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LUCIANO LUISI, Altro fiume, altre sponde

Posted on: 08/07/2015


LUCIANO LUISI, Altro fiume, altre sponde

Nino Aragno Editore, 2015

 

 

di Carmine Tedeschi

 

Ha davvero il carattere volubile d’un fiume torrentizio e l’invitante pigra improvvisa ombra di un’ansa ghiaiosa lungo le sponde, questo verseggiare nervoso, disuguale, ora dispiegato ora irruento ora raccolto, incurante di metri e misure e ritmi precostituiti, tutto proteso alla foce. Che poi è il dire poetico. In questo caso, il “narrare” poetico. La narrazione è infatti la cifra dominante  di questa scrittura.

Dire cosa, narrare cosa? L’essenziale. E la ricerca dell’essenziale, va da sè. Quello cui tendono in fondo tutti i poeti che hanno attraversato con travaglio la banalità della vita, la molteplicità delle vite, le apparenze del divenire, e avvertono l’urgenza di cogliere e dire, negli infiniti modi della poesia, l’essere che rimane al fondo di ogni esistenza. La matrice umana che ci affratella.

Perciò, quando il poeta – questo poeta –  dice  “io”, apre una porta sull’essere. Non è un invito alla curiosità del lettore, complementare all’esibizione d’un vissuto,  è un appello alla operosità del pensiero, soprattutto  in faccia alle svolte nodali dell’esistenza: nascere, morire, desiderare, amare, soffrire, ricordare, rimpiangere, comunicare, sentire l’emorragia e i segni del tempo. Passaggi esistenziali scontati cui nessuno può sottrarsi, eppure sempre più rimossi o banalizzati e mercificati in questo nostro tempo trasformato in un perenne, triste carnevale. 

Può apparire persino ingenuo aprire la raccolta con una lunga lirica (Vita di un uomo) che riassume in prima persona una vita intera dalla nascita alla morte, scandita come tutte le vite umane da scadenze scontate, e rappresentare anche se stesso pacificato, oltre la morte, dalla certezza di un mondo migliore. Ingenuo o supponente. E invece è una chiave di  accesso al testo offerta in forma di contenitore massimo dell’esperienza, che si offre a sua volta ad una più ravvicinata, direi ordinata lettura, della materia esperenziale. Lettura agevole, peraltro, priva degli infingimenti e dei giochi a rimpiattino così cari a tanta poesia contemporanea; lettura che scorre veloce su una materia folta di ricordi, figure, momenti memorabili messi sotto la lente d’ingrandimento del verseggiare pulito. Ne è  espediente, e al contempo spia retorica, la preferenza per le comparazioni, piuttosto che per le metafore, laddove queste ultime avrebbero – forse – nobilitato il discorso poetico, ma lo avrebbero anche oscurato e reso meno diretto.     Che non sia, questa, una felice quanto inconscia ricaduta, nella scrittura poetica, di una profonda motivazione “didattica”, in un autore che per mestiere ha fatto il curatore editoriale e l’insegnante?

 Comunque sia, il narrare poetico e la trasparenza del dettato, anche quando appuntati su minuscole cose, tendono sempre al centro del vortice esistenziale: «E viene il frutto./Ma quale senso ha il frutto/se subito marcisce?» (Il frutto).

 

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