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LORENA LIBERATORE, Il Salento metafisico di Carmelo Bene

Posted on: 04/07/2015

 


LORENA LIBERATORE, Il Salento metafisico di Carmelo Bene

FaLvision, Bari 2012

 

 

di Piero Fabris 

 

Questo fortunato saggio, bisognoso già al primo anno di una ristampa, dato l’apprezzamento  dei lettori, non solo offre preziosi spunti di riflessione sulla persona di Carmelo Bene, ma soprattutto ha il merito di essere un’opera intellettualmente onesta, giacché dissipa molti degli stereotipi con i quali si è voluto frettolosamente archiviare, anzi affossare l’autore/attore. Dopo un’appassionata e pirotecnica introduzione di Carlo Coppola, che si svela luminoso conoscitore dell’opera e delle vicende umane dell’artista, lo studio di Lorena Liberatore coinvolge col suo metodo ‘a tutto tondo’, capace di offrire un’idea chiara sull’arte del salentino.

L’opera sembra quasi un atto dovuto, un omaggio all’artista che, allergico ai riti, ai culti vuoti, era sempre alla ricerca di un sistema di comunicazione/trasmissione, cioè di una forma teatrale che fosse immediata e fresca. Bene era fiero, indomabile, con schiettezza e senza mezzi termini denunciava l’accademismo ed era irriverente verso modi di insegnare e fare teatro incapaci di arrivare all’uomo con autenticità. Per lui gli insegnanti veri sono quelli capaci di migliorare la vita artistica dell’allievo attraverso uno «sconvolgimento […] costruttivo»  e sostanziale.

In certi ambienti circolava la battuta: «Come va? Non c’è Bene, grazie!»  e questa frase sintetizzava quanto la sua presenza fosse «ingombrante». Ma questo nuovo studio evidenzia quanto in Bene fosse grande la consapevolezza delle sue potenzialità; forte della propria «cultura raffinata», egli obbediva al desiderio di raccontare. Carmelo Bene, osava, anzi era audace: in pochi riconoscevano in lui il diamante che splende nonostante (o forse proprio grazie al fatto che) avesse avuto una vita «complicata».

La sua interpretazione di Caligola è ricordata come evento memorabile: andò a chiedere ad Albert Camus il permesso di poterlo portare in scena, nonostante i pareri negativi di quanti sapevano che a Giorgio Strehler quei diritti erano stati tolti dall’autore dell’opera. Ma il pugliese raggiunse lo scopo…

Piuttosto che come un innovatore, un anticipatore, la studiosa lo inquadra come una «unicità», un aristocratico della Cultura, un patrizio salentino nel quale vive tutto il barocco leccese e il bestiario  della propria terra con lucidità, una terra di confine, una terra periferica, vissuta e trascesa come risorsa sorprendente; perciò senza inciampare nelle visioni stereotipate e banalizzanti, l’autrice opera una sorta di sottrazione, cioè sperimenta un metodo che favorisca una più pura visione della realtà delle cose. Questo testo svela tutto il carattere insofferente dell’artista e la sua grande capacità di essere l’interprete della finzione, ponendosi come «opera d’arte vivente», cioè di essere una fusione di uomo e artista. La studiosa ben lo presenta quale protagonista del palcoscenico artistico sempre pronto a dissacrare il ritualismo opprimente, a liberare l’uomo dalle gabbie dell’apparenza in un gioco di dissolvenze, di deliranti sbornie visionarie, di pazzia miracolosa grazie a una «Salomè che strappa i veli» mimetizzanti, per offrire l’uomo all’uomo con le sue fragilità e i suoi malanni.

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