi della vera autenticità. Ma perché l’autenticità viene indicata come strada maestra per il raggiungimento della felicità? Argomento scottante che sin dalla antica Grecia ha interessato poeti pensatori e poeti. La felicità, è ciò traspare chiaramente dalla lettura di questa libro, non consiste nell’Avere come la società contemporanea ha insegnato a noi e ai nostri figli ma nell’equilibrio tra quello che abbiamo e quello che vorremmo avere. Me Ti per esempio, dopo la distruzione dell’era in cui viviamo, ritorna a casa e si rallegra delle piccole cose che ritrova mentre un ramo di mandorlo fiorito entra come emblema del rinnovamento e della felicità dalla finestra della sua misera casa.
Altro esempio è quello del maestro calzolaio che non risponde alle domande che gli vengono poste ma continua imperituro a cucire ed incollare le sue orrende scarpe.
E che dire del maestro che costruisce disperatamente un muro davanti al mare! Che il nostro Autore sul blog collega ad una sua stessa esperienza come voler dire che nessun muro potrà mai allontanarci dall’autenticità qual’e’ la natura.
C’è forse una piacevole contraddizione di fondo tra questo libro e la realizzazione di un blog – l’ombra delle parole – o forse un continuum , che le parole non servono in una società massmediatizzata. Sembra che l’Autore tenti in qualche modo di riempire quel buco come un suo personaggio (l’esistenza?) attraverso le parole.
La domanda che il lettore alla fine si pone: ma la parola è lenitiva o è meglio passare ai fatti?
Il dilemma è insito nella parabola di Lao Tze che, andando alla ricerca dell’anima, trova invece un buco dentro il quale calare parole e senza riuscirlo a riempire in maniera compulsiva.
E qui va rilevato un riferimento autobiografico perché la figura dell’Autore non si limita al saggio, ma anche alla scrittura creativa, poetico-narrativa.
Il fatto stesso di fondare un blog dal titolo L’ombra delle parole o curare un’antologia dal titolo Il rumore delle parole implica necessariamente una ricerca attorno a questo sostantivo così frequente e dalle mille sfaccettature nel significato, perché una parola può salvare il mondo, o distruggerlo; e più parole messe insieme costituiscono la essenzialità nei rapporti interpersonali tra gli individui su questo pianeta.

Ma il linguaggio può variare. Uno dei maestri adotta infatti l’idioma degli uccelli e questo ci fa pensare e capire l’importanza di un dialogo più profondo con la natura in un mondo che nel passato/futuro e’ stato distrutto da una catastrofe ambientale .
Mai come oggi la filosofia riprende anche se in maniera diversa quest tematica del rapporto dell’uomo con il pianeta terra visti i pessimi risultati raggiunti da una società tecnologica che non ha tenuto conto follemente delle nefaste conseguenze del proprio sviluppo. E il pensiero corre a Leopardi a Pascoli a Gadda a diversi autori e filosofi che hanno visto quanto la poesia sia vicina alla filosofia e si sono interrogati sul mondo attraverso gli strumenti in loro possesso. Oggi nel campo filosofico come in quello poetico questa trattazione risulta prioritaria rispetto a ben altre tematiche. La parola però va gestita, deve nascondere in sé necessariamente un pensiero altrimenti si finisce in un una torre di babele dove i linguaggi non corrispondono alle idee pensate ma non recepite dall’interlocutore. Il pensiero si è ristretto e rimane circoscritto a delle realtà contestuali di ordine pragmatico e si sente più bisogno di filosofia e di poesia . La parabola scelta da Linguaglossa si avvale della metafora e del simbolismo per lanciare il messaggio attraverso il quale dare risposte a volte implicite a volte esplicite.
La protagonista però resta la parola, quella che dà risposte e che i maestri sembrano non voler disvelare quasi a volerne conservare l’integrità. L’uomo ha bisogno della parola e c’è chi come Chon ha la pazienza di attendere tutta la vita.

Silvana Palazzo

Linguaglossa critico è un praticante del discorso inesausto, che non si accontenta di sè. Il suo argomentare è sovente ruvido, concede poco al comune sentire. Devoto alla propria libertà, le dà volentieri in pegno l’accondiscendenza che tanti altri sentono di dovere ai mammasantissima delle Lettere. Inanella frasi severe ma è severo con se stesso.
Non so questo libro, adesso. Le anticipazioni che qui leggo, nel corpo della recensione della poetessa Ventura, sono molto interessanti.
Eugenio Lucrezi

Osho è stato un maestro inimitabile e diverso dai tanti santoni che hanno percorso le strade dell?india e del mondo. Prescriveva la libertà, l’autenticità e la ricerca instancabile di se stessi. Sotto il suo influsso ho scelto il mio nome di poeta: Meeten che significa “amico” e Nasr che vuol dire “il vittorioso”.

Anna Ventura, come Autrice di versi memorabili e come interprete dell’altrui arte poetica, non concede niente né al dilettantismo né all’improvvisazione. Recensendo l’opera di Giorgio Linguaglossa,
Anna V. ci offre una tazza di tè e un pugno di riso, quanto basta per affrontare impavidi le oasi e il deserto della vita, entrando nella essenza
della poetica linguaglossiana. Brava Anna, Gino Rago

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