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Viaggi al buio / 4

Posted on: 13/07/2015

di Antonio Giampietro

Una serie di luoghi sorprendentemente raccontati da qualcuno che il mondo non rinuncia a percorrerlo anche se non può vederlo. Viaggi da un microcosmo intimo a una geografia reale: reale e dura.

 

 

 

La nave per la Grecia

 

Non pensavo ci fosse tanto traffico alla partenza dei traghetti. Da bambino andavo spesso con mio padre ad assaporare quell’odore un po’ rancido, ma deliziosamente nostalgico, che lento si solleva dal calmo e silenzioso mare del porto. Mi sorprese, dunque, la coda che facemmo per salire a bordo con l’auto: perdemmo in quella manovra almeno un’ora.

Poi, lasciato nel ventre della nave il nostro mezzo stracolmo di bagagli, ci avventurammo su per ripide scale e stretti corridoi. Avevamo un biglietto passaggio ponte, dunque dovevamo raggiungere la parte superiore dell’imbarcazione. Eravamo quattro amici: Giuseppe, Laura, Rita ed io, in partenza per la mitica Grecia. Giuseppe, sballottandomi un po’ qui un po’ lì, mi conduceva in quel disordinato rincorrersi di passi e voci, che è una nave alla partenza. Quando giungemmo al secondo livello, lì dove avremmo dovuto stazionare durante il viaggio, ci affacciammo dalle paratie laterali: mi rassicurò verificare che la ringhiera mi giungesse fin quasi al petto, giacché acquietava il mio timore di cadere, senza impedirmi, durante la traversata, di sporgermi per sentire il rumore dell’acqua e cercare di cogliere le sfumature del mare.

Ci sistemammo in un punto della nave, appoggiando le poche cose che avevamo portato via dall’auto, e, dopo aver lasciato Laura e Rita lì, con Giuseppe iniziammo un giro di ricognizione. Vi erano diversi ambienti: sottocoperta un bar, un ristorante e una sala abbastanza grande adibita a discoteca; fuori invece, a prua, un ampio ponte totalmente vuoto, connesso alla poppa attraverso due corridoi parzialmente coperti, con delle scale che portavano, leggermente più in basso, a una piscina con un caffè a chioschetto.

A poppa si poteva giungere sino in fondo e, essendo la parte superiore più stretta di quella inferiore, si ammirava la scia della nave; a prua, invece, oltre il ponte c’era la cabina di pilotaggio con una torretta che copriva completamente la vista verso l’orizzonte. Andammo un po’ in giro, mentre la nave cominciava a fare le manovre per uscire dal porto. Quando le ebbe completate, ci ritrovammo sul ponte a prua a chiacchierare attaccati a una delle paratie, gustando i rumori della città che si facevano sempre più sordi e l’odore del mare che, misto a quello del carburante, ci bruciava il respiro.

Sarebbe stato un lungo viaggio, sedici ore per giungere a Patrasso passando per Igoumenitsa. Era tanto tempo, ma decidemmo di trascorrerlo in giro per la nave resistendo alla tentazione del sonno! Intanto, dopo il tempo indeterminato di una lunga chiacchierata, tornammo da Rita e Laura, che erano rimaste ferme nello stesso posto in cui le avevamo lasciate, e a me pareva incredibile che fossero nella stessa posizione. Rita mi fece un po’ di domande, mentre Laura non parlava, anzi a stento mi si era presentata quando c’eravamo conosciuti poco prima in macchina.

Dopo qualche scambio di battute, io e Giuseppe tornammo a vagare per la nave, e così avanti finché il cielo non divenne totalmente nero. Dovevamo essere partiti verso le 20, e a mezzanotte eravamo già annoiati dal viaggio, così pensammo bene di andare in discoteca. Dopo esserci scatenati un po’, ci appoggiammo sui divani, veramente comodi. Ritornammo fuori, andammo sul ponte a godere dell’aria fresca, ma ormai la temperatura era troppo fredda per stare all’aperto e chi aveva potuto, comprese Rita e Laura, aveva trovato posto sui seggiolini ai lati delle parti coperte dei corridoi che da prua correvano a poppa.

Rientrammo sotto coperta e sostammo per un bel po’ sulle dure sedie del bar, poi ci venne un’idea geniale: potevamo andare a dormire sui divani della discoteca! Certo, il rumore ci avrebbe dato un po’ di noia, ma l’aria condizionata non era forte e quei divani erano davvero accoglienti. Così facemmo.

Nonostante la musica, riuscimmo a prender sonno. Dopo poco più di un’ora, però, due buttafuori vennero a cacciarci: non si poteva bivaccare lì… Fummo costretti a ripiegare nuovamente sulle sedie del bar, dove restammo con le teste ciondolanti fino al mattino, con un’aria condizionata un po’ troppo violenta. L’idea di passare la notte sul ponte era stata esclusa quando, avventuratici nuovamente fuori, avevamo verificato che la temperatura era divenuta troppo bassa: naturalmente il sacco a pelo l’avevamo lasciato, imprudentemente, in auto.

La mattina per fortuna giunse e, quando verso le 6 sorse il sole, lasciammo le sedie scomodissime del bar per andare fuori a godere dei primi raggi che squarciavano le nubi. La vita, fino ad allora sopita, riprese a brulicare e questo bastò a farci recuperare le forze.

Verso le 7 la nave era ormai sveglia: i tavolini vicino al bar pieni di gente, la piscina aperta e qualcuno già ne approfittava. Da lì a poco giungemmo a Igoumenitsa e qualche ora dopo, sotto il sole che ormai splendeva alto, a Patrasso.

L’operazione di sbarco fu veloce. Non appena a terra, demmo un’occhiata alla mappa e ci mettemmo in cammino. Dovevamo attraversare tutto il Peloponneso e scendere a sud, la distanza non era enorme, ma bisognava girare attorno alle montagne e sapevamo che le strade non erano un granché. Mi feci illustrare la carta e fui subito nominato navigatore di bordo, visto che ero io a indicare la direzione a Rita al volante!

Ci mettemmo quasi cinque ore per coprire i centonovanta chilometri che dividevano Patrasso da Tolo, un tempo infinito: le strade poco praticabili, i tanti bagagli che portavamo e le diverse soste rifocillanti, rallentarono parecchio la nostra marcia. Quando giungemmo a Tolo e prendemmo possesso della casa dove avremmo passato i successivi venti giorni, era già pomeriggio inoltrato. Mettemmo le valigie nelle stanze, ci cambiammo e uscimmo: finalmente la vacanza aveva inizio!

La nostra prima meta fu la spiaggia, una bella spiaggia di sabbia e ciottoli, su cui misi alla prova i miei piedi senza ciabatte, dove poi nei giorni seguenti Giuseppe e io avremmo macinato lunghe passeggiate tra parole infinite, sulla battigia. Poi girammo un po’ per il paese: non ci mettemmo molto a percorrerlo una decina di volte in lungo e in largo… In fondo Tolo consisteva in due strade principali che partivano da uno stesso punto e poi, divaricandosi, correvano parallele fino a una distanza di cento metri luna dall’altra.

La nostra casetta si trovava su di un pendio, con una salita molto ripida, e già da quella sera ci rendemmo conto che percorrerla portando con noi le balle d’acqua non sarebbe stato tanto piacevole! Passammo i primi giorni di vacanza tra spiaggia e passeggiate serali a zonzo per il paese. Avremmo cominciato le nostre escursioni in giro per la Grecia solo dopo l’arrivo del compagno di Rita, Dino. Un personaggio bizzarro Dino, un uomo dall’accento bolognese che diceva di vivere in Sardegna, lì dove diceva anche di avere interessi economico-sociali rilevanti; a suo dire aveva vissuto ovunque e fatto qualsiasi cosa.

Insieme cominciammo un pellegrinaggio magico tra i posti mitici dell’antica Grecia: il teatro di Epidauro, dove Giuseppe mi fece saggiare quanto ancora resistenti fossero le colonne erette quasi duemila e cinquecento anni fa e dove improvvisammo uno spettacolo cabarettistico per verificare l’acustica; Micene, con le sue affascinanti rovine che conquistavano l’animo; la grotta di Agamennone, risonante ancora delle battaglie troiane; e poi Atene con la sua meravigliosa acropoli e la fortezza di Nafplio, l’antica capitale del Peloponneso, dove io e Giuseppe ci inerpicammo un po’ imprudentemente, rischiando più e più volte di precipitare: la voglia di sfidare il limite mi affascinava e una fatale inconsapevolezza mi spingeva a farlo continuamente.

Fu all’inizio della terza settimana che mettemmo in pratica uno strano gioco: Dino mi elesse ragioniere del gruppo e decise – e non so per quale assurdo motivo noi accettammo – che avremmo dovuto vivere con l’equivalente di appena cinquemila lire a testa (c’erano ancora lira e dracma!): essendo cinque avremmo, dunque, dovuto farcela con venticinquemila lire al giorno. Questo gioco degno di un odierno reality, durò diversi giorni, finché, stanchi e affamati, affaticati dalle tante ore passate in auto sotto il sole cocente, cedemmo davanti a un delizioso pollo in agrodolce! Forse era la fame, forse l’estasi della novità di un sapore non consueto, ma quel pollo speziato è rimasto per tanto tempo il simbolo di una spensieratezza ormai lontana…

Prima di tornare verso Patrasso, restammo per una notte in campeggio a Corinto: che lunga notte di sogni colmi di nostalgia… Ci accingevamo a lasciare la terra ellenica, la mia prima vacanza da solo all’estero stava finendo. Dino e Rita si sarebbero fermati ancora diversi giorni in Grecia con altri amici, a loro sarebbe restata l’auto e a noi sarebbe toccato raggiungere il porto d’imbarco in treno.

Era il 21 agosto del 2001, il sole era caldissimo, quasi non si respirava, eppure quella stazione, quel rudere di tempi andati, sembrava un fresco rifugio: la sua quiete ristoratrice era tutta nel suo profumo d’antico, di dolci anni perduti… E quel viaggio – centotrenta chilometri percorsi in tre ore e mezza a quaranta gradi all’ombra – non pesava per niente, anzi.

Affacciati al finestrino di quel treno che procedeva lento, sbuffando, sentivamo che tutto ci apparteneva, la vita ci apparteneva, la storia ci apparteneva. Era il profondo senso di potenza che dona la giovinezza, quella grinta, quella voglia di assoluto che ho imparato ad amare, e che non mi ha più lasciato.

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